Ridere, oggi come oggi

Ridere, oggi come oggi

Da “Zelig” all’Archivio Storico del Cabaret Italiano, da “Drive In” a Fabrizio De André: Flavio Oreglio racconta tutto quello che avreste sempre voluto sapere sulla comicità

Flavio Oreglio, classe 1958, cabarettista, musicista e scrittore. Dice che sta festeggiando da quattro anni i trent’anni di carriera.

Trent’anni di palchi, libri, dischi e trasmissioni tv. Vado a trovarlo a Peschiera Borromeo, dove è nato e dove ha insediato lArchivio Storico del Cabaret Italiano, grazie all’amministrazione comunale e in collaborazione con la biblioteca civica.

È un lunedì grigio e uggioso, dal cielo spento, un’atmosfera in netto contrasto con i suoi occhi azzurri, pieni di luce creativa. Il suo sguardo curioso, tra le altre mille cose, lo ha portato a studiare le origini del cabaret oltre a interrogarsi sul senso della comicità, e su che cosa significa far ridere qualcuno, oggi come ieri.

Però dai, è semplice: se sei un comico, fai cabaret
Pensare che se fai ridere sei un comico è sbagliato, e pensare che se sei un comico allora fai cabaret è sbagliato due volte. Il cabaret è solo uno dei tanti spettacoli che fanno ridere. E ti dirò che nel cabaret la risata non è poi così strettamente necessaria. Ci sono tanti tipi di performance che portano alla risata. Per esempio il varietà, l’avanspettacolo, la commedia musicale, la commedia brillante, il vaudeville, il burlesque… pensare che tutti quelli che fanno ridere siano cabarettisti, termine terrificante tra l’altro, è enormemente sbagliato.

 

Anzi, direi proprio che i cosiddetti “comici” con il cabaret non c’entrano nulla. 

 

In che senso?
Il cabaret è stato inventato da un gruppo di poeti alla fine dell’Ottocento, non è che non facessero ridere, ma non erano dei “comici”. Premetto che non sopporto più – ma è un fatto personale, ovviamente – la parola “comico”, ma siccome siamo abituati a utilizzarla la uso per comodità. I comici sono di diversa natura. Da decenni io faccio questa distinzione: ci sono comici (o meglio, artisti) che fanno ridere per raccontare e comici (o meglio artisti) che raccontano per far ridere. Sono molto differenti.

 

flavio oreglio intervista
Flavio Oreglio © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Qual è la differenza?
Nel primo caso la risata viene usata come strumento per raccontare altre cose: sali sul palco e presenti un tuo punto di vista, utilizzando la tecnica del ridere per raccontarlo. Nell’altro caso, il “comico” sale sul palco e racconta delle cose con l’obiettivo finale della risata. Risata come strumento, nel primo caso, e risata come scopo nel secondo. Voglio dirlo subito, nessuna delle due forme è illegale, puoi decidere di fare una cosa o l’altra senza problemi, però dietro c’è uno spirito artistico completamente diverso.

Quello di oggi è molto distante dallo “spirito artistico” del primo cabaret?
Oggi noi chiamiamo cabaret qualcosa che cabaret non è. L’insieme delle cose che noi vediamo in televisione e che ci fanno ridere – o dovrebbero farci ridere, perché in realtà bisogna chiedersi anche questo – è un coacervo di varietà, avanspettacolo e animazione da villaggio, tutta roba che ha la sua dignità ma non c’entra nulla con il cabaret. Vedo quello spirito nell’underground milanese. Lì lo trovo, sono dei performer che oggi non hanno una visibilità di massa, come l’hanno invece quelli che partecipano a trasmissioni contenitore.

 

Zelig, Colorado, Made in Sud. In queste trasmissioni tutto è legato alla performance del singolo artista. Se sono bravi la trasmissione è bella, se fanno cagare la trasmissione fa cagare. Detto sottilmente tra le righe per fare intuire il mio pensiero.

 

Nell’underground milanese c’è una forte componente del cabaret che dovrebbe essere rivalutata, lanciata e fatta conoscere.

Stiamo tornando alle origini? Se vuoi vedere il vero cabaret devi uscire di casa e andare in un locale…
Il cabaret puro in televisione non si è mai visto. Quando qualcosa è stato fatto, era comunque uno show che aveva subito un processo di accomodamento. Il cabaret è uno spirito libero, dici quello che vuoi nei termini che vuoi, invece in tv con la censura non puoi dire o fare certe cose. 

 

flavio oreglio intervista
Cimeli dell’Archivio Storico del Cabaret Italiano © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Attenzione, qui stiamo parlando di stand-up…
La stand-up è il cabaret.

Aiuto
La chiamano stand-up perché bisogna essere un po’ anglofoni. Ma in realtà arrivano tardi. Lo spirito del cabaret è proprio quello della stand-up che nasce come contraltare alla comicità mainstream. La cosa divertente che ho notato, siccome sono più di trent’anni che vivo in questo ambiente, è che aveva ragione Gianbattista Vico sui corsi e i ricorsi storici. Ho iniziato a fare questo mestiere nel 1985. In quegli anni imperversava la trasmissione Drive in e come contraltare nacque dal sottobosco milanese il fenomeno Zelig. Iniziò sull’onda di Comedians di Trevor Griffiths, portato al Teatro dell’Elfo da Gabriele Salvatores.

 

Zelig nacque proprio come stand-up comedy contro la comicità televisiva. Il locale Zelig per 10 anni è stato veramente il cabaret di Milano.

 

Quando si parla di cabaret bisogna stare attenti perché è sia un luogo, sia una forma di spettacolo. 

E poi?
Quando Zelig è diventato un fenomeno televisivo ha dovuto per forza di cose trovare un compromesso. In un primo momento ha proposto un varietà televisivo tendente al cabaret, e ci stava come compromesso. Poi, con il passare degli anni è andato verso la direzione del Drive in. Oggi si ritrovano a ricevere critiche analoghe a quelle che trent’anni prima loro facevano al Drive in. Niente di illegale, non ci sono illegalità, ma ci sono delle scelte.

 

flavio oreglio intervista
Cimeli dell’Archivio Storico del Cabaret Italiano © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Hai scelto una certa strada e adesso non ti puoi sorprendere del fatto che gli stand-upper facciano a te le stesse critiche che facevi tu. Ma un po’ tutta la storia del cabaret dal dopoguerra a oggi è stato un susseguirsi di momenti creativi, rivoluzionari, che poi diventano commerciali, finché non arriva qualcuno e ricomincia tutto da capo.

E la musica?
Tieni presente una cosa, quando il cabaret nasce alla fine dell’Ottocento con il gruppo dei poeti idropatici (Les Hydropathes) che trovano la loro sede allo Chat Noir, questo gruppo di poeti sperimentava tutta una serie di cose. la prima di tutte era la figura del poeta performer e come…

Per cui anche il discorso della slam poetry rientra…
Nel cabaret.

La slam poetry è una di quelle cose che sembrano inventate ieri
No, hai voglia. Stiamo parlando del 1881. Il poeta performer nasce lì, con i poeti idropatici. Loro sono stati dei micidiali inventori di linguaggi.

 

Hanno sdoganato la scrittura breve, gli aforismi, hanno inventato nuove forme di poesia. Era un momento culturale magmatico.

 

Addirittura Paul Verlaine usa per la prima volta il termine “decadentismo” in un sonetto che viene pubblicato sulla rivista Le Chat Noir. Un fermento che trasformò la poesia, quindi via la rima, via la metrica, verso libero. Furono proprio gli Hydropathes a sostenere che il poeta è anche colui che sale sul palco e recita la sua poesia al pubblico.

 

flavio oreglio intervista
Flavio Oreglio © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Dicevamo della musica
In quel periodo hanno cominciato a studiare percorsi di connubio tra poesia e musica, la musica che accompagnava la poesia e questo genere di sperimentazioni. Questo ha portato all’esordio della canzone d’autore. La canzone d’autore nasce nel cabaret. Aristide Bruant, considerato il capostipite della moderna canzone d’autore, a Le Chat Noir cantava il lato oscuro della Belle Époque. Cantava dei diseredati, degli ultimi, dei delinquenti, delle puttane. Le tematiche tipiche della canzone di De André e di Jannacci e Fo. 

Faccio un po’ fatica a collegare De André al cabaret
Se devo dirti: “De André appartiene al mondo del cabaret”, io ti dico di sì, perché cresce artisticamente in quella nicchia riconducibile allo spirito iniziale del cabaret. Un De André agli esordì si esibì con Paolo Villaggio e Luigi Tenco a La borsa di Arlecchino, uno storico locale di cabaret genovese. Per non parlare del periodo in cui faceva spettacoli sulle navi da crociera in coppia con Villaggio. Il primo cabaret, fondato dal pittore Rodolphe Salis e dai poeti idropatici, prende spunto dagli spettacoli di arte varia dei café chantant, ma propone un tipo di spettacolo diverso.

 

flavio oreglio intervista
Cimeli dell’Archivio Storico del Cabaret Italiano © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Perché è vero che siamo nel pieno della Belle Époque, ma quello era anche un momento di crisi economica. C’era sì chi stava bene e se la spassava ma c’era anche, per esempio, una fetta della popolazione che non arrivava a fine mese, un po’ come adesso. Quel tipo di spettacolo è sempre un varietà ma ha un’indole differente, è fatto da tutta una serie di nicchie, chiamiamole “intellettuali” tanto per capirci, perché anche sul termine “intellettuale” ce ne sarebbero di cose da dire.

A che punto siamo oggi?
I mass media amplificano cose molte leggere, ma non ci sono spazi, non ci sono elementi organizzati da un punto di vista produttivo per tutto l’altro tipo di ambiente. Quelle nicchie vivono in un modo un po’ disperso, com’erano disperse nella Parigi della fine dell’Ottocento. È esattamente quello che succede oggi. Vedi un gruppetto che nasce di qua, un gruppetto che nasce di là. Servirebbe la forza di un Rodolphe Salis, per raccogliere di nuovo quel tipo di esperienze sotto un unico tetto. Certo, all’epoca bastava mettere in piedi un locale, mentre oggi servirebbe qualcosa di più.

Sapiens
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Luz