Vinciamo noi

Vinciamo noi

Perché il futuro è di chi costruisce e progetta, non di chi butta il proprio rancore sugli altri: Franco Bolelli racconta l’Italia del 2018 dai social media alla politica

Franco Bolelli, filosofo e scrittore nato l’8 luglio 1950, si occupa di tutto quello che da qualche millennio fa sbattere la testa contro il muro agli esseri umani. Di solito, è il futuro. Negli ultimi anni poi si è concentrato soprattutto sull’amore, scrivendone insieme alla moglie Manuela Mantegazza.

Come Ibra, Kobe, Bruce Lee – Lo sport e la costruzione del carattere, è il suo ultimo libro, uscito per Add Editore. Poliedrico come pochi – da ricordare le sue collaborazioni con Stefano Boeri e Lorenzo Jovanotti – Franco Bolelli oltre che su carta o in uno dei festival cui partecipa o direttamente si inventa, è molto interessante da seguire sui social media, anzi: su Facebook. 

Perché proprio a Facebook affida quasi ogni giorno le sue riflessioni. Dopo il tasto “Pubblica” però non scappa, anzi: a quel punto commenta, risponde, chiosa con una pazienza da Dalai Lama.   

Su Facebook ti confronti con tutti, non ti stanca mai?
Anzi, mi diverto un casino! È una verifica meravigliosa per me. Mi permette di vedere una serie di punti di vista che altrimenti non vedrei. 

Spesso invece viviamo i social media indirizzati a chiuderci nelle nostre bolle
Io non ci riesco, non ce l’ho mai fatta, non sono mai riuscito a stare dentro un territorio, un perimetro. 

La cosa migliore del venire a contatto con questa moltitudine?
La cosa più bella è il contatto con una valanga di punti di vista. Fai che 3/4 della gente che mi commenta non so neanche chi sia, come ovvio. Nel momento in cui vedi le reazioni è un arricchimento; anche fosse solo per capire perché non sono d’accordo con quelli con cui non sono d’accordo.

 

franco bolelli intervista
Franco Bolelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

La tecnologia dei social media cerca di darci contenuti che confermano quel che già pensiamo: è pericolosa questa conferma continua?
Sì, è pericolosa. Ma è meno pericoloso di prima, quando i mezzi di comunicazione erano solo la tv, la radio, i giornali, e ti dicevano tutto loro. Adesso ci sono una serie di effetti collaterali pesanti: c’è gente che prima aveva delle idee di cui tutto sommato si vergognava, adesso scopre che sono largamente diffuse e dice “Ah, io mica mi vergogno!”.

Anzi!
Anzi! Questo secondo me è il pericolo forse più grande. Però c’erano molti più problemi prima. 

Google, Amazon, Facebook: ti fanno paura le concentrazioni di potere online?
A me non fanno paura, ma mi rendo conto che è la mia posizione ad avere dei punti deboli. Io non ho mai creduto globalmente a nessun diabolico piano che riesca a dominare il mondo, a dire agli umani cosa devono fare. Che uno ci provi non ci piove, è sempre stato così, che uno ci riesca, è un altro paio di maniche. Soprattutto oggi. Credo alla possibilità di condizionare i meccanismi con cui comunichiamo? Sì certamente, e questo ha i suoi aspetti buoni e i suoi aspetti cattivi.

 

Credo al fatto che ci sia un piano diabolico per dominare il mondo, per condizionare le nostre menti? Non diciamo cazzate.

 

Sul tema dell’informazione poi sembra che ci sia stata un’epoca d’oro, ma non è mica vero
Ma certo… avendo il dubbio privilegio dell’età, mi ricordo perfettamente. Ma scherziamo? Mi vengono in mente una serie di episodi su come andava la comunicazione negli anni ’60, ’70, ’80 da medioevo. Un tempo tutto il potere comunicativo era nelle mani di poche persone, oggi qualunque azione provoca un’ondata di contrasto da un’altra parte.

La manipolazione era più semplice?
Gli effetti collaterali di oggi mi sembrano piacevoli rispetto alla cappa che c’era allora.

 

franco bolelli intervista
Franco Bolelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In un periodo di crisi come questo, hai scritto che “vinciamo noi”. Prima di tutto “noi” chi? E soprattutto, che cosa vinciamo?
Quel “noi” è chi fa, chi costruisce, chi progetta, chi si butta, chi ha slancio, chi ha nei confronti del mondo un’attitudine – la parola sembra stupida, lo so – costruttiva. Chi invece di puntare il dito contro il sistema, la società, la famiglia, l’arbitro, la politica, dice “Ok, adesso faccio vedere che sono meglio di loro”. E non faccio vedere che sono meglio di loro perché sono meglio moralmente, lo sono perché faccio delle cose.

È un “noi” politico?
È completamente senza campo, senza territorio, senza perimetro, senza ideologia. È l’ideologia del “provo a migliorare le cose”, a lavorare sul margine di miglioramento, qualunque cosa faccio. Il “vinciamo” invece è su due aspetti: il primo è che se guardiamo alla storia dell’evoluzione umana si è sempre un pezzetto migliori delle schifezze precedenti.

 

Non è facile: però se tu guardi tutta la storia umana, tutte le porcherie combinate dagli umani, col tempo abbiamo migliorato. 

 

L’evoluzione è una linea spezzata, ma tende al miglioramento?
È così. Oggi abbiamo più cose di prima, più possibilità di prima, la vita è più lunga, le malattie sono meno di prima, c’è tutta una serie di dati oggettivi che parlano chiaro. L’altro motivo per cui secondo me vinciamo è perché oggi ci sono talmente più opportunità di prima, che chi è in grado di lavorare su questa dimensione di miglioramento ha infinite più occasioni di farlo rispetto al passato. 

L’Italia del 2018 e la politica mi pare vadano nella direzione opposta a quel che dici
E se fosse che la maggior parte degli umani è così?

Possibilissimo
A me non stupisce. Dico una roba orrenda e politicamente scorretta?

Vai
Una cosa che avrebbe bisogno di centomila spiegazioni, certo… ma io per esperienza non trovo che la maggior parte di quelli che un tempo votavano a sinistra siano tanto diversi da quelli che adesso votano dall’altra parte. Antropologicamente non c’è nessuna differenza. Le idee no, non è vero che sono uguali. Ma non erano neanche così mostruosamente diverse. Su tutta una serie di cose c’è stata una sinistra profondamente reazionaria.

Il PCI degli anni ’60 e ’70, per esempio
Sì. Oggi le forme sono particolarmente odiose, ma non è che mi stupisca più di tanto. D’altra parte la storia è un pendolo. Sei troppo da una parte, vai troppo dall’altra, poi tornerai dall’altra. È sempre così! Per cui non dico che non bisogna preoccuparsi, però…

Però non preoccuparsi troppo
È chiaro anche che quando ci vivi dentro non ti diverti, però è anche vero che sai che nel giro di pochi anni andrà dall’altra parte. E non necessariamente l’altra parte sarà così migliore…

 

franco bolelli intervista
Franco Bolelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

L’Italia è un Paese razzista?
No, assolutamente no. Ma neanche per sbaglio. L’Italia non è un Paese razzista. Ci sono delle percentuali ovvie come in ogni consesso umano, ma l’Italia non è un Paese razzista. Io ho un po’ di esperienza, avendo una casa nella campagna bergamasca – nel covo storico della Lega – è un luogo particolare, ma lì l’unica cosa che conta è “Tu lavori sei un buono, non lavori sei un cattivo”. Fine.

 

Io non credo a uno scontro di razze, credo a uno scontro di culture, che è diverso. È una questione di impostazione culturale, non è il colore della pelle.

 

Fallito il multiculturalismo – perché non ci sono cazzi, è fallito – ha prodotto questa specie di tolleranza, in cui però ognuno rimane con la sua identità.

Tolleranza poi è una parola tremenda
Una parola che non voglio neanche sentire. Il vero confronto tra culture lo fai quando trovi un punto anche di scontro, ma di crescita reciproca. Se non crei questo non vai da nessuna parte. 

Hai detto che le soluzioni non sono mai nello stesso cassetto dei problemi
I problemi sono politici e sociali: però non ho mai visto una soluzione politico sociale a un problema. Le soluzioni sono antropologiche, scientifiche, tecnologiche, di sviluppo, le soluzioni sono lì.

Non è più tempo di soluzioni politiche?
La soluzione la trovi da un’altra parte. Nel nostro mondo in mega-evoluzione la politica è per forza di cose un terreno arretrato, un terreno di mediazione. Non puoi pensare che la politica ti risolva un problema; ma non puoi neanche ignorarla. 

 

Una cosa che secondo te dovremmo smettere di fare sui social media?
Lamentarci, indicare gli altri come un problema.

 

Una cosa che dovremmo iniziare a fare sui social media?
Io la cosa che chiedo sempre: non ditemi perché quello è cattivo o quell’altro non va bene. Ditemi cosa volete voi! Ma cosa volete costruttivamente! Come volete che la vostra vita migliori? La vostra vita non migliora se togliete dalle palle Renzi, Di Maio, questo, quell’altro. La vostra vita migliora se voi dite “voglio questa roba qua”. Provare a concentrarsi su quello che uno vuole, su qual è la sua dimensione vitale, secondo me è molto meglio, ti abitua a pensare in termini costruttivi.

Lo spirito del tempo sui social media è spesso l’opposto
Quello che è tremendo nei social media – che però non è provocato dai social media – è l’ondata di risentimento, di rancore, di cinismo, di aggressività. 

Dove nasce questa ondata?
Da una parte nasce dal fatto che gran parte della gente non si diverte nella vita quotidiana, ha cattive condizioni di vita, ma questo non basta a spiegare tutto. Secondo me nasce dal fatto che siamo stati abituati a guardare quello che fanno gli altri prima di pensare a cosa fare noi. È stato il limite di tutta la sinistra antiberlusconiana.

 

Solo Berlusconi: non c’era nient’altro
Il punto è sempre stato quello: non raccontarmi perché loro sono cattivi, raccontami perché tu sei meglio! 

 

Ancora meglio, dimostramelo
Fammelo vedere! Ma sui social comincia a dirmelo. A spiegarmelo. 

Per imparare questo atteggiamento ci servono dei maestri?
Sì e no. 

Non è detto dici?
Sono importanti, ma io con i maestri ho un rapporto complicato, come con tutte le figure autoritarie. 

 

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Franco Bolelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Hai scritto Come Ibra, Kobe, Bruce Lee – Lo sport e la costruzione del carattere: che cosa possiamo imparare da questi giganti?
L’attitudine. Il tipo di rapporto con il mondo. Ho citato dei personaggi molto sfrontati, ma sfrontati perché partono da un senso di responsabilità terrificante. “Mi prendo le mie responsabilità e sono disposto quando sbaglio a prendere tutte le palate di merda del mondo”: questa per me è la lezione fondamentale sul carattere che possiamo imparare da loro.

Come si arriva a un gesto come un gol in rovesciata da trenta metri?
Non è tanto il gesto finale a essere importante, quanto il modello di pensiero che ti fa fare quel gesto lì. Perché non è uno dei più bei gol della storia, o il più bel gol della storia del calcio: è che a nessun altro è mai venuto in mente di fare una cosa del genere.

Come si fa a farsela venire in mente?
Da una parte hai la costruzione del pensiero: che richiede inevitabilmente studio e approfondimento, lavoro, impegno, dedizione. Dall’altra però quel pensiero deve essere capace di essere pensiero istantaneo. Tu impari moltissimo nell’azione, nel gesto, nel movimento. Unire le due cose secondo me è il punto fondamentale nel salto avanti che dobbiamo fare. Il pensiero più bello è quello che entra dentro le cose, prende le botte, prova ad andare avanti. L’istante è fondamentale nel pensiero. È una cosa che a me sta a cuore in maniera enorme.   

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Luz