Paninari 2.0

Paninari 2.0

Milano come centro della vita e del divertimento, le nuove prospettive musicali, radical chic e tamarri, l’umorismo e i social raccontati da Il Pagante

Eddy Veerus, Roberta Branchini, Federica Napoli: ovvero Il Pagante. Il progetto di un gruppo di amici sotto i vent’anni che nasce nel 2010 e che usa dal primo momento con intelligenza i social media: Facebook e soprattutto Youtube.

Un progetto che cresce in fretta, con i primi video nel 2012 e una serie di tormentoni presi dallo slang delle serate e delle notti milanesi, messi in musica, e ritornati più potenti di prima nel linguaggio pop – #Sbatti, Faccio After, su tutti – fino a oggi: basta aprire una tab sul loro canale Youtube per vedere circa 150mila iscritti e video che viaggiano tra le 13 e le 7,6 milioni di view.

Due album all’attivo, uno del 2016 – Entro in pass, altro tormentone – e Paninaro 2.0, a settembre 2018, e una capacità non comune di sentire il polso della lingua e della cultura millennial e restituirla in musica. Ultimo singolo: Radical Chic.

Il video di Radical Chic è una serie di citazioni di quello che è il nuovo pop, ovvero l’indie: chi ha avuto l’idea?
E: L’idea è partita dal regista del video Andrea Gallo che ci conosce molto bene. La prima idea è stata quella di fare un po’ come avevano fatto i Flaminio Maphia con Che idea, dove avevano riproposto vari spezzoni di video pop iconici italiani. Noi l’abbiamo fatto solamente per i video indie, quindi in una prospettiva più settoriale. Abbiamo scelto quelli più memorabili e abbiamo rifatto delle scene con noi a sostituire i cantanti principali e i personaggi.

Radical Chic è meno immediata e nazional popolare di altri singoli come Bomber. È stata una scelta calcolata o si è sviluppata in maniera naturale?
E: È stata naturale. Sapevamo che avremmo parlato di argomenti settoriali che magari si potevano capire meglio su Milano e in determinate zone, però in questo modo la fetta del target di riferimento si è radicata molto di più.
R: Io temevo che molti non capissero il video perché non ascoltano indie, anche se è un genere che va molto: più che il testo in sé, infatti, c’era il rischio che non si cogliesse perché non si riconoscevano i video citati. Invece ci siamo resi conto che questi video sono conosciutissimi, quindi siamo contenti del risultato.

 

Con un video di quel tipo vi siete aperti ai trentenni e oltre
E: E soprattutto c’è da dire che ormai l’indie è diventato pop.

 

Spesso i vostri video sono come dei mini-episodi di una serie: c’è un progetto di entertainment nell’ottica de Il Pagante?
F: Sicuramente per noi i video sono fondamentali, sin dal primo che abbiamo realizzato, e tuttora curiamo tantissimo questo aspetto. I video sono parte integrante della nostra essenza, a differenza di altri artisti.
R: Facciamo i video anche per aggiungere ancora più dettagli, così che le persone possano arrivare in modo più immediato a quello di cui vogliamo veramente parlare nelle canzoni.
E: In un momento come questo in cui i video vengono considerati sempre meno da altri artisti noi ci puntiamo sempre tanto: vogliamo sottolineare bene i dettagli perché poi aiutano a capire tantissime altre cose del nostro immaginario e delle nostre canzoni, quindi anche a costo che vengano visti di meno, per noi è importante lavorarci bene.

 

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Da sinistra: Roberta Branchini, Federica Napoli, Eddy Veerus de Il Pagante © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Poi però fanno grandi numeri, quindi funzionano. I featuring nelle canzoni e i cameo nei vostri video vanno da Gué Pequeno a Max Pezzali: come funziona di solito?
E: Diciamo che sono tutte persone con cui c’era già un rapporto di amicizia e di stima reciproca e sono artisti che ci piacciono oltre a essere nostri amici, tranne per il caso di M¥SS KETA che non conoscevamo di persona e abbiamo voluto contattare per collaborare, e direi che è andata benissimo. I Gemelli Diversi li abbiamo conosciuti quest’anno e abbiamo buttato lì l’idea del featuring senza sapere se fosse fattibile, invece poi con grande piacere l’abbiamo fatto in un batter d’occhio a fine agosto. In generale sono sempre rapporti di amicizia con cui c’era in ballo qualcosa già da un po’ di tempo.

E Jerry Calà?
R: Con lui ci siamo davvero divertiti, personaggio pazzesco: chi non lo vorrebbe in un video!

Con Paninaro 2.0 vi siete raffinati a livello musicale rispetto al passato. Era già nella vostra prospettiva di aprirvi così?
E: Diciamo che è venuto naturale nel momento della composizione: se il mondo EDM in Italia avesse continuato ad avere quella spinta che aveva tipo 3 anni fa probabilmente saremmo rimasti fermi dove eravamo…
R: … E comunque ne aspettiamo il ritorno! Ci piace la musica in generale, e dato che come Il Pagante possiamo parlare dei nostri argomenti su tante diverse basi musicali, abbiamo deciso, perché no, che ci andava di fare qualcosa di diverso: io avevo voglia di fare qualcosa di più pop e anche Eddy e la Fede volevano sperimentare, quindi con quest’album abbiamo voluto provare qualcosa di nuovo.
F: È stato anche un salto di qualità, fare qualcosa di diverso ci ha portati ad aprire di più le nostre menti.

 

E: Tre anni fa non avrei mai pensato che Il Pagante potesse fare musica con delle sonorità diverse, anzi prima quando c’era qualche bpm in meno andavamo subito in paranoia per paura che qualcuno non ballasse.

 

Prima i nuovi generi erano meno forti, e dato che il mondo EDM è un po’ calato in Italia rispetto agli anni scorsi, ci siamo trovati “costretti” a fare una scelta che in realtà volevamo fare, quindi è andata bene così.

Com’è stata la routine di composizione per Paninaro 2.0?
E: Diciamo che ogni canzone nasce in modo diverso. Generalmente ci arrivano delle tracce da diversi produttori e magari il pezzo nasce così: viene creata l’idea melodica e da lì si trova un concetto da far sposare con la produzione. Oppure spesso nasce prima l’idea, ovvero il concept per un ritornello che possa avere un messaggio che funzioni e sotto ci facciamo un arrangiamento ad hoc: quindi anche nel caso di Paninaro 2.0 ogni pezzo ha una sua storia diversa di composizione.

È un album pieno di featuring, da M¥SS KETA a Emis Killa fino a Shade e ai Gemelli Diversi. Avete una collaborazione dei sogni?
E: In Italia Caparezza, perché ha sempre saputo fare ironia nel suo stile, comunicando messaggi seri. Sono un suo fan da tanto tempo. Poi lui non collabora spesso, come sfida mi affascinerebbe ancora di più.
R: Calvin Harris direi! Una bella base di un produttore internazionale sarebbe un mega punto forte per Il Pagante… Anche perché siamo già tre e quando facciamo dei featuring – e già ne facciamo sempre – con altri che cantano diventiamo una folla, quindi direi che una base di un DJ sarebbe perfetta.
E: Dovrebbe essere qualcuno con un background sonoro molto versatile: Will.i.am potrebbe sposarsi bene con Il Pagante.
R: Sean Paul, che va bene con tutto! [ridono, tutti d’accordo] … Anche con Fabri Fibra sarebbe interessante collaborare.

 

eddy veerus il pagante intervista
Eddy Veerus de Il Pagante © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Il successo de Il Pagante è partito “dal basso”, da Youtube, da Facebook: quando avete capito che il pubblico era con voi?
R: Per noi era già stato incredibile avere tutte quelle visualizzazioni ai primi video, che avevamo pubblicato per gioco. Poi quando abbiamo iniziato a fare le serate e la gente cantava con noi, gente anche non di Milano – e noi all’inizio parlavamo solo di locali milanesi – se tu non eri qua era davvero difficile capire, eppure abbiamo trovato un pubblico che cantava le nostre canzoni anche fuori dalla nostra città: forse Il Pagante stava entrando nelle teste di più persone fuori da Milano.
F: Sicuramente la svolta è stata con Sbatti con cui siamo arrivati anche al sud: c’era un articolo sul Corriere del Mezzogiorno che parlava di noi, e da lì abbiamo iniziato a fare le date in tutta Italia.
E: Con i primi tre singoli Entro in Pass, Si sboccia e Balza capivo che Il Pagante era una cosa forte ma non capivo se poteva rimanere di rilievo solo per il web, sai una di quelle minchiate virali, o se poteva diventare qualcosa di più.

 

Quando abbiamo fatto Sbatti c’è stata la rivelazione: ci siamo accorti che non era più solo la prima fila a cantare mentre il resto del locale si chiedeva chi fossimo, ma che c’erano mille persone che cantavano il ritornello del pezzo.

 

Mi sono detto ok, adesso ci siamo, adesso forse possiamo diventare qualcosa di più. Quel giorno è stato il giorno della svolta.

Siete un caso particolare anche perché avete una risposta super positiva da chi vi segue: in un paese polemico come l’Italia riuscite a fare un pezzo come Il terrone va di moda senza generare polveroni
R: Ci abbiamo messo un po’ di tempo, perché all’inizio la gente faticava a cogliere l’ironia che ovviamente bisogna avere per ascoltare le nostre canzoni: altrimenti non puoi apprezzarle come le dovresti apprezzare.
E: All’uscita di ogni pezzo del primo album riuscivamo a conquistare una nuova fetta di pubblico, però al contempo tanta altra gente rimaneva delusa perché magari voleva quello a cui si era abituata prima, quindi “ah questo non è tamarro come l’altro”, “ah mi piaceva di più il drop dell’altra canzone”, “il testo è meno ignorante”… Per tutti i primi tre anni abbiamo avuto il pubblico molto diviso tra quelli che ci apprezzavano e chi ci conosceva da più tempo e affezionata alle prime cose non si riconosceva in quelle nuove. Con l’ultimo album abbiamo messo d’accordo un po’ tutti.

In una linea che va dal tamarro più estremo al radical chic dove vi piazzate musicalmente?
R: Una via di mezzo, no? Non troppo radical e non troppo tamarro: riusciamo a stare nel mezzo, così accontentiamo sia noi stessi sia gli altri.

 

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Federica Napoli de Il Pagante © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Dress Code è uno dei vostri pezzi culto che fa molto leva su quella Milano pop e della moda comprensibile a tutti: come trovate Milano in questo momento?
R: Milano è il centro nevralgico dell’Italia: per gli eventi, il lavoro, è il posto dove stare… Ogni settimana è una settimana di qualcosa, tutto l’anno: la settimana della moda, del mobile, del vino, della musica, del cinema: noi milanesi pare che siamo impegnati praticamente ogni settimana.
E: Tra l’altro ogni mondo di cui stiamo parlando è saturo, quindi la competizione aumenta, è sempre pieno di eventi, c’è sempre qualcosa da vedere e da fare: tante volte sei così indeciso che te ne resti a casa.
F: A me piace uscire, credo che Milano sia l’unica città in Italia che possa davvero competere con le grandi capitali europee perché ti può offrire di tutto, per ogni esigenza: musicale, della moda, per studiare: mi piace Milano.

Cosa portereste dalla musica internazionale alla musica italiana?
R: Secondo me la musica italiana è sempre stata uno specchio della musica straniera: per esempio mi ricordo quando andava Major Lazer, e noi siamo amanti di questo genere, ci dicevamo “Facciamo qualcosa di simile a Major Lazer”. Adesso sta andando tanto la trap in Italia perché deriva dall’invasione trap negli Stati Uniti. Stessa cosa vale per l’indie, che è arrivato tardi ma adesso ha fatto un botto fortissimo: ora è pop.
E: Io quello che porterei dall’estero all’Italia è l’immediatezza nell’apprezzare le cose nuove.

 

Pensa a un genere che ha una sonorità fresca, nuova, che viene lanciato sul mercato negli Stati Uniti: prima che venga apprezzato in Italia, prima che venga suonato nei club, prima che la gente lo balli, passano degli anni. Questa cosa è inammissibile, rimaniamo troppo indietro.

 

Secondo me bisognerebbe ridurre questo spazio temporale per apprezzare le cose nuove: diventare più veloci.

Cosa ascoltate in questo momento di musica italiana?
R: Siamo fottuti amanti di Cremonini, siamo appena stati a sentirlo! A me il mondo indie piace parecchio e me lo ascolto, ma ascolto di tutto, quando una canzone vale il genere non conta, la mia playlist per quando vado a correre ha di tutto, dall’indie alla dance. Non mi impongo mai generi.
E: Diciamo che l’indie lo ascolto molto in questo momento: Calcutta, The Giornalisti, Carl Brave x Franco 126…

A proposito, qualcuno dei gruppi e dei cantanti citati nel video di Radical Chic vi ha dato un feedback?
E: Sai che in realtà a parte Carlo e Franco che li conosciamo, tutti gli altri sono stati sulle loro? Non ci hanno fatto sapere niente… Ci sta.

Avete una fanbase molto positiva, però sui i social si può trovare un po’ di tutto: come ve la vivete?
R: Partendo dal presupposto che il web è un popolo di leoni da tastiera che fanno commenti belli tosti, c’è da dire che dopo qualche anno ci fai definitivamente il callo e quando trovi quel commentino te lo fai scivolare. Leggo e rispondo solo a quelli che mi scrivono cose carine, degli altri non me ne frega niente.

 

il pagante intervista
Da sinistra: Eddy Veerus, Federica Napoli, Roberta Branchini, ovvero Il Pagante © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Siete una formula unica, due donne e un uomo tutti allo stesso livello
E: Essendo sempre stati unici sia a livello musicale che di formazione siamo sempre stati considerati subito come una cosa forte, perché diversa da tutto quello che c’è in giro.

Due album e siete già popolari a livello mediatico: cosa sta cambiando nella musica?
R: Noi abbiamo sempre spinto a singoli, ma rispetto al passato in cui andavano tanto gli album, ora è cambiato tutto: è il singolo che traina. Ogni settimana apri Spotify e ci sono una marea di uscite nuove… Se non esci con un pezzo nuovo ogni tot, si dimenticano chi sei.
E: Al di là dei generi musicali stiamo proprio vivendo la transizione della vendita musicale, anche se la musica è come la moda e ogni anno va qualcosa di diverso. Fino a qualche anno fa la musica si vendeva solo attraverso l’album, il cd, la copia fisica, si scaricavano le canzoni illegalmente e scoprivi tante cose in radio. Adesso siamo in pieno periodo di transizione perché tutta questa cosa si sta spostando verso il digital, verso il totale streaming, mentre quell’altra modalità c’è sempre di meno.

 

Ci fa strano vedere questo cambiamento perché non siamo stati abituati a questo modo: probabilmente la generazione dopo di noi non ci farà più caso, sentirà parlare dei cd come noi sentivamo parlare dei vinili.

 

Poi adesso nel mondo della musica ci sono anche molti più burattini: prendiamo un belloccio, diciamo ok, creiamo un progetto su questo, creiamogli delle basi e dei pezzi di quello che va più forte, gli creiamo un’immagine fresca e vendi il prodotto. Non era molto frequente anni fa, adesso invece è pieno di questi fenomeni.

Il Pagante a Sanremo?
E: Diciamo che in tema di transizione, un po’ con la scioltezza di spingere una carriola arrugginita [ridiamo], c’è anche transizione nel mondo di Sanremo, perché dopo tanti anni che la struttura restava la stessa e diventava antica, si è creato il bisogno di qualcosa di fresco. Detto questo, il concept di Sanremo rimane lo stesso, quindi se un giorno Il Pagante si presentasse dovrebbe andarci con il prodotto giusto, perché come potrebbe essere una bella vetrina potrebbe anche essere uno sfacelo. Dato che il nostro habitat è il club non abbiamo bisogno di un palco come quello. Un giorno ci potremmo andare, ma solo col prodotto giusto. Una cosa che siamo sicuri non avremmo mai fatto è di presentarci come concorrenti dei talent, sapevamo di non voler diventare un burattino per case discografiche.
F: Non volevamo diventare dei personaggi creati da qualcun altro, essere spremuti da chi magari non ci avrebbe nemmeno capiti.

C’è qualche altro ambito che vi interessa oltre alla musica?
In coro F e R: La radio!
F: … Un bel programma de Il Pagante: sarebbe divertente e funzionerebbe, tre ragazzi giovani, belli e fresh come speaker.
R: Dateci un programma! Sarebbe bello fare radio ma siamo anche molto versatili, quindi potremmo fare anche parecchie altre cose.

Il vostro piano B, se non faceste più Il Pagante?
F: Io non ci penso mai sennò mi viene la tachicardia, voglio continuare a fare solo questo, quindi preferisco non pensare ad altro! Voglio vivere il momento.
R: A me piacerebbe aprire un ristorante, però come cosa in più magari, vorrei comunque restare nel settore della musica.
F: Idem.
E: Anche io non riesco a immaginarmi fuori dall’ambito musicale, ma se dovessi escluderlo del tutto mi piacerebbe lavorare nello sport: mi piacerebbe diventare dirigente di qualche squadra.

 

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Da sinistra: Eddy Veerus, Federica Napoli, Roberta Branchini, ovvero Il Pagante © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Chi era il Pagante all’inizio, e chi è ora?
F: Eravamo giovani, spensierati e inesperti. In questi anni siamo maturati, adesso Il Pagante è più consapevole.

 


R: Io avevo 16 anni quando abbiamo iniziato, ero piccola e timida. Adesso ci divertiamo sul palco, mentre all’inizio lo temevo, non ci volevo salire. Poi si cresce e passa tutta la paura.

 

E: Mentre per le ragazze era una scommessa, un modo per fare altro mentre finivano la scuola, io avevo già finito gli studi e lavoravo. La vedevo come un trampolino: poteva essere quello che poteva traghettarmi a fare qualcosa di più grande, perché già facevo musica da anni. Il discorso era: o continuavo a lavorare o riuscivo a fare di quello che mi piaceva, la musica, un lavoro. Quindi ho cominciato a lavorare a questo progetto sicuramente con più leggerezza di adesso però già con l’impronta del dire facciamolo diventare qualcosa di grande, con l’intento di far crescere il progetto: cerchiamo di fare le cose concretamente, pian piano, per farlo diventare qualcosa di solido, anche se ripeto, magari inizialmente era fatto con più spensieratezza e più ignoranza, ora c’è meno ignoranza ma c’è molto più studio, molte più paranoie dietro ogni scelta.
R: C’è ancora più ignoranza adesso! [Ridono] Adesso abbiamo delle responsabilità che dobbiamo portare a termine nel modo giusto quindi diciamo che c’è più voglia di fare che però si accompagna anche a più apprensione.

Adesso però sapete anche muovervi meglio
R: Sicuramente, ora sappiamo muoverci meglio.
E: Ora svelerò un retroscena. Il Pagante doveva essere una parentesi di qualche episodio, delle pillole per il web, magari l’idea dopo Si sboccia e Balza era anche di finirla lì, abbiamo fatto ridere il mondo del web, siamo stati bravi, ci siamo divertiti, adesso basta, torniamo alle nostre cose. Invece hanno iniziato a chiamarci i locali e abbiamo detto ok, facciamo allora un pezzo in più, mal che vada smettiamo comunque…
F: Poi da una canzone ne abbiamo fatta un’altra, e poi un’altra ancora e un’altra, a catena…
E: Avremmo anche terminato lì contenti. Senza avere l’idea che sarebbe continuato nel tempo. Anche per il caso, tutto è andato avanti.

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Luz