Il mestiere difficile

Il mestiere difficile

Inadeguatezze, affanni, pasticci: Terruzzi racconta “Quando ridi”, un romanzo sul diventare padri, senza prendersi troppo sul serio

Giorgio Terruzzi, 60 anni, 3 figlie, una voce: scrittore, giornalista, rugbista, da più di trent’anni racconta in tv e sui giornali la Formula 1, lo sport, e non solo. Amico e allievo di Beppe Viola, Terruzzi oggi è uno di quelli che vorresti aver avuto lì, a darti una mano oppure a darti uno scappellotto, in qualche momento che avevi combinato un casino.

Laureato al DAMS nel 1982 – subito dopo il ’77 bolognese – gli anni ’80, ’90 e ’00 di corsa, a lavorare anche troppo. Terruzzi oggi forse ha rallentato un po’ e sembra avere accumulato una specie di meravigliosa e squinternata saggezza, materia prima di Quando ridi, romanzo uscito il 25 settembre per Rizzoli. Un romanzo che, precisa, non è autobiografico.

Però è la storia di un padre e di una figlia, di due generazioni, dell’amore che in qualche modo lega per sempre e risolve tutte le cose. 

Un po’ è autobiografico, dai…
È un libro sulle inadeguatezze, sugli affanni, sui pasticci della paternità, e io avendo tre figlie… ho un bel curriculum sulle inadeguatezze! Fare il papà o la mamma è un mestiere che non ti insegna nessuno, ti arrabatti un po’. Hai dei modelli che spesso sono stati i tuoi genitori; che a loro volta hanno vissuto in un contesto molto diverso, con una cultura molto diversa, con modalità molto diverse, che tu vuoi cambiare, ma non sai mica come. Insomma, è una cosa che ha dentro l’amore. Perché quella roba lì è il motore di tutto; ma nel fare poi inciampi, fai pasticci, fai qualche casino.

Dici che è impossibile fare bilanci da padre, però proviamoci
Il bilancio non lo faccio ancora. Anche perché veramente penso che una persona può cambiare anche a 90 anni, se vuole.

 

L’unica cosa che sono certo che funzioni con i figli è quella di sputtanarsi un po’. Mostrare anche il tuo lato più debole, più fallace, più confuso, perché se non altro dà la possibilità a un figlio e a una figlia di mostrare il proprio sé.

 

Io ho fatto di tutto per non apparire come un padre figo, supersicuro, certo, di quelli che ti spostano, “Faccio io, che te non sei capace”, molte volte ho cercato di dire: “Non son capace, prova ad aiutarmi”. Questo è l’unico mezzo consiglio che posso dare.

Ha funzionato?
Mi sembra abbia funzionato. Poi sono stato un padre molto assente per lavoro, sono un padre separato, il che comporta – come per molti della mia generazione – un debito quasi cronico.

Anche adesso?
Adesso va un po’ meglio, ma è stato un timbro che determina un modo di fare. Magari tu sei eccessivamente morbido, perché è come se dovessi farti perdonare chissà cosa, e questo è un errore, uno dei tanti, talvolta essere un po’ duri aiuta di più un figlio. Poi io sono stato allevato da dei genitori molto severi, per cui in qualche modo ti distacchi, forse troppo.

 

giorgio terruzzi intervista
Giorgio Terruzzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Che adolescente eri?
Molto vivace, molto disposto precocemente a litigare con mio padre. Questa cosa mi ha segnato moltissimo, perché da una parte volevo fare qualcosa di diverso dalle prospettive della mia famiglia, dall’altra volevo gratificare lui, essere al di fuori di qualsiasi possibile critica. Volevo riuscire a fare quello che facevo. E quello è stato il carburante. Con qualche prezzo da pagare eh, ho dovuto fare un lunghissimo percorso analitico, insomma… però tutto serve, non sto rinnegando niente.

Questo libro parla di speranza, ma viviamo nell’epoca della paura: che differenza c’è tra le paure dei tuoi vent’anni e le paure che senti oggi?
La differenza la dà il fatto che a 60 anni hai, anche se sei un somaro, un po’ di saggezza in più. E poi hai soprattutto quella morbidezza che ti fa mettere tra parentesi l’io, e non solo l’io, ma tutta una serie di concetti, di cose, che non consideri più come assolute, come verità, come certezze. Sei più disposto secondo me ad accogliere l’altro, o quel che ti circonda e non conosci, soprattutto in un mondo che ha una velocità folle come questo.

 

Quando avevo vent’anni invece c’era una straordinaria energia, che andava qualche volta verso una fase distruttiva. Parlo di terrorismo, ma anche di droghe: erano anni in cui c’è stata una dissipazione molto rilevante.

 

C’era anche un’ideologia più forte che ti dava una coesione, più o meno fittizia, certo, però c’era. Cosa che adesso non c’è più. Io non sono uno che dice “Ai miei tempi era meglio tutto”, però oggi faccio un po’ fatica a capire una strategia, una progettualità, che sia autenticamente felice. Mi sembra più difficile avere vent’anni oggi rispetto ai miei vent’anni. 

Ti sei laureato nel 1982 al DAMS: sei passato dal ’77 a Bologna
Periodo durissimo, secondo me. C’era una situazione di altissima tensione, con un sacco di possibili sbandamenti. Perché c’era gente armata, che li vedevi e dicevi “Mamma mia…”: io vedo quegli anni lì e dico che paradossalmente è successo meno di quel che poteva succedere. Mi sono reso conto abbastanza in fretta che c’era uno scollamento tra chi in qualche modo sognava e chi in qualche modo faceva. Il “fare” era pieno di pericoli, di violenze, di spigoli. Poi ci fu quel picco di lotta armata della quale avevi percezione diretta. Inevitabilmente avevi amici, persone che conoscevi, che erano implicate, messe in galera, oppure uccise. Era molto contigua, molto prossima quella violenza.

 

giorgio terruzzi intervista
Giorgio Terruzzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Tu però studiavi
Avevo in mente – e l’ho sempre avuta in mente questa cosa – che non arriva niente gratis nella vita. Per cui ho studiato come un matto, mi interessava fare quella facoltà lì, avevamo un pool di professori straordinario, da Umberto Eco a Gianni Celati, da Luciano Nanni a Piero Camporesi, un sacco di gente brava. E così pur potendo magari scantonare, perché c’era la possibilità di farla un po’ franca, a me interessava studiare e sapere. Capire, sfruttare quella opportunità lì. Io ho studiato tanto in quegli anni lì, non è che ho fatto il pirla: ho fatto anche il pirla però! (ride, ndr).

A che età sei diventato padre?
Trent’anni. 

 

Che ti ricordi?
La percezione più o meno fantastica di essere un uomo adulto, e quindi pronto.

 

In che senso pronto?
Ti senti pronto. Poi non è vero che sei pronto eh, ma lo capisci un po’ dopo. Però sei così trasportato dall’immagine di te adulta per cui fai anche tutta una serie di passi all’apparenza in sintonia con un uomo adulto. Lo capisco adesso, che su molte cose devo ancora maturare e ho 60 anni, figurati a 30. Però ti senti autorizzato a fare dei passi, a porti di fronte al mondo come un uomo fatto. Non è vero che sei un uomo fatto, ma hai quell’idea lì. 

Adesso che hai 60 anni che consiglio daresti al te stesso di allora?
Ne darei molti. Forse ascoltarmi di più. Riflettere di più. Tirare un po’ il freno, in generale. Io ho fatto una vita da saltimbanco, in giro continuamente, forse non si può fare tutto insieme. Se poi fai un mestiere come il mio… ci sono dei lavori – che sono dei privilegi, intendiamoci – che complicano le cose se hai una famiglia e dei figli. Però alla fine è andata anche bene. Alla fine penso sempre che la tenerezza, l’amore vincano in qualche modo, mettano a posto tante cose. Anche la sofferenza serve per capire. Il consiglio è di non far finta di essere un altro, di non riconoscere o percepire i propri difetti, i propri limiti, le proprie contraddizioni, anzi. Più uno sa o riconosce la propria malattia, più si cura. Dico malattia, ma intendo anche un piccolo vizio, un piccolo difetto. 

 

giorgio terruzzi intervista
Giorgio Terruzzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Prima mi accennavi alle aspettative della paternità: c’è un momento in cui ti sei sentito compiuto?
Compiuto… non lo so mica se sono compiuto, anche adesso! Come padre adesso secondo me sì, ho imparato anche dalle mie figlie tante cose. All’inizio poi ti diverti. Soprattutto io che sono uno che regredisce in 5’’: finché i bambini sono piccoli è un attimo a divertirti, a me poi i bambini piacciono da matti, non mi hanno mai infastidito, non ho mai avuto una vita mondana, o una serata in cui non puoi portare i bambini. 

Quando crescono invece?
Quando poi i figli iniziano a diventare adolescenti ho fatto fatica, perché non volevo trasmettergli le amarezze, le difficoltà dello stare al mondo. Devi tenere alto l’ottimismo e la leggerezza. Non so se ci sono riuscito.

 

E poi in quegli anni lì devi essere pronto a prenderti un vaffanculo anche gratis. I figli a un bel momento hanno bisogno di far per conto loro. Però poi tornano.

 

E quando tornano, lì devi essere pronto ad accogliere. Qualche volta ce la fai, qualche volta un po’ meno, ma va perseguita quell’accoglienza. 

Quali aspettative un padre non può deludere?
Amore e accoglienza. 

Tenere sempre la porta aperta
Sì.

Quando ridi mette a confronto due generazioni, la tua e quella dei figli: cosa c’è di diverso nel vedere la vita tra le due generazioni?
Eh, quasi tutto. È diverso il modo di sorprendersi, di sognare, di comunicare, anche di progettare. Credo che ci sia una sorta di riscrittura dell’universo per certi aspetti. La formazione mentale di un ragazzo come te è completamente diversa, è sprovvista di alcuni elementi cardine che lo erano per noi, l’ideologia per esempio. 

 

giorgio terruzzi intervista
Giorgio Terruzzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

È cambiato il modo di conoscere le cose
Secondo me serve un po’ guardarsi da tutto questo, perché significa sognare in modo diverso. Pensa ai luoghi: ricordo che aspettavo di leggere Epoca, che c’era Bonatti in giro per il mondo e ti faceva vedere la Patagonia… o lo Yucatan, minchia. Li vedevi per la prima volta lì! O gli animali, i felini dell’Africa, era tutta roba che oh, c’era, esisteva, ma la vedevi ogni tanto. C’era l’ignoto. Adesso l’ignoto è un’altra cosa.

Tu come la vivi questa trasformazione?
Tante volte non capisco, non so, e faccio l’errore di arroccarmi su quello che so e che voglio proporre. Poi però posso anche proporre le cose del mio mondo, ma mi accorgo che rompo i coglioni. È il vostro mondo che determinerà una conoscenza, una competenza, non necessariamente connessa alla mia. 

La memoria delle volte dà risposte, delle volte fa tirar fuori altre domande. A te com’è andata?
La memoria è una bellezza, ma anche un peso certe volte. Ogni tanto diventa qualcosa che mostra un incanto perduto; può essere anche un bellissimo stimolo, perché riconosci un maestro, un insegnamento prezioso, un’esperienza che può servire anche a te o a una mia figlia.

 

La memoria ha dentro il lusco e il brusco, ha dentro una magia. Se diventa un rimpianto però è un’altra cosa. 

 

Tra i tuoi vent’anni e chi ha vent’anni di oggi c’è un bel salto: ci sono i social media
Secondo me c’è un abuso dei social media, “ti amo” a una persona va detto in faccia, scriverglielo non è la stessa cosa. Io poi sono sbalordito dal silenzio che circonda i ragazzi, gli studenti di oggi. Non vanno in piazza, non protestano: secondo me c’è un tasso di solitudine persino sottovalutato connesso ai social. Poi certo che ci sono un sacco di comodità connesse ai social, ma l’abuso lo vedo come un rischio. Bisogna mantenersi in allenamento, parlare con le persone, confrontarsi con le persone, metterci la faccia, metterci la voce, litigare. Io sono un fautore del litigare, se uno poi non è rancoroso… litigare serve! 

C’è qualcosa che invidi ai ventenni di oggi?
I vent’anni! Io farei un’altra corsa subito. Tornerei indietro subito. Mi ricordo Tonino Guerra che raccontava un’ultima visita a Fellini: “Ma Tonino, ma innamorarsi un’altra volta…” ecco, quella roba lì dei vent’anni è uno stato di grazia strepitoso, una magia. Lo dico da innamorato a 60 anni eh, ma quella roba lì… innamorarsi non solo di una donna, di un uomo, ma di tutto. È un vento meraviglioso.

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Luz