Dentro il gioco

Dentro il gioco

Alessandro Baricco racconta “The Game”: la rivoluzione tecnologica dove la verità “diventa improvvisamente sfocata, mobile, instabile”

Alessandro Baricco, 60 anni, scrittore, saggista, fondatore della Scuola Holden di Torino nel 1994. Grande tifoso del Torino. Controverso: molto amato e molto sottovalutato – soprattutto da chi non l’ha letto – più che altro per posa, per distinzione.

Ultimo saggio: The Game, in libreria per Einaudi: un tentativo di raccontare la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo come “il risultato di un’insurrezione mentale” partita dalla Silicon Valley e arrivata qui e ora. Siamo solo all’inizio del Game, che cambia completamente le regole del gioco che avevamo imparato nei millenni precedenti.  

A più di un decennio da I barbari, Baricco ha scelto di tornare a parlare di una civiltà nuova; raccontando The Game senza la pretesa di scrivere un manuale da addetto ai lavori, ma come un insieme di riflessioni di chi viene da un’altra epoca e ne è perfettamente consapevole. 

Hai detto che The Game è un po’ come il seguito de I barbari. Quindi i barbari sono diventati finalmente stanziali?
Diciamo che hanno capito cosa devono fare. È una tribù nomade che sta rendendo i suoi accampamenti stabili.

 

Una civiltà che sta prendendo coscienza, e che sta mettendo radici dopo aver appreso l’utilizzo degli strumenti che aveva a disposizione. 

 

Perché hai scelto di scrivere un libro su un mondo che hai scelto di non abitare?
Perché cercavo un luogo diverso per me. Sono sempre stato diverso dall’élite di cui ho fatto parte, quella del ‘900, la mia biografia un po’ lo dimostra. Avevo bisogno della mia patria postuma, in cui sentirmi veramente a casa, e sono arrivato qui. D’altronde se ci pensi io non insegno all’università, per fare lezione ho dovuto fondare la Scuola Holden.

 

alessandro baricco intervista
Alessandro Baricco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Dammi quattro keyword per descrivere il Game
Direi che quattro sono poche. Direi superficialità, post-esperienza, leggerezza, curiosità. 

Cosa ne penserebbe della parola post-esperienza Walter Benjamin?
Che gli piacerebbe, si sentirebbe anche lui nella sua patria postuma. Probabilmente troverebbe qualcuno con cui parlare. Non si limiterebbe ad Adorno, ecco.

Per certi versi l’epoca in cui viviamo ricorda il Medioevo: a cose cruentissime si affiancano cose meravigliose. Se l’epoca in cui è nato The Game è quindi simile il Medioevo, cosa ci aspetta nell’Età Moderna?
Il Medioevo no, perché lì c’era tanta verticalità, mentre nell’epoca del Game a vincere è l’orizzontalità. Forse è vero che l’uomo si muove in una sorta di alternanza, in cui si passa dalla verticalità all’orizzontalità in epoche diverse: per un po’ si è molto verticali, poi si ricerca l’orizzontalità.

 

Oggi si è molto più vicini forse all’Illuminismo, siamo come in un movimento che è ateo e in ricerca, che spazia fra mondi diversi, mentre nel Medioevo c’era una sorta di intelligenza tentacolare che si muoveva su arti e mestieri cercando di trarre insegnamenti poliedrici.

 

Insegnamenti che si incrociavano, e che affondavano le radici nel profondo: Leonardo ne è la sintesi perfetta. Questo è un periodo diverso, non adatto a modelli d’intellettuale alla Asor Rosa.

Nel tuo libro ti dici ottimista dell’esito del Game: cosa ti porta a credere che l’umanità non si stia cacciando in un vicolo cieco?
Il 50% è realismo. Non mi fermo al trompe l’œil della scena e cerco di guardare le cose in maniera più approfondita, e capisco che oggi si è molto più liberi rispetto all’epoca da cui vengo io. Prendiamo ad esempio una roba che si dice molto oggi, che siamo rinchiusi in una bolla, che siamo incarogniti dalle informazioni che vogliamo sentirci dire, che non siamo in grado di ricevere niente che non venga dal nostro mondo chiuso. Be’, io ero in una bolla, io e chi è cresciuto come me con un solo telegiornale, con poche informazioni a disposizione, un partito di riferimento, una Chiesa…

 

alessandro baricco intervista the game
Alessandro Baricco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In confronto non riesco a non pensare a quanto mio figlio sia molto più libero di me. Quindi, da qui capisco che il mio essere ottimista nasce al 50% dal realismo. L’altro 50% è forse cecità, d’altronde io guardo il tutto con lo sguardo dell’élite della postmodernità, e certamente c’è qualcuno che riesce a guardare le cose da molto più vicino di me, perché ci si immerge dentro. Certo, guardare le cose da troppo vicini poi rischia di portarti a diventare presbite, quindi a quel punto meglio la cecità: si rimane più ottimisti.

Nell’ultimo capitolo parli dello storytelling, un termine ormai un po’ svuotato di significato. Con cosa sostituiremo questo termine nel futuro segnato dal Game?
Lo storytelling e in generale il gesto della narrazione, non passerà mai. È innato nell’uomo. Il problema è la definizione che si dà di storytelling: in molti pensano che sia un modo di mentire rendendo più belle le cose, e per chi studia la narrazione questa è una roba che indigna. Nel libro provo a dare una definizione di storytelling, che altro non è che design del pensiero, un modo per intendere la realtà, in altri termini.

 

Lo storytelling lo ritrovi nella bassa intensità del Game, ad esempio è come tu sei vestito: con quello stile e quegli abiti vuoi dire qualcosa, ma non è una storia nel vero senso della parola. Eppure si può ricondurre a un principio di narrazione.

 

Nel Game questo design pervade tutto, in ogni cosa si può ritrovare traccia di quel gesto. 

 

alessandro baricco intervista
Alessandro Baricco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Jeremy Rifkin ne La società a costo marginale zero scrive “I ragazzi della generazione di Internet concepiscono se stessi più come giocatori che come lavoratori”. Qual è il futuro di questi giocatori?
Mi piace questa definizione, mi ci rivedo molto. Il futuro di chi abita il Game è tutto da costruire, certamente si dovrà confrontare con qualcosa di diverso e nuovo, il confine epocale sarà l’intelligenza artificiale, perché da lì probabilmente nascerà un nuovo modo di essere. Ma sono fiducioso che questi giocatori sapranno cosa fare, con un mondo così.

Hai sottolineato spesso che questo libro è la continuazione de I barbari, e a un certo punto dici che fra dieci anni ti toccherà scrivere la terza parte. Hai in mente altri saggi a breve?
Non credo. Quello che ho capito con questo libro è che il saggio non è che l’inizio di un lavoro più grande. Con i miei romanzi, dopo la pubblicazione, il mio lavoro finiva: non andavo a fare interviste su di loro, continuavano il viaggio da soli. The Game invece è un’esperienza diversa, è cominciata con I barbari, poi ci sono stati questi dodici anni e ora c’è questo libro, con tutto ciò che ne consegue: parlare, spiegare, imparare. Il saggio è una forma che continua nel tempo, ma fra dieci anni sarò troppo vecchio per scrivere la terza parte. Spero che lo faccia qualcuno più giovane di me.

Sapiens
By
Luz