Oltre la maschera

Oltre la maschera

Dalla forza della maschera alla guerra agli stereotipi, passando per femminismo e patriarcato, gli insulti, Porta Venezia e Raffaella Carrà. Abbiamo incontrato M¥SS KETA

M¥SS KETA, fresca dell’uscita di Una vita in capslock per La Tempesta Dischi, si racconta in una grande stanza luminosa. Il progetto musicale che intreccia tra le altre cose spoken word, performance e una strana forma di stand-up comedy, contiene moltitudini: nasce dal collettivo Motel Forlanini ma confluisce in un corpo di donna; in una fisicità che è già simbolo.

Perfettamente consapevole di parlare di sé dal centro di un’intersezione tra persona e personaggio, KETA è animata dal desiderio di essere se stessa: a consentirle questa libertà – lo dice con chiarezza – è la maschera; ma non è solo la maschera. È anche la città che espone nelle sue molte contraddizioni, persuadendo chi ascolta ad accettarne il caos tanto quanto la bellezza.

Lì dentro siete almeno in due e la nostra cultura pop è piena di doppi: penso ai supereroi. M¥SS KETA somiglia a una supereroina?
Mi sento molto Superman: Clark Kent che entra nelle cabine telefoniche, si volta e ne esce diverso. Ti devo dire, però, che – parlando di creature sovrannaturali – sono un po’ fissata con la Medusa ultimamente: una donna potentissima che continua a pietrificare le persone anche con la testa mozzata. In realtà sono fissata con tutta la mitologia greca. E il teatro greco dove ogni attore si metteva la maschera e diveniva un ruolo.

KETA, però, è anche moltitudine. Nasce da un collettivo
KETA è la forma con cui comunichiamo il nostro universo valoriale. La portiamo a combattere là fuori. È nata in una caldissima notte d’agosto da quattro menti brillanti, forse un po’ annebbiate dai fumi dell’alcol, come progetto del collettivo Motel Forlanini che poi si è via via ampliato. È un gruppo di amici che condivide la stessa visione del mondo e sfrutta l’ironia come strumento per stare al mondo. Ironia, satira, grottesco; sì. Queste ci appartengono, ci uniscono, ma ognuno con la sua voce aggiunge qualcosa. C’è chi si occupa dei video; chi della produzione musicale; chi fa grafica; chi fa foto.

Però ad andare sul palco sei tu. In questo senso qual è il beneficio della maschera?
Ti libera completamente.

 

Myss Keta intervista
M¥SS KETA © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E non si consuma, come mi disse una volta Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti – con cui condividi l’etichetta La Tempesta – in un’intervista
Datemi una maschera e vi dirò la verità”: è vero. È un escamotage che è stato sempre utilizzato nell’atto performativo per liberare delle passioni, sbloccare. Io mi sento molto sicura, completamente tranquilla, sul palco, nel fare quel che desidero fare.

M¥SS KETA è anche la parodia di una pop star “di consumo”, mi pare. “Consumo” perché si tratta di artiste quasi letteralmente consumate dallo sguardo altrui. Penso, per esempio, a Miley Cyrus/Hannah Montana. O a Britney Spears che, con un gesto scomodo, ha distrutto il suo personaggio rasandosi la testa. Chi sono le pop star rilevanti per M¥SS KETA e per te?
Dal punto di vista della musica e dei video Madonna è la regina: il linguaggio pop non è semplice da articolare, eppure lei è un’autentica pluralità; racchiude molti personaggi, appunto. Provo a fare lo stesso: KETA è insieme una femme fatale e una ragazzina per esempio, parlando per archetipi e stereotipi. Madonna è arrivata per prima a questo gioco dei multipli. Raffaella Carrà è un’altra donna importantissima per me. Ci sono certe sue frasi, certe sue canzoni che sono sconvolgenti anche adesso. Pensaci. In Pedro cantava “Mi ha portato tante volte a veder le stelle ma non ho visto niente di Santa Fe”: una cosa folle per i tempi.

Parlare di sesso in quel modo era sovversivo
Lo era e lo è anche adesso. E come si muoveva… Era lei la capa. Secondo me era femminista: non ha mai avuto vergogna di niente, ha cantato in un’epoca in cui alle donne venivano messe in bocca parole allucinanti. Penso a Claudia Mori che diceva… Com’era? “Non succederà più che dico di sì per farti contento e penso… Non succederà più che torni alle tre e io mi addormento senza…“. Insomma, in un’epoca in cui gli autori uomini facevano cantare alle femmine dei testi terribili, da nonna oppressa, Raffaella era tutt’altro. Aveva una vitalità, un’energia, un’apertura, una sessualità vissuta come energia positiva senza tutte quelle colpe, quei soffocamenti.

Il desiderio è stato eliminato dalla grammatica delle donne per tanto tempo
Vabbe’, ragazzi: Italia, Paese cattolico… I danni che ha fatto il cattolicesimo sono tanti.

Molte pop star, specie quelle – come si diceva – “multiple”, costrette a reinventarsi una volta all’anno, finiscono a per tornare a sé prima o poi. Penso per esempio a Lady Gaga e a “Joanne”. Credi che accadrà anche a KETA? Arriverà il momento di togliersi la maschera?
Non credo. Teniamo le redini della situazione, siamo liberi. M¥SS è nata dall’underground. Abbiamo suonato in piccoli club di Milano che hanno creduto in noi fin da subito, anche quando era quasi uno scherzo; non so come dire. Ci siamo evoluti con le nostre forze e questa, come dicevo, è la nostra forma. Potremmo uscire con un EP metal, o un EP di musica classica con voce cantata.

 

Myss Keta intervista
M¥SS KETA © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Si parla sempre di quello che la maschera ti fa fare ma ho letto raramente, nelle tue interviste, di quel che la maschera non ti fa fare
Quando vado agli aperitivi è molto complicato mangiare cose che non siano finger food; il couscous, per esempio, cade e andare al ristorante è estremamente complicato. A parte questo la maschera è un dito medio al moltiplicarsi dei sefie, alla sovraesposizione della persona.

 

È vero, M¥SS KETA è esposta; però è sempre protetta. Fotografi solo occhiali da sole e mascherina. E se andassi in giro con altri quattro individui che si vestono come me, quale sarebbe la “vera” KETA? Questo mi intriga.

 

Ai concerti incontro spesso persone che hanno anche i capelli uguali ai miei; a Roma qualcuno si è fatto foto con altre M¥SS. È stupendo: ognuno può diventare KETA.

Ti trovi mai perduta tra la realtà e la finzione?
A volte mi sembra di vivere dentro un cartone animato. Mi succedono cose assurde, il che mi diverte; mi piace. Cerchiamo sempre di essere ancorati alla realtà ma la realtà può essere molto strana, può superare l’immaginazione. Non si tratta solo dello scollamento tra verità e finzione: la verità è più assurda di qualsiasi finzione.

Si dice che il successo sia una porta che, se attraversata, conduce in un altro mondo
Ho un problema con la parola “successo”. Sono semplicemente contenta che M¥SS si stia facendo conoscere, e stia passando un bel periodo. Abbiamo fatto uscire un album che per noi era una prova di forza gigantesca, ci stiamo togliendo tanti sfizi nel senso che stiamo riuscendo a produrre dei video in cui crediamo con un budget un po’ più sostanzioso rispetto a quando abbiamo iniziato. Sono felice di vivere quest’avventura assieme ai ragazzi di Motel Forlanini: farlo da sola potrebbe essere davvero straniante.

 

Myss Keta intervista
M¥SS KETA © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Domanda poco piacevole. Qual è il tuo rapporto con gli insulti, con la gente che ti rompe le palle?
Ci sono vari tipi di insulti. Essendo donna ho ricevuto fin dall’inizio insulti sul fisico, li puoi immaginare: troia, per dirne uno. Più sei esposta e più ne ricevi, è questione di numeri. Oggi gli insulti mi scivolano abbastanza addosso, ti fai un guscio per proteggerti da queste stronzate. Mi dai della troia: va bene, lo sono; e quindi? Non vedo il problema. Sono cicciotta, sì, e allora non guardarmi. Le critiche alla musica, invece, le apprezzo. I feedback sono importati, ma non ho bisogno di dirti che c’è modo e modo di offrirli. Ho fatto con Noisey un “The People Versus M¥SS KETA”: non ho voluto cancellare i commenti perché qualsiasi donna dovrebbe leggerli.

 

La situazione è una merda. Ho ricevuto critiche per qualsiasi cosa: la canottiera, il braccio, la gamba, la scarpa; tutti gli altri rapper avevano ricevuto critiche solo sulla musica. Questa, ragazzi, è la realtà: il patriarcato dilaga.

 

Quando le persone di Noisey hanno visto quei commenti erano scioccate ma io no, sapevo che sarebbe successo. Noisey ha un pubblico molto più vasto rispetto al mio, più rap, più abituato ai personaggi maschili. Però che senso aveva cancellare quei commenti? Teniamoli. Spero che le persone intelligenti capiscano che ho ricevuto un certo trattamento perché sono una donna. Perché un rapper maschio non li riceve?

Il patriarcato ti fa incazzare
Tantissimo. Mi interrogo sulle possibilità di azione, su come muovermi anche nel quotidiano. Intanto salgo sul palco con le ragazze di Porta Venezia, ci divertiamo, siamo noi stesse, facciamo il cazzo che vogliamo; con le interviste cerco di comunicare il mio universo valoriale. Mi chiedo sempre cosa potrei fare di più.

Definiresti M¥SS KETA un progetto politico?
È politico costruire un personaggio privo di contenuti e portarlo alla ribalta. Anche Young Signorino è politica. È politica tutto quel che proietta un universo di valori, appunto.

La parola “femminismo” fa ancora paura?
Sì, tanta. Si contrappone a maschilismo nella mente delle persone. Si pensa che da una parte ci sia il maschio e dall’altra la femmina che regna; in realtà l’obiettivo è semplicemente stare tranquilli insieme. Ma sento fortemente l’ombra delle ingiustizie sociali.

M¥SS KETA viene definita ironica. “Ironia” è una parola fantastica; per me, però, quella di M¥SS KETA è una satira dove il corpo femminile – proprietà pubblica – diventa campo di battaglia
Ieri sera ho visto un film intitolato La proprietà non è più un furto; è di Elio Petri. A un certo punto la ragazza del macellaio fa un monologo e dice: “Io sono una cosa, la mia bocca è una cosa, il mio corpo è una cosa“. Non è cambiato nulla. M¥SS prende il suo corpo e ne fa quello che vuole. Presenta un mondo grottesco e satirico, infatti a volte non viene capita. Credo che il progetto abbia vari livelli di lettura; uno esplora la liberazione, la catarsi. Così agiamo, così mostriamo i nostri pensieri. È il nostro modo di stare a galla, di raccontare le cose che vediamo.

 

Myss Keta intervista
M¥SS KETA © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Parlando di corpo, il sesso fa parte della poetica di M¥SS KETA. Con un “ma”: l’oggetto del desiderio per eccellenza è la bocca. E la tua non si vede mai. Penso anche al “burka di Gucci”. L’espressività del corpo viene amplificata, il volto resta una specie di santuario
L’ho detto pochi giorni fa durante un concerto a Ravenna, dove dei ragazzi dicevano “Sei figa anche se non ti ho mai visto in faccia“. Capisci che il desiderio è un’altra cosa. Non è legato ai luoghi comuni della fisicità. È un altro tipo di potenza. Il messaggio arriva lo stesso. L’energia passa attraverso la performance.

Finora ci siamo soffermati sul “contro”. Invertiamo la polarità. Hai parlato del mondo valoriale di M¥SS KETA. Ti va di descriverlo?
Puntiamo alla liberazione da tutti gli stereotipi, da tutte le gabbie in cui ci siamo infilati. Si crede che le gabbie siano imposte dalla società ma ognuno le conserva dentro sé stesso. Ce n’è per tutti: donne, uomini, gay, lesbiche. La donna in particolare – e io vivo quella situazione – è in gabbia: amante focosa, brava sul lavoro, fedele mogliettina; madre, sì, ma non troppo aggressiva. E niente pianti. Certo, anche il maschio è in una situazione terribile.

 

Quando capisci che nelle gabbie ti ci ficchi tu inizi a romperle e a dire che puoi fare quello che vuoi, essere chi vuoi e sentirti te stessa, stare bene. Accettarmi completamente è forse l’unico modo per me di esistere con naturalezza e con forza.

 

Guerra agli stereotipi sia
Gli stereotipi sono un problema molto grave che ci impedisce di fare un discorso serio anche sul femminismo. Quando si parla di femminismo l’uomo si sente attaccato. Invece dovremmo semplicemente accettarci, siamo persone prima che uomini, donne, gay o persone trans. Perché devi valutare qualcuno in base ai gusti sessuali o al lavoro che fa? Così torniamo alle gabbie. Alcune le creiamo giudicando. Il controllo sulle cose è negativo e porta a del malessere. Bisogna accettare il caos in sé stessi e negli altri.

Chiudiamo parlando brevemente di Milano. La tua Milano è vuota, schiacciata dall’hipsterismo, dalla carriera, dalla moda, dall’ambizione. Eppure ho la sensazione che tu sappia perfettamente di essere in una città molto accogliente
Milano è molto importante perché è la città in cui sono nata e in cui vivo. È anche la più europea delle città in Italia. Di lei si possono osservare tutti i lati: da una parte il malessere dell’uomo moderno; dall’altra un sindaco che accoglie un Pride di duecentocinquantamila persone. A Milano ho conosciuto tutti i miei amici. Siamo arrivati qua da posti diversi ma Milano ci ha dato la possibilità di esprimerci. Probabilmente è l’unica città in cui poteva nascere M¥SS. L’unica città che poteva capire M¥SS fin dal principio. La voracità sul lavoro, l’apparenza, l’aperitivo, l’affare: è vero, questo rimane; ma, come dicevamo prima, bisogna accettare il caos e la molteplicità delle cose. Milano mi sostiene. Qui mi sento libera di essere me stessa, vestirmi come voglio e stare tranquilla. Milano è una parte di me.

 

 

 

 

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Luz