Il disegno della vita

Il disegno della vita

Parla il più raffinato autore di fumetti italiano: da Andrea Pazienza alla Bologna ’77, da “Jonas Fink” a Zerocalcare, passioni, storia e segreti di un artista felice

Vittorio Giardino, ingegnere elettronico e fumettista nato nel 1946. Più che fumetti, disegna romanzi: lettori in tutto il mondo, amato in Italia, venerato in Europa e soprattutto in Francia, tradotto in 14 lingue.

Giardino è il genere di autore capace di passare 24 anni su una singola opera – Jonas Fink, pubblicato da Rizzoli Lizard – e periodi di tempo importanti su altre opere, da ricordare Little ego (1985-1989) e la saga di Max Fridman (2000-2008) e poi stupire il mondo. 

Di lui si dice che sia “il più raffinato autore di fumetti italiano”, un artista per cui la cura del dettaglio, la documentazione, la precisione, sono tutto; logico che per fare bene le cose i tempi si dilatino, è proprio lì il bello.

Giardino, un finto schivo più che loquace, vive con la moglie in una villetta sui colli bolognesi. Ama lavorare lì, nel suo studio; non ama quando non può lavorare nel suo studio. Con la tecnologia va d’accordo così così: si concede volentieri il lusso di non avere il cellulare.     

Davvero non hai il cellulare?
In questo studio non ho neanche il computer. 

Neanche il telefono?
Il telefono c’è, là [indica un classico telefono SIP a disco: è staccato, ndr]. Ho un computer ma è in un’altra stanza, lo uso solo per le mail. Uso una rubrica di carta per i numeri di telefono. 

È più rassicurante?
A mia moglie hanno rubato il cellulare e ha perso tutti i numeri. Un librettino di questo genere non lo ruberanno mai [giocherella con un’agenda di pelle, ndr].

 

Anni fa mi ruppero il vetro dell’automobile a Bruxelles: tutto quello che c’era nel bagagliaio lo trovai sparso sul marciapiede. Avevo dietro solo libri, ovviamente non ne mancava uno. 

 

Vittorio Giardino: che periodo è?
Da quando è uscito Jonas Fink faccio molta fatica a lavorare. 

Perché?
Perché ritengo una sorta di mio dovere accompagnare questo libro dove mi chiedono di accompagnarlo. È da gennaio che non faccio altro che girare da tutte le parti. Normalmente quando lavoro davvero mi diverto anche di più, e me ne sto qui in studio. 

Non ti chiedo neanche cosa preferisci
Abbastanza evidente.

 

vittorio giardino intervista
Nello studio di Vittorio Giardino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Però andare in giro lo senti come un dovere
È comunque una cosa abbastanza interessante, mi gratifica, anche se è faticosa. L’aspetto negativo è che praticamente da gennaio non faccio più niente di serio. Perché io ho bisogno – ma mica solo io… – di una certa tranquillità e continuità per poter lavorare a un libro. Anche se ho imparato a fare una cosa che pensavo non avrei mai saputo fare: ovvero scrivere, ma naturalmente non disegnare, anche nei viaggi. In treno, in aereo.

Disegnare come fai tu in viaggio, la vedo dura
Disegnare non c’è modo, però scrivere sì, qualcosa riesco a fare. Mi auguro di avere un po’ più di tempo in futuro, perché in realtà – e questa è una delle grandi fortune della mia vita – mi diverto molto a lavorare. Ma molto.

 

Quando mi sveglio alla mattina, se potessi venire qui, e potessi non avere telefonate, mail, o giornalisti che vengono a farmi interviste, sarei felicissimo. 

 

Quindi mia presenza a parte, qual è la tua giornata ideale?
La mia giornata ideale è molto noiosa: per un altro. Mentre per me è stupenda. Mi alzo con relativa calma – non lavoro più di notte come facevo da giovane, lavoro di giorno – e di solito comincio verso le 9, 9.30, me la prendo comoda. Di solito continuo fino abbastanza tardi, ma tardi diciamo le 8 di sera. 

Una volta invece?
Facevo i classici orari d’artista, tiravo le 3 di notte, le 4 di notte, però poi mi alzavo alle 11 ovviamente. Faceva molto artista. Stavo giù a Bologna, quindi di notte c’era più silenzio, era più facile avere un po’ di raccoglimento. Con il buio, ma soprattutto per il rumore.

Come superi oggi i blocchi narrativi?
Qui vicino c’è un parco naturale, il Parco dei Gessi: vado spesso a farci una passeggiata al mattino, e incontro sempre qualcuno. Un daino, un cinghiale, una lepre. Molto spesso succede che se ho qualche problema che non riesco a risolvere, di solito qualche intoppo narrativo, be’, quasi sempre l’idea viene camminando. 

I tuoi personaggi ti parlano?
Di solito sì, ahimè non sempre. All’inizio no. All’inizio infatti più che con dei personaggi ho a che fare con delle necessità narrative. C’è un certo intreccio che ancora non funziona bene, e per far funzionare quell’intreccio ho bisogno per esempio di un personaggio maschile di una certa età. Ma sono cose artificiali, non hanno vita. Poi, dai e dai, di solito dopo troppo tempo, piano piano diventano dei personaggi.

 

vittorio giardino intervista
Vittorio Giardino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Cosa succede quando diventano davvero personaggi?
Devo per forza tornare indietro e cambiare quasi tutto quello che avevo fatto, perché loro assumono la loro personalità. E quando tentavo di fargli dire certe cose, il personaggio è come se mi dicesse “Guarda che io non parlo mica così, cambia quella frase, non la direi”, e devo tornare indietro e correggere. 

Quando arrivi a quella fase sei soddisfatto?
Sono molto contento. Prima di arrivare a quella fase lì sono molto scontento. Non preoccupato: scontento. 

Questo per quel che riguarda la storia: poi però c’è da disegnare
Il disegno vero e proprio – non la fase preparatoria – impegna una parte diversa del cervello. C’è un impegno intellettuale, ma in modo diverso. Non saprei spiegarlo. Non è un modo irrazionale di procedere, perché entrambe le cose, sia disegnare che scrivere, hanno una parte razionale e irrazionale e sono molto mescolate, ma è diverso.

 

La differenza è che quando disegno si vede che faccio qualcosa, quando penso, non si vede mica.

 

Chiaro, “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?
Esattamente. Isaac Asimov, anche lui uguale: guardava fuori dalla finestra e pensava. Poi però entrava nel suo studio la donna delle pulizie e si precipitava alla scrivania a far finta di fare qualcosa. Però quel far niente, è faticoso anche quello.

Ti sei annoiato molto? Dicono che annoiarsi faccia bene alla fantasia
Ahi ahi ahi… che domanda. Se fossi furbo mi rifiuterei di rispondere, ma invece ti risponderò, perché a questa età ormai non ho più niente da nascondere. Credo di non essermi mai annoiato in vita mia. 

Neanche da ragazzo?
Ho sempre usato la fantasia, ma non per evadere. L’ho usata perché mi piace viaggiare, ma ho sempre trovato qualcosa di interessante ovunque e sempre. Ed è una cosa, mi rendo conto, un po’ vergognosa… e te ne dico un’altra. Negli ultimi anni sono in una condizione esistenziale tale per cui non saprei desiderare niente di più di quello che ho. 

Sei felice?
Sono talmente felice che mi vergogno. Ho un’automobile molto normale, ma anche se tu mi regali una Ferrari, la vendo il giorno dopo, non mi alletta. Tutte le cose che io desidero, di quelle ottenibili in questo mondo, ecco, le ho. Ho un lavoro bellissimo, la salute, una famiglia. Non saprei cosa desiderare di meglio. Questo ritratto di una persona che non si è mai annoiata, neanche da bambino, ma che adesso è in questa condizione meravigliosa, è il contrario dell’artista.

 

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Nello studio di Vittorio Giardino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Come dovrebbe essere l’artista?
L’artista è uno tormentato, insoddisfatto, annoiato, io no. Non so cosa dirti, purtroppo è così.

Hai detto che hai “voluto” fare il fumettista: hai pubblicato relativamente tardi, sul finire degli anni ’70, quando avevi già trent’anni. Tra il dire e il fare, quanto è stato duro?
È stato molto duro. Io avevo un lavoro gratificante, ero un progettista di alto livello, avevo un paio di brevetti a mio nome, viaggiavo abbastanza come ingegnere, guadagnavo bene. E ad aggravare la situazione ti dirò che avevo già una famiglia e due figlie piccole. Ecco, a un certo punto ho deciso che di quella vita professionale ne avevo abbastanza.

Avevi sempre voluto disegnare?
Sì, ma fino all’età di 30 anni non mi era venuto in mente che potesse essere un mestiere, qualcosa che ti dava da vivere. A un bel momento ho deciso – sono pur sempre un ex ingegnere, una persona abbastanza responsabile – di provare a fare le due cose contemporaneamente. Continuare a fare l’ingegnere un po’ part-time e fare fumetti nell’altra parte del tempo. Mi sono accorto che non era possibile, perché entrambi i mestieri assorbono molto. Finché ho deciso di lanciarmi in questa avventura. 

Che anno era?
Non vorrei sbagliarmi, il 1978. Qualcosa del genere. Perché i miei primi fumetti pubblicati se non sbaglio sono nel 1979. Un anno prima.

 

Sam Pezzo è del 1979
Io mi sono lanciato in questa avventura, oggi lo posso dire, in modo del tutto sconsiderato. Mi sono lanciato un po’ al buio, ho avuto una fortuna sfacciata, se ci ripenso adesso, bah… ho vinto la lotteria.

 

Che ti ricordi di quel periodo?
Per arrivare a mantenermi con i fumetti avevo circa due anni. Sono arrivato lì lì. In quell’anno e mezzo in cui non ho pubblicato niente – anche perché facevo delle cose orrende, bruttissime – ho lavorato il massimo del tempo che potessi ogni giorno, tutti i giorni, anche il giorno di Natale, anche l’ultimo dell’anno. Ma questo è l’unico merito. Poi che sia andata a finire bene è dovuto a una serie di circostanze: la prima è probabilmente che abbia ascoltato una radio privata, nel 1978, giù di lì, dove c’era una rubrica settimanale. Si chiamava Segnali di fumo.

Volevo proprio chiederti di Luigi Bernardi e di Segnali di fumo
Luigi Bernardi al tempo era un giovanissimo studente universitario e conduceva la trasmissione. Siccome la sede della radio era 300 metri da casa mia, un giorno ho detto “Io ci vado”. Prendo i miei foglietti e vado a farli vedere a questo, che non sapevo chi fosse, ma che ne sapeva così tanto di fumetti. 

Com’è andato il vostro primo incontro?
Anni dopo Luigi mi ha detto che le prime cose che ha visto erano talmente orribili che ha pensato “Ma questo è proprio negato, non ce la farà mai”. Però è stato così gentile, non me l’ha detto in faccia. Attorno a Luigi poi c’erano altri 3 o 4 ragazzi, ma io avevo 30 anni e loro 20, eravamo esordienti tutti, ma con una bella differenza di età.

 

vittorio giardino intervista
Vittorio Giardino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Al tempo dieci anni erano una distanza siderale
Io avevo già una famiglia… e loro poi erano molto più bravi di me. Avendo visto le cose che facevano loro mi sono dato una regolata. “Ragazzi, qui quello che sto facendo effettivamente fa schifo. Sarà meglio che cominci a migliorare” e ho lavorato piuttosto sodo.

In quegli anni, nel 1979, esci su Il Mago: che rivista era?
La rivista regina del tempo era Linus. In Mondadori però qualcuno aveva detto “Ma cosa ci vuole a fare Linus?” facciamone uno uguale, e si chiamava Il Mago. Sul Mago non è che girassero tanti soldi, però rispetto alle fanzine che erano solo gloria, era comunque un inizio. Ero super soddisfatto, anche di continuare a lavorare sodo, perché alimentare una rivista è stata una grande scuola: dover rispettare delle date di consegna, dovere quindi fare i conti anche con i tempi, e non dire “Mah, insomma, quando ho voglia lavoro”. In quel periodo mi è capitato di fare qualche notte in bianco.

 

Peggiore notte in bianco di sempre?
Il mio record è 72 ore al tavolo da disegno.

 

Passate le 50 ore mi cadeva la testa così, PAM, mi svegliavo perché cadevo sul tavolo, mi svegliavo, continuavo un po’… adesso non lo farei più.

A un bel momento Il Mago chiude però
Quando credevo ormai di essere arrivato alla famosa “fine dell’inizio”, la Mondadori decide di chiudere la rivista. È stato il secondo spartiacque, lì erano passati circa due anni dal mio abbandono dell’ingegnere, potevo tornare indietro. Potevo tornare alla vita di prima.

Anno? 1981?
Sì, 1981, forse anche 1980. E invece lì decisi con incoscienza totale – altro biglietto della lotteria vinto – di fare una storia. Avevo in mente una storia lunga e così mi sono detto: “Sai cosa faccio? Faccio una storia lunga, non ho un editore, ma intanto la faccio“, e anche lì dandoci dentro è venuto fuori Rapsodia Ungherese. Pubblicata da quel pazzo di Luigi Bernardi, che aveva fondato una casa editrice. Venne poi anche pubblicato in Francia. Continua a vendere ancora oggi, il libro è uscito nel 1982. 

Li ti sei sentito uno che disegnava per vivere?
Ho capito a quel punto che probabilmente ce l’avevo fatta a diventare un professionista. Una volta arrivato a pubblicare un libro in Francia, e che in Francia aveva venduto, ho cominciato a pensare che se ne facevo un altro magari si vendeva anche quello… di lì in poi le cose hanno cominciato a decollare. 

 

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Vittorio Giardino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Cosa c’è di diverso oggi per chi arriva a pubblicare una storia a fumetti?
In quegli anni, gli anni ’80 e ’90, era molto difficile pubblicare il primo libro, veramente una cosa infernale. Ma di solito se uno pubblicava il primo libro, pubblicava anche il secondo. L’editore prima di compromettersi a lanciare un esordiente ci pensava quattro volte, ma una volta che l’aveva lanciato ci investiva anche. 

Enrico Ruggeri aveva detto la stessa cosa a proposito dell’industria discografica di quegli anni: quando era uscito dai Decibel il suo primo disco andò malissimo, ma i discografici gli dissero “Tranquillo, vai avanti
Giusto, proviamo il secondo, magari il secondo funziona. Sto notando oggi con tanti colleghi giovani che è l’inverso: è diventato abbastanza facile pubblicare il primo libro, però siccome c’è un surplus di produzione pazzesco, il libraio stesso non ha posto dove metterti, va a finire che il libro non lo vede nessuno.

Quale delle due situazioni è la migliore?
Non so delle due quale sia la situazione migliore, anche se di mio preferisco quella di un tempo. Crea meno illusioni. Adesso diventa una delusione tremenda dopo il primo libro sentirsi dire di no. Al tempo era molto difficile cominciare.

 

Se dovessi dare un consiglio a un qualunque giovane che vuole fare il professionista del settore direi che a fianco del talento e altrettanto importante, ci vuole una dote di carattere. Perché le sberle sono assicurate.

 

La vita ogni tanto ci prende a schiaffi
E uno deve avere la forza di resistere. La prima volta che ti dicono di no quando tu hai fatto un libro, che potrebbe essere un film, una canzone, un romanzo, così via, quello non è solo il tuo lavoro. Quello sei tu, è gran parte di te, quindi quando ti dicono “Non va” non dicono solo che il libro è brutto: dicono anche che tu sei un disastro. L’importante è che tu riesca a tornare a casa, fare un piccolo pianto, sfogarti, e ricominciare a lavorare.

Serve anche prendersi delle porte in faccia?
Col tempo mi sono quasi convinto che sia giusto. Che in qualche modo formi una sorta di scrematura tra quelli che sono davvero molto motivati e quelli per cui tutto sommato era una specie di sogno un po’ velleitario. Io dico sempre: se ti piace disegnare, se ti piace raccontare storie, ma ti piace davvero, non ti fermerà nessuno. Se invece vuoi fare l’autore di fumetti per diventare ricco e famoso, allora sarà una brutta faccenda. Sarà dura. Se invece davvero è la cosa che ti interessa, è solo questione di resistere abbastanza; ma ce la si fa.

 

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Vittorio Giardino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Uno impara ad avere un suo stile
Mi dicono spesso che io sono l’autore più belga del fumetto italiano, la linea chiara, eccetera. Oppure altri giovani autori mi dicono “Ma come ha fatto lei a scegliere il suo stile?”. La mia risposta vera, sincera, è questa: io non ho mai scelto uno stile. Non mi sono mai posto questo problema, mi sono sempre posto un altro problema. Vorrei raccontare una certa storia, come faccio – anche rispetto alle mie capacità tecniche – a raccontarla nel modo più efficace? E ci ho provato. Punto. 

Hai detto che il fumetto esisterà sempre
È molto semplice. Nella misura in cui un uomo ha voglia di raccontare storie, il fumetto è uno dei mezzi più liberi ed economici. Hai bisogno solamente di un po’ di fogli di carta, e poi, i miei strumenti di lavoro sono qui… la china, i colori, gli acquerelli, con qualche euro hai già finito.

 

Tu puoi disegnare un fumetto di fantascienza, con lo stesso costo materiale dei Peanuts. Con lo stesso costo puoi immaginare mondi straordinari, pensa a Moebius… 

 

Puoi fare quasi tutto
Tu puoi fare una fotografia a un paesaggio, a un personaggio, ma non puoi fotografare Paperino. Perché non c’è. Paperino lo puoi solo disegnare, non c’è speranza. Il fumetto è contemporaneamente potentissimo e molto economico, ti consente qualsiasi forma di espressione a bassissimo costo. 

Difetti?
Nella vita non c’è niente di perfetto, te ne dico due. Il primo: questa libertà assoluta ce l’hai finché tu disegni, ma poi per pubblicare diventa un’altra faccenda. L’altra cosa invece ha a che fare con il mezzo in sé, è la debolezza del fumetto, che però è la stessa debolezza del romanzo. Per leggere un fumetto bisogna girare le pagine. 

Be’, normale direi!
Girare le pagine è un’operazione faticosissima, spaventosamente faticosa. Mentre stare davanti a uno schermo – apparentemente – è molto meno faticoso. Se per caso tu sei stanco morto la sera e sei davanti a uno schermo, ti addormenti un attimo, lo schermo va avanti lo stesso. Ma se tu ti addormenti con un libro le pagine non si girano, resti sempre sulla stessa pagina. Al di là degli scherzi, decifrare una scrittura di un libro anche disegnato, è un’operazione intellettualmente molto più complicata che guardare uno schermo.

Nei tuoi fumetti poi c’è molto cinema
I miei fumetti sono pieni di furti cinematografici. Sono pieni. Alcuni sono in realtà nelle mie intenzioni delle citazioni. Altre volte sono proprio dei furti. Ma se non te lo dico io, non sai da dove ho rubato. Perché non sono delle copie, sono dei furti. È tutta questione di capire come hanno fatto certi romanzieri, o certi registi, a darti una certa cosa e adattarla alla tua storia.

A proposito di storia: hai vissuto nel pieno della Bologna del ’77, un momento cruciale per la storia del fumetto italiano. Al tempo sei entrato in contatto con quel mondo?
Sì, anche se questo famoso gruppo bolognese del ’77 aveva in media circa dieci anni meno di me. Più o meno. Io li ho conosciuti tanti, non tutti, ma tanti, ma non li ho mai frequentati, perché quei dieci anni di differenza facevano una grande differenza di vita e forse anche di cultura.

Tu avevi già una famiglia allora?
Sì, e poi avevo già una famiglia nel momento in cui tutti loro erano lontanissimi dalla vaga idea di farsela… avevano se andava bene una fidanzata, di solito ne avevano più di una. Quindi anche problemi un po’ diversi. I problemi di vil denaro erano più laschi: perché di solito, quelli che ho conosciuto io erano tutti fuori sede e “pagava la mamma”, per intenderci. Poi c’era una ragione culturale. Quei dieci anni di differenza erano anche dieci anni di riferimenti culturali.

 

La musica di riferimento per me era John Coltrane, era qualcosa di vecchio e superato per i miei colleghi, a loro piacevano i Ramones.

 

Hai incontrato ai tempi anche Andrea Pazienza
Pazienza è probabilmente il più grande talento naturale che io abbia mai visto, un disegnatore “nato”, così. E secondo me per lui questa è stata una disgrazia: gli veniva tutto troppo facile, tutti si approfittavano di lui, a volte era una cosa triste da vedere. Ho visto disegnare molti colleghi, anche Moebius – uno dei più grandi disegnatori di fumetti del secolo – però Andrea era davvero un talento naturale unico. Se tu gli davi in mano una bacchetta del ristorante cinese e una tazzina di caffè, lui la intingeva nel caffè e ti tirava fuori una cosa meravigliosa. Sembrava avesse sempre usato qualunque tecnica, ma data la sua età era impossibile, aveva poco più di vent’anni. Era “nato imparato” come nessun altro. 

Che altro ricordi di Paz?
In quegli anni la critica comune a Pazienza era “Che disegnatore meraviglioso, ma come narratore bisognerebbe che facesse le cose su testi altrui”. Io ho sempre detto il contrario: che secondo me era bravissimo negli argomenti che trattava. Era ed è perfetto, riusciva a sintetizzare in una battuta un universo di una certa generazione, di un certo ambiente.

 

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Vittorio Giardino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Saltiamo a oggi: ti piace Zerocalcare?
Non conosco tutto quello che ha fatto, ho letto alcune cose. È molto meno di rottura e di avanguardia di quello che sembri, ma a me sembra bravo, non mi dispiace, almeno parlo de La profezia dell’armadillo. Ho l’impressione che sia una sorta di nipotino di Andrea Pazienza. Che faccia un’operazione simile, con una differenza: che Andrea Pazienza aveva un talento smisurato nel disegno, mentre Rech è bravo a disegnare, ma Pazienza era un’altra cosa.

 

Hanno in comune una grande attenzione ai coetanei, alla loro generazione, ai dubbi, ai problemi, e la capacità di esprimerli bene. In questo, onore al merito.

 

Vittorio: c’è qualcosa che ti fa paura oggi?
Mi spaventa la situazione politica. Non riconoscere alcuni segni di deriva che secondo me in altri anni si sono già verificati. Non in un copia e incolla, intendiamoci, è tutto molto diverso. Però questa idea che si possano risolvere i propri problemi identificando un nemico, è qualcosa che che io credo sia già successo: ed è qualcosa che ha degli esiti terribili, se viene percorso con sufficiente tenacia. 

Non è un fenomeno solo italiano poi
È questa onda generale che sta alzandosi in Europa, di cambiamento dell’opinione pubblica, che sembra ignorare quello che è già successo. Veder rinascere i nazionalismi è qualcosa che veramente mi spaventa. Non solo mi spaventa, ma mi fa immaginare complicazioni pesanti nella mia vita professionale, perché io sono assolutamente un autore europeo. Lo sono di cultura, di formazione, di mercato. C’è una sorta di onda che è difficilissimo arrestare temo. Io farò del mio meglio, per quel che posso. Ma io faccio solo fumetti.

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Luz