Per un futuro più umano 

Per un futuro più umano 

Contro il “presentismo” e il tutto e subito: vademecum del sociologo Francesco Morace per vincere le sfide del domani con innovazione e umanità

Consulente di aziende e istituzioni italiane e internazionali, Francesco Morace, sociologo napoletano trapiantato a Milano, è il fondatore e presidente di Future Concept Lab: almeno dal 1989 scruta il futuro e cerca di immaginarlo.

Docente in social innovation al Politecnico di Milano, Morace lavora nell’ambito della ricerca sociale e di mercato: siamo andati a trovarlo in vista dell’uscita di Futuro + Umano. Quello che l’intelligenza artificiale non potrà mai darci (Egea) e della tappa milanese del Festival della Crescita, dal 18 al 21 ottobre al Palazzo delle Stelline.

Il futuro è sempre stato al centro dei tuoi studi. Mark Strand diceva che “Il futuro non è più quello di una volta” non tanto per i contenuti, quanto per l’orizzonte temporale. Sia nelle aziende che nella politica, è sempre più ravvicinato
È così. Oggi è sempre più difficile presentare una previsione a medio-lungo termine, non tanto perché è difficile farla – anche se è sempre complessa – quanto perché nessuno la vuole più. C’è questa ossessione per il presente-prossimo, per il dopodomani mattina. Il “presentismo” più assoluto lo vediamo oggi in politica, dove vale la regola del “abbiamo promesso delle cose ai nostri elettori e dobbiamo dargliele subito per avere il consenso”. Parlare di futuro sta diventando sempre più complicato e spesso getta le persone nell’ansia. Questo ha fatto cambiare anche la nostra attività. 

In che senso?
In passato alle aziende vendevamo le tendenze e, avendo una visione di medio e lungo termine, riuscivamo a ragionare in termini di scenari a 5-10-15 anni; questa era la nostra principale attività: ricerca, consulenza strategica. Oggi vendiamo soprattutto formazione per manager e imprenditori. Sono loro che ci chiedono di poterli aiutare a navigare in queste acque tempestose dell’oggi. 

Una delle parole che emerge nella prima parte del libro è “capriccio”, sia individuale sia collettivo: è un termine altrove poco esplorato, ma che racconta bene questo tempo
È un’evoluzione delle economie mature come la nostra. Negli anni ’60 e ’70 l’uomo doveva soddisfare i bisogni, quelli della parte medio-bassa della piramide di Maslow, poi dagli anni ’80 e ’90 sono arrivati i desideri, che facevano parte della sfera dell’immaginario e rappresentavano anche un segno di apertura sul futuro. Il passaggio dal desiderio al capriccio di questi tempi è una sorta di regressione, ed è figlia di una libertà senza limiti.

 

Anche nel campo dei consumi il rischio dell’iperscelta è quella dell’ossessione su una singola cosa, come succede ai bambini. 

 

L’atteggiamento dei divi
Esatto, è la dimensione dello star system. Oggi c’è un individualismo sfrenato, un’impazienza totale e poi c’è anche la pretesa, che è tipico delle società mature che hanno assaggiato l’abbondanza, pensiamo alla caduta dell’Impero Romano. 

In politica questo capriccio diventa quasi un dispetto, una posizione ricattatoria
Mi sembra sia sotto gli occhi di tutti. Il capriccio in fondo non è una grande libertà, perché ti rende passivo e dipendente dai tuoi stessi capricci e dalle opinioni che ti sei già fatto. 

 

francesco morace intervista
Francesco Morace © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Che ruolo hanno la rete e i social in questo caso?
Enorme. Anche perché hanno giocato su un paradosso. All’inizio si poteva pensare che avendo a disposizione lo scibile umano, si potevano incontrare tanti punti di vista e costruirsi così un’opinione. Invece purtroppo sta avvenendo il contrario: quindi vai alla ricerca di chi la pensa come te e, soprattutto, c’è chi con gli algoritmi fa in modo che tutto questo accada. Perciò le persone, in modo spesso non consapevole, entrano in contatto con tutto ciò che hanno già scelto o con chi già la pensa come loro. 

Come si può contrastare tutto questo?
Nel libro ne parlo ampiamente. È necessario trattare l’algoritmo come bene comune. Dobbiamo essere più consapevoli su quali algoritmi vengono scelti per gestire le informazioni e le nostre scelte. Bisogna cercare di rompere questa eccessiva semplicità che cerca di avere la meglio sulla complessità, pena una totale passività.

Molti intellettuali stanno affrontando il tema dell’influsso della tecnologia e del digitale sulle nostre vite. Pochi giorni fa è uscito il libro nuovo di Baricco…
Che ho appena finito di leggere. È interessante la metafora del videogame, cioè quello di vivere la vita in una modalità che è fortemente fruibile e divertente, in cui però tu giocatore diventi passivo perché hai una quantità enorme di stimoli da gestire.

 

Nel libro Baricco dice una cosa apparentemente banale ma essenziale, e cioè che la difficoltà sta nel fatto che mentre nel videogioco tu hai tante vite, per cui combatti, muori, ma impari per un vita successiva, qui di vita ne abbiamo solo una. 

 

Un altro argomento che affronti nel libro è quello del contagio della paura, da cui partono tutti i fenomeni di populismo e di micro-conflittualità che vediamo ogni giorno
Bisogna capire che la paura è un sentimento slegato dalla realtà del contesto in cui viviamo, perché altrimenti dovremmo essere i meno paurosi della storia: la nostra è la società più sicura che sia mai esistita. Invece è qualcosa che è alimentato dall’immaginario pervasivo che ci circonda, che si autoalimenta e si moltiplica, per merito anche dei professionisti del malcontento diffuso.

I social fanno la loro parte
Radicalizzano ciò che è sempre esistito. È inevitabile che le cose negative ci attirino. Fino a che noi pensiamo che alla sicurezza e alla paura si possa rispondere con un ulteriore aumento di sicurezza, allora abbiamo già perso. Perché tu più sei sicuro, più hai paura. Pensa a Michael Jackson, aveva così paura di ammalarsi che alla fine era diventato una sorta di manichino. Non c’è limite alla paura che puoi avere. 

Qual è l’antidoto?
Per esempio se rafforzi le relazioni nel tuo quartiere e rimani aperto all’altro con cui crei le relazioni allora sei più sicuro dentro di te, perché sai di aver consolidato qualcosa.

 

francesco morace intervista
Francesco Morace © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Anche l’informazione e i media hanno una loro responsabilità: tu consigli di cambiare la prospettiva e passare da informazione a conoscenza
Sì, l’informazione oggi procede solo per bolle informative, che poi esplodono con maggiore o minore rilevanza. Oggi l’informazione è sempre più diffusa e accessibile, ma non sembra più in grado di plasmare il senso e il significato della nostra esistenza. Per non parlare poi dell’avanzata inarrestabile dei giudizi espressi in libertà e della post-verità.

 

Invece se si parla di conoscenza si cambia ottica e approccio: è un sistema aperto che si basa sulla credibilità e sulla fiducia, che valorizza la capacità umana di leggere il contesto.

 

È un metabolismo diverso. L’informazione la ricevi, la moltiplichi e la lanci, mentre la conoscenza la elabori e la metabolizzi. Un percorso complesso, ma in certi casi è inevitabile.

Quindi il “futuro + umano” di cui parli nel libro dipende molto dal punto da cui cui guardiamo le cose
Diciamo che è un libro molto centrato sulla “soggettività possibile”, e su quanto in realtà tutti noi abbiamo strumenti individuali straordinari a costo zero che prima non avevamo per ricreare questa dimensione umana, e che poi è la scommessa del libro. Per costruire un futuro più umano abbiamo già tutto a disposizione. 

Per ogni tua problematica tu offri un antidoto, il più delle volte di buon senso, altre volte più ardito e complesso. Spesso però non si riesce bene a capire quali sono le istituzioni che si devono fare carico di questa immissione
In alcuni casi in effetti non ci sono dei protagonisti strutturati, c’è però un sentiment – quello che noi internamente chiamiamo “mind style” – un possibile percorso che certamente è molto personale.  Al tema del capriccio e dell’impazienza si risponde con la cura e allora in questo caso ci sono molte realtà e associazioni che hanno la vocazione al farsi carico. Noi questa capacità di cura in Italia la tiriamo fuori laddove c’è una passione per quel che facciamo. La cosa interessante, e difficile, è che normalmente questa dimensione della cura non viene vista come antidoto al capriccio, ma come una scelta “buonista”. 

 

francesco morace intervista
Francesco Morace © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Le associazioni di solidarietà e ONG si percepiscono e vengono percepite dagli altri come una scheggia di realtà separata, e infatti vengono chiamate “Terzo settore”, che ricorda Terzo Mondo, senza invece capire che se questa realtà la metti in relazione con alcune delle patologie che viviamo come quella che Massimo Mantellini nel suo libro chiama la “bassa definizione” (il Google effect, l’esperienza veloce, facilmente accessibile), molti problemi si potrebbero affrontare e risolvere. Purtroppo questi mondi non dialogano ancora bene.

Tu e il tuo istituto avete fatto un’azione concreta toccando 23 città italiane con il Festival della Crescita: quali sono state le esperienze più interessanti che hai visto girando l’Italia.
Ultimamente quella di Parma che ha vinto il bando di Capitale della Cultura Europea nel 2020 e lo ha fatto in modo molto intelligente, mettendosi in rete con Piacenza e Reggio Emilia. Tre città con tre amministrazioni di colore politico diverso hanno fatto un patto, per cui chiunque avesse vinto avrebbe tirato in ballo anche le altre due. Così ora hanno iniziato a lavorare insieme sul turismo e su tanti altri campi in modo collaborativo, coinvolgendo anche realtà molto diverse ma unite da un unico obiettivo. 

Nel tuo modo di vedere, la società dei consumi è sempre stata una piattaforma per lo sviluppo della società. Oggi le tendenze di consumo e le azioni di alcuni brand sono un bel laboratorio per ragionare di vita futura
Oltre ad esserne specchio, anche con gli aspetti critici, vedi anche il tema di alcune frange molto snob della decrescita. 

Tra le varie tendenze che evidenzi mi ha incuriosito quello che tu chiami “vintage di sé”
In cui i social network hanno un ruolo fondamentale. Questa idea di archiviare sé stessi continuamente e in tempo reale ormai da alcuni anni, ci ha portato senza capirlo fino in fondo a una stratificazione della nostra identità che noi possiamo continuamente andare a rivisitare.

 

È come sfogliare continuamente l’album di famiglia
Sì, l’algoritmo di Facebook ti ripropone continuamente il tuo passato, invitandoti a condividere il tuo ricordo: una pratica che un tempo era intima e occasionale diventa condivisa e permanente. 

 

In qualche modo è come se noi consumassimo noi stessi
Da sociologo vedo quasi un superamento della società dei consumi. Noi viviamo e consumiamo per noi stessi. Viviamo per coltivare una visione di noi stessi dove il consumo è solo comprimario. Sempre più oggi si decide di acquistare o vestirsi in un certo modo, non perché la moda te lo impone ma perché è parte di questo racconto continuo e permanente, ed è talmente potente da superare qualsiasi promessa pubblicitaria. 

Aziende e agenzie pubblicitarie hanno avvertito questo cambiamento?
Se ne stanno accorgendo. Il problema per loro è riuscire a trovare la sintonia giusta, che significa non più ripetere il messaggio continuamente, ma provare ad entrare nella vita delle persone dando loro voce, oppure creare una propria storia che si possa confondere con il tuo “album delle fotografie”.

 

francesco morace intervista
Francesco Morace © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In questo contesto c’è anche il fenomeno degli influencer
Loro sono la parte estrema di questo aspetto. La loro vita continuamente in vetrina è una forma di radicalizzazione comunicativa di quello che ognuno di noi fa su se stesso, perché in fondo tutti, anche se non lo dicono, vogliono più like o più followers. E questo atteggiamento è ancora più forte tra i giovanissimi. 

Insomma, è tutto dentro di noi: l’intelligenza artificiale non è poi così questa gran minaccia
Spostando il punto di vista, ci porta a capire meglio le cose. Le macchine, l’intelligenza artificiale, la robotica, la tecnologia… laddove tu hai il controllo della tua costruzione etica e identitaria, capisci che non vi è alcun rischio. Il rischio c’è se rimani passivo, se continui soltanto a scegliere in modo capriccioso e se non riesci a rafforzare i legami con le cose che davvero contano. 

E anche fare rete insieme
Sì. Attenzione però: lo sharing e tutta la retorica che si porta dietro non sono la risposta. Il tema non è che risolviamo sempre i problemi se condividiamo, perché è necessario avere delle cose interessanti da condividere.

 

Ancora una volta il rischio è quello di spostare fuori un problema cercando un luogo dove la soluzione non c’è, perché condividere e basta non è la soluzione.  Bisogna risolvere i problemi in prima persona.

 

Le tre parole chiave che ricorrono per vincere la sfida con il futuro sono curiosità, passione e cura. Nel tuoi libri c’è sempre un ottimismo di fondo
Sì, anche se nella prima parte di questo libro c’è anche un forte versante critico, anche perché i cambiamenti sono tanti e di non facile gestione. Il mio modo di pensare è quello del “è inutile preoccuparci, ma occupiamocene”.

Tutte queste tue “ricette” avranno una ricaduta sul futuro, ma futuro vero
Sì, sul medio-lungo termine. Come dicevo all’inizio di questa chiacchierata, dobbiamo uscire da questo “presentismo” imperante. Bisogna avere la pazienza dell’attesa, ma anche perché se sai di aver seminato nel modo giusto, non c’è l’opportunismo di aspettare il momento giusto. Bisogna lavorare bene ora per raccogliere i frutti magari tra tre anni: è la stessa dimensione dell’educare i figli, ed è lì che torna il tema della crescita, educarla e coltivarla. Sono situazioni legate a condizioni umane che rischiano di essere perse. Non perché ci sono i robot, ma perché siamo noi a perdere il senso che diamo alle cose.  

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Luz