La rivoluzione delle ragazze

La rivoluzione delle ragazze

Da #QuellaVoltaChe a #MeToo, dalla politica alla musica, da Weinstein a Cristiano Ronaldo: Giulia Blasi e il bilancio di un anno che ha cambiato tutto

Giulia Blasi, scrittrice, giornalista, conduttrice radiofonica nata nel 1972. Un libro con Einaudi nel 2009 – Nudo d’uomo con calzino – e altri tre a cadenza regolare fino al 2017. Giulia Blasi è però anche e soprattutto la voce di #QuellaVoltaChe, il #MeToo italiano partito prima di quello degli Stati Uniti.

In prima linea a raccontare e amplificare sui social media (e non) che cos’è l’ondata femminista emersa nel dopo Weinstein, Manuale per ragazze rivoluzionarie, in libreria dal 30 ottobre per Rizzoli, è il suo modo di portare avanti un discorso che tocca tutte e tutti.

Soprattutto in un periodo storico non dei migliori per essere donne, né in Italia, né nel mondo.   

Giulia Blasi: che momento è per essere donne oggi in Italia?
Per essere donne è un pessimo momento, mentre per essere femministe è un ottimo momento, le due cose sono come le convergenze parallele. Il femminismo diventa più vivace, più feroce, più attivo nel momento in cui le cose vanno male. E in questo momento le cose vanno oggettivamente male.

Da Pillon in poi in Italia non tira una bella aria
Dobbiamo vedercela con un governo di estrema destra: un governo di estrema destra che sta cercando in maniera molto aperta e per nulla passivo-aggressiva di ridurci in schiavitù. Per esempio con l’assalto chiarissimo e dichiarato alla Legge 194.

Oltre per la 194 di cosa c’è da avere paura?
La 194 è parte di un progetto molto più ampio che chiaramente tenta di portare le donne a una condizione pre 1948. Quindi pre diritti civili, pre voto, pre presenza sul mercato del lavoro nel mondo. Perché c’è un’ideologia religiosa fondamentalista che prevede che le donne siano ancelle. Ma non le ancelle della Atwood: proprio in senso biblico, di servitù all’uomo. 

Follie pericolose
È un assalto specifico e chiarissimo ai nostri diritti civili. E in tutto il mondo a noi donne stanno dicendo in maniera molto chiara che la nostra opinione non conta nulla. Per cui se 200mila donne brasiliane, o 300mila, non ricordo, scendono in piazza e dicono “No, Bolsonaro no” questa cosa qua non conta niente e Bolsonaro vince comunque le elezioni. 

Al di là delle istanze femministe e delle donne, da Bolsonaro a Salvini sul mondo soffia un vento di destra
Succede sempre così quando ci sono i grandi cambiamenti, quando ci sono i grandi risvegli.

 

Quando il mondo sta per arrivare a un punto di libertà, il patriarcato che non ha solo a che vedere con il maschilismo, ma in generale con il nostro sistema economico sociale e culturale, dà il colpo di coda. Perché ha paura di essere sconfitto.

 

Ora: il patriarcato non è un animale, una cosa, è un sistema complesso fatto di persone. E le persone hanno il terrore del cambiamento.

Quelle persone hanno paura di perdere il potere?
Del cambiamento, neanche di perdere il potere. Non vogliono che il mondo cambi. 

C’eravamo illusi che in termini di diritti civili le cose col tempo non potessero che migliorare: stiamo tornando indietro?
Martin Luther King dice una cosa che mi tatuerei: la curva della storia tende alla giustizia. Non è un percorso lineare. E in questo momento stiamo andando indietro, soprattutto perché votano ancora i vecchi. E i vecchi non vogliono andare da nessuna parte. Se tu vedi le statistiche di voto delle presidenziali americane i giovani sono praticamente assenti, se avessero votato avrebbero votato in grande maggioranza per Hillary Clinton, o se avessero votato alle primarie avrebbero scelto Bernie Sanders. 

 

giulia blasi intervista
Giulia Blasi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Parliamo di musica. Tempo fa M¥SS KETA ci aveva detto: “Ho ricevuto critiche per qualsiasi cosa: la canottiera, il braccio, la gamba, la scarpe. Tutti gli altri rapper avevano ricevuto critiche solo sulla musica
La musica è sempre stata un ambiente profondamente maschilista, per molto tempo non se ne è accorta semplicemente perché le donne erano talmente poche che non si rendevano neanche conto. Se stai sempre tra maschi non è che ti rendi conto di essere maschilista. È come se i rapper italiani in parte avessero mutuato i codici dei rapper americani senza metterli in discussione.

 

Quando vedo la Dark Polo Gang sbracata sul divano che dice “Bitch”… mi sento profondamente la Sora Lella e vorrei andare a prenderli a ciabattate, tantissimo.

 

Per me non sanno neanche cosa stanno facendo: è giusto imitazione di un codice
Sono persone che non hanno mai fatto un pensiero elaborato sulla vita, sono dei ragazzini che hanno scoperto di saper fare una cosa che facevano gli americani, l’hanno fatta per primi in Italia, hanno fatto i soldi, a posto così. Perché dovrebbero cambiare? Poi c’è una parte dell’hip hop – soprattutto romano – che ha un atteggiamento completamente diverso: i Colle der Fomento, sono andata a vederli non so quante volte e i loro concerti iniziano con “Massicci e massicce”. Loro non si dimenticano mai che ci siamo anche noi. Poi loro son tutti maschi, ok…

Va be’, è andata così
Massì, è andata così e basta, va bene. Rancore, stessa cosa. Non c’è quell’elemento. Poi ci sono quelli che non sono dei rapper, tipo Coez, che è il re della presa male amorosa, perfino il disco di Achille Lauro è romanticissimo.

Achille Lauro poi ha questo stacco tra apparenza sua e contenuto
Tamarrissimo e romanticissimo, a me è piaciuto molto. C’è comunque una divisione tra chi ha messo in discussione un certo tipo di codici e chi no. 

Per esempio Ghali?
Sì, lui è molto interessante da quel punto di vista. È perfetto, e racconta una cosa ancora diversa: un ragazzino di origine straniera che diventa una superstar, è una cosa ancora più complessa. 

Tornando a M¥SS KETA: possibile che nel 2018 per essere liberi dobbiamo ancora metterci una maschera?
Eh, sì. Le vite dei più giovani poi in questo momento sono vite “curate”. Tu ti fai il selfie, ma lo filtri, oppure ti metti la maschera da cagnolino, non sei mai veramente tu. Anche perché la fotografia è una bugia comunque, io mi faccio le foto, ma la persona che c’è nella foto non sono io.

Non c’è niente di più bugiardo delle fotografie
Basta che io mi sposti verso la finestra posso avere 46 anni, oppure 25, dipende.

 

Soprattutto per i millennial la finzione è la base del comunicarsi agli altri, c’è questa sensazione di vivere in vetrina. Per loro è normale: come noi abbiamo imparato a usare il telefono o il videoregistratore, loro usano i social.

 

Noi, Generazione X, siamo un po’ più timidi mediamente, perché siamo cresciuti nell’epoca del diario segreto, col lucchetto, è un’altra cultura. E non bisogna giudicarli tra l’altro. Hanno dei problemi diversi da quelli che avevamo noi.

È un’altra cosa
Noi avevamo dei problemi come l’isolamento, la mancanza di contatto con persone che ci somigliassero, muoversi in circoli molto stretti soprattutto se sei in provincia, lo scarso accesso a idee, culture, lingue, identità diverse dalla nostra. Loro vivono costantemente guardandosi e facendosi guardare. 

In Manuale per ragazze rivoluzionarie fai una distinzione tra femminismo pop e un femminismo più autentico
Che è il femminismo femminismo! C’è il femminismo e c’è il femminismo pop. Premetto che è un bene che esista il femminismo pop, perché il femminismo pop significa che il femminismo è diventato socialmente desiderabile; è un bene che ci sia Beyoncé con la scritta “Feminist” alle spalle. Quello che però trovo che sia carente nel femminismo pop, quindi il video motivazionale di Freeda per capirci, è che non rappresenta il femminismo come una filosofia, una corrente di pensiero, un’identità e una pratica, te lo presenta come “Ehi ragazze! Possiamo fare tutto!”. Soprattutto perché non è vero, puoi fare quasi tutto: se sei bianca, eterosessuale, cisgender, europea…

Se diciamo sei tunisina, lesbica e nata a Catanzaro è un’altra cosa
Magari ce la fai lo stesso, ma ti devi fare un mazzo a tarallo.

 

Quindi attenzione, non è proprio così, non è vero che “Possiamo fare tutto”, perché poi si finisce col colpevolizzare chi non ce la fa, è una logica del vincente patriarcale, non è femminista.

 

Inoltre spesso questo femminismo si appoggia sull’individualismo, per cui “Lei ce l’ha fatta, magari facendo morti e feriti?”. Allora la usiamo come icona. 

Margaret Thatcher, per fare un nome
Una persona che ha fatto milioni di disoccupati, delle donne non gliene poteva fregare di meno, si è circondata di uomini tutta la vita, se fosse nata maschio sarebbe stata molto più felice, perle o non perle, cappello o non cappello, non possiamo dire che è un’icona femminista soltanto perché è stata la prima donna primo ministro. Perché ci è riuscita mutuando le stesse tecniche degli uomini, non ha cambiato nulla. Che senso ha? Quello non è femminismo, è individualismo, che ci può pure stare eh. 

 

giulia blasi intervista
Giulia Blasi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Anche perché è l’epoca dell’individualismo
È sempre stata l’epoca dell’individualismo, il patriarcato prevede il trionfo individuale. Se fai in modo che tutto quello che è associato alle donne sia inferiore, automaticamente fai sparire una parte della cultura femminile basata sulla collaborazione, sulla gregarietà, sul lavoro di squadra, sulla vicinanza, sul sostenersi a vicenda, sulle relazioni umane, sulla cura, la premura. Su tutta una serie di cose che non vengono mai associate al grande capitano d’industria. Tu non è che dici che Montezemolo è un uomo premuroso. 

Figuriamoci
Collaborativo? No. È il grande capitano d’industria. È il mito dell’uomo forte al comando, in una società verticale, dove c’è uno che vince e uno che perde, uno che comanda e uno che no. La nostra società è profondamente patriarcale perché ha rinunciato a guardare le idee, ma vuole soltanto l’uomo forte al comando.

In politica oggi è il campo dove è più evidente?
Anche a sinistra.

 

È impossibile far capire alla dirigenza del PD che non possono continuare a giocarsela tra maschi parlando di chi comanda ma non di cosa vogliono fare. E Renzi aveva lo stesso problema: “Faccio io!”. 

 

L’uomo forte al comando
E le donne cooptate, anche quelle brave. L’ultima candidata alle primarie del PD è stata Laura Puppato, erano le primarie del 2012. 

A proposti di parità tra sessi, nel libro parli di parità formale e parità sostanziale. Puoi spiegare di cosa si tratta?
La cosa fondamentale da cui partire è il pregiudizio di genere. C’è uno studio che cito nel libro che dimostra come dai 6 anni in poi noi cominciamo a vedere gli uomini come automaticamente più autorevoli rispetto alle donne. Questa cosa non si attenua crescendo, e continuiamo a vedere gli uomini automaticamente come migliori, più bravi, autorevoli rispetto alle donne. È una cosa che ci viene spiegata quando siamo piccoli: pensare che donna sia meno valido rispetto a uomo. L’uomo è più autorevole, ha più diritto di spiegare il mondo, di fare le cose, ha più diritto di stare là fuori. Questo è anche legato al fatto che oggettivamente gli uomini hanno più possibilità di muoversi nel mondo. 

A proposito di questo, hai intitolato un capitolo “Essere Carlo Calenda
Sì, a proposito della totale mancanza di autocoscienza. Io lo so che la mia posizione rispetto a una donna di colore, disabile, lesbica, trans, è migliore. Come donna bianca ho possibilità che una donna non bianca, non ha. O comunque deve faticare molto di più per avere. C’è una scala del privilegio che in cima ha gli uomini bianchi di mezza età, cisgender, con la cravatta – i Calenda, diciamo – e poi scendi pian pianino fino all’ultimo gradino dei fuori casta. Persone a cui nessuno è incline a dare credito. Che so, i nomadi. 

Parlavamo di parità forma e sostanziale
Noi abbiamo la parità formale: secondo la nostra Costituzione gli uomini e le donne sono pari davanti alla legge. La parità sostanziale però è una cosa che non esiste. Numero uno, perché anche nella Costituzione per le donne si conserva “l’essenziale funzione familiare”; anche nella nostra Costituzione è scolpito il fatto che noi siamo deputate alla cura della casa. Ora, nel 1948 era una cosa normale. Nel 2018 è una pugnalata. E diciamo che non mi aspetto la cambi il governo in carica.

Non mi pare sia il clima migliore
Detto questo non c’è uguaglianza formale in nessun caso, perché comunque se ci pensi le coppie omosessuali non si possono sposare. Che parità formale è? Non c’è parità. Una maggioranza di orientamento ha deciso che se sei omosessuale la tua sessualità non è degna di essere riconosciuta, pertanto niente matrimonio.

 

Questo ci dovrebbe ricordare tutti i giorni che ogni diritto delle donne, dalla 194 allo stupro come reato contro la persona e non contro la morale, all’abolizione del delitto d’onore, sono tutte concessioni. Potrebbero essere revocate.  

 

Parlando di femminismo in Italia, a me pare che tra generazioni ci si capisca poco. Pensa alle posizioni della Aspesi, o Mara Venier, che tu metti nel campo della “sessualità attendista”: non gliene si può neanche fare una colpa
Uno dei problemi del femminismo italiano è il dialogo interno. Dopodiché, cosa le dici a una donna di 80 anni, che è cresciuta con un certo modo di vedere il mondo, e chissà cosa diranno le ragazze a me! Non sono nella posizione io di dire alle ragazze come dovranno vivere la loro sessualità tra vent’anni. 

A proposito di generazioni: chi ha vent’anni oggi mi sembra molto più avanti su di noi, che il lavoro sia da fare sulla nostra di generazione di trenta-quarantenni
Non so quanto si possa lavorare su una generazione che ormai ha 40 anni. O sei già aperto e disposto a metterti in discussione, allora è solo una questione di sbrogliare la matassa, una questione di maturazione. Sta crescendo una generazione di uomini consapevoli, che hanno adottato il femminismo senza cambiarne il nome. Tu non è che cambi nome al marxismo perché “non ti va”, il femminismo ha una dignità e una storia.

 

giulia blasi intervista
Giulia Blasi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

#QuellaVoltaChe e #MeToo: tu sei stata la protagonista di quel momento in Italia. Ti intervistavano in continuazione
E ho voluto far passare quattro concetti chiave: siamo incazzate, abbiamo sofferto troppo a lungo, è ora di smettere di stare zitte, e infine che questi non sono casi individuali ma che è un problema sistemico. 

Ha funzionato?
Ha funzionato anche in prospettiva, perché comunque noi siamo finite “mangiate” da #MeToo: tu adesso dici un anno di #MeToo, non di #QuellaVoltaChe, anche se abbiamo iniziato prima noi. Le americane si sono mangiate tutto, perché hanno fatto tutto molto più grosso, molto più manicheo. Perché sono gli americani e soprattutto perché le femministe americane ogni tanto qualcuno le caga, mica come da noi!

Molto di questo movimento è passato dai social media: da Weinstein a #QuellaVoltaChe, da Asia Argento a Rose McGowan, Twitter è diventato una specie di luogo di autocoscienza. È così?
È stato così, assolutamente. Sui social è molto facile far arrivare un messaggio usando i propri canali in maniera intelligente. Io non ho moltissimi follower su Twitter, circa 17mila; non è un numero straordinario, ma sono tutti “miei”.

 

I follower non sono come i voti: non si contano, si pesano
E il mio focus è diventato andare all’attacco non giocare in difesa, non essere reattiva ma essere proattiva. E poi non passo il tempo a ritwittare Salvini nudo, oppure ogni scemenza che viene prodotta da questo governo di incompetenti. 

 

Anche perché condividere quei contenuti gli dà una mano
Esatto: se lo fai, stai aiutando Salvini. Ormai tutti i social media che si basano sulla condivisione sono gestiti da un algoritmo e premiano i contenuti più condivisi. Le condivisioni indignate dei post di Salvini non solo condividono il messaggio, quindi lo fanno arrivare a più persone, ma aiutano il post a “salire”, quindi la gente se lo trova in timeline. Sono settimane, mesi che continuo a ripetere la stessa cosa. Ho provato a farlo anche spiegandolo col matrimonio Ferragnez. Non l’ho seguito. Non me ne fregava nulla, ma dai social sapevo tutto: tutto. Il vestito, le promesse nuziali, i ragazzini, altri ragazzini, le promesse di nuovo, il vestito di nuovo. 

Sapevi anche se non volevi saperlo: applicare il modello Ferragnez a Salvini
Esatto. È quella cosa lì. 

 

giulia blasi intervista
Giulia Blasi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Le forze di governo in Italia hanno conquistato il campo dei social media: dici che dura?
Gli italiani hanno impiegato vent’anni a liberarsi di Berlusconi, ma in quei vent’anni di Berlusconi solo nell’ultimo terzo c’erano i social media. 

Dici che cambia qualcosa?
I social media accelerano tutto. Il tempo di dimezzamento dei leader è molto più rapido, perché le persone si parlano più rapidamente. Renzi è passato al 40% al 18% nel giro di tre anni. E aveva un consenso pazzesco.

 

A un anno dal caso Weinstein, su cosa non si tornerà più indietro?
Sul rovesciamento della prospettiva.

 

Non scarichiamo più la colpa sulla molestata, smettiamo di parlare di cosa fanno le vittime, ma abbiamo cominciato a parlare del perché gli aggressori si sentono di fare quello che fanno. Un’altra cosa che è cambiata ancora di più è la percezione che sia un problema sistemico e non un problema individuale.

Sul caso di Cristiano Ronaldo i media italiani non mi pare stiano dando una grande prova
Da quello che sappiamo dal leak di cui è entrato in possesso Der Spiegel c’è una conversazione registrata dei suoi avvocati in cui lui dice “Lei ha detto no, e poi le ho chiesto scusa” ed è questo il dettaglio che ti fa pensare che sia tutto vero. L’assoluta coerenza con la linea di pensiero per cui tu hai diritto a quel corpo. Hai diritto a usare quel corpo e lo usi come vuoi. Figurati se in Italia i giornali sportivi si vogliono mettere contro la Juventus; quando lo stavano comprando, sapevamo anche quando andava in bagno, è diventato improvvisamente San Cristiano da Lisbona.

Natalia Aspesi ha detto a Vanity Fair che il movimento è già finito, scomparso come tutte le cose che hanno fatto le donne mettendosi insieme. Tu dici spesso che i risultati si vedranno tra 50 anni
#MeToo non è un movimento, è un episodio dei movimenti femministi. È la cosa che definisce la mia generazione, perché è stata fatta dalla mia generazione: da me in Italia, da Alyssa Milano in America, da un’altra giornalista francese mia coetanea in Francia, insomma, è stata guidata dalle quarantenni. Perché abbiamo la presenza di spirito, i nervi, la sicurezza di noi stesse per poterla fare. Per poterla gestire. È stato il grande atto femminista della nostra generazione.

Sapiens
By
Luz