Parole e potere

Parole e potere

Fake news, l’odio sui social, fact checking e il triceratopo di Steven Spielberg. Daniele Chieffi, Head of Digital Communication di Agi, ci ha parlato del lato oscuro del web

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Quante volte vi è capitato di vedere pubblicata su Facebook l’ormai consunta citazione – per altro falsa – di Voltaire? Ecco, sui social network assistiamo quotidianamente all’esatto contrario.

Il web, che era nato come un grande sogno di democrazia e condivisione di conoscenza, oggi è quanto più lontano possibile da quel sogno. Tra insulti, fake news, complotti, terrapiattisti, no-vax, e chi più ne ha più ne metta, i social network sono diventati il luogo ideale dove imporre le proprie idee e convinzioni, vere o false che siano.

In un’epoca dove la verità conta sempre di meno, il giornalismo e i media tradizionali faticano sempre di più a mantenere l’autorevolezza e il ruolo guida di un tempo, nonostante l’introduzione di nuovi strumenti come il fact checking e il data journalism.

Per fare il punto della situazione rispetto a quello che sta accadendo sul web, e per capire come possiamo uscirne, abbiamo incontrato Daniele Chieffi, classe 1970, giornalista e Head of Digital Communication di Agi, da anni impegnato a studiare e divulgare i cambiamenti dell’universo digitale.

Sul web il concetto di “uno vale uno” mostra oggi i suoi effetti nei termini di comunicazione politica. Come ci siamo arrivati?
Ci siamo arrivati secondo me per due motivazioni. Innanzitutto il digitale dà la percezione netta che tutti siano assolutamente sullo stesso livello; inoltre permette di percepire una vicinanza molto forte rispetto agli altri, di percepire la condivisione forte di determinate esperienze e convinzioni. Se io penso che la terra sia piatta, e scopro improvvisamente che ce ne sono altri 2 milioni che la pensano più o meno come me, questo che cosa innesca? Innesca un processo di omologazione del pensiero, basato sul fatto che se tutti la pensano come me allora ragionevolmente questa cosa è vera. A rafforzare questo aspetto c’è la crisi di quelli che vengono chiamati dai sociologi “corpi intermedi”, cioè tutti quei soggetti che dovrebbero assumere un ruolo di guida e di verifica.

Internet ha sgretolato l’autorità e l’autorevolezza di questi corpi intermedi
Esattamente, complice anche il fatto che questi corpi intermedi nella loro storia sono stati i primi nemici di loro stessi. Ad esempio il mondo del giornalismo non ha sempre tenuto degli atteggiamenti tali da essere al di sopra di ogni sospetto. Quindi questo non riconoscere più le strutture precostituite a livello sociale, scientifico e culturale, unito a questa percezione di vicinanza improvvisa, per cui ti senti all’interno di un gruppo di persone che condividono le tue paure e le tue perplessità, ha prodotto un effetto in cui il singolo si è autoproclamato detentore del diritto di decidere di per sé su tutto.

 

Daniele Chieffi intervista
Daniele Chieffi © LUZ

 

Questa situazione cosa produce nei fatti?
Tutto questo in realtà consegna un potere fattuale in mano a pochi che conoscono profondamente il funzionamento di questi meccanismi. Quindi tecnicamente si stanno creando nuove oligarchie, o in qualche maniera dei nuovi potenti, in grado di gestire questi flussi di comunicazione esclusivamente legati alla paura o comunque all’emozione. A questo si aggiunge tutta la dinamica legata a quello che è un nostro problema vero, un bug cognitivo che abbiamo tutti: il famoso “confirmation bias”.

 

Noi istintivamente tendiamo a cercare conferme di ciò che già pensiamo. Il digitale, proprio per questa forma di potente amplificazione della percezione di vicinanza alle persone, innesca e rafforza questo pregiudizio di conferma.

 

Non c’è mai stato un momento in cui tutti avevano degli strumenti per comprendere tutte le sfaccettature  della realtà
Certo. Prendiamo ad esempio l’unica forma di democrazia diretta che esiste in Europa da un punto di vista giuridico: i referendum svizzeri, che sono la forma più esplicita di democrazia diretta, perché sono legislativi. “Sì” o “No” rispetto a un tema. Però il governo svizzero non si sognerebbe mai, e credo che la costituzione svizzera lo preveda in maniera esplicita, di porre al voto popolare la ratifica di un trattato internazionale.

Su certi temi è davvero impossibile pronunciarsi perché ovviamente non si hanno le competenze
Il problema è che avendo questo debito di fiducia tu non deleghi… anche perché il web ti fa sentire in grado di intervenire su tutto.

La democrazia può sopravvivere a Facebook?
Sì, nella misura in cui torni a essere utilizzata – la piattaforma intendo – per il suo scopo: cioè un luogo dove confrontarsi e accrescere la propria capacità critica. Se deve continuare a essere un luogo percepito come la gigantesca e continua riunione di condominio, questo finirà per uccidere qualsiasi forma di democrazia rappresentativa.

Era meglio vivere nell’epoca dei quotidiani e della televisione?
Adesso sicuramente è peggio. È peggio perché in questo momento grandi flussi di opinione possono essere guidati e influenzati da pochi e con poco costo. Basta veramente un computer, una connessione e qualche dato sapientemente raccolto per riuscire a spostare l’opinione pubblica in maniera abbastanza netta.

 

Daniele Chieffi intervista
Daniele Chieffi © LUZ

 

Parliamo di strumenti. Ci sono realtà come Agi che dedicano intere sezioni al fact checking e al data journalism. Funzionano?
Funzionano in parte, nel senso che è la sana interpretazione del ruolo del giornalista e del media. Per cui i giornali devono rivalutare il proprio ruolo di corpo intermedio. Hanno bisogno di rinsaldare la propria reputazione, la propria credibilità nei confronti del proprio pubblico di lettori andando a fare un servizio. Fare fact-checking vuol dire che io mi assumo l’onere di andare a verificare quello che accade e la veridicità di alcune affermazioni rispetto ad altre. Se poi questo serve effettivamente a spostare le idee di alcune persone… ti dico: è necessario farlo ma non è sufficiente.

 

Dobbiamo aver paura delle fake news o della mancanza di strumenti per comprenderle e distinguerle?
Le fake news di per sé sono una fake news, nel senso che sono sempre esistite, da quando i faraoni egizi si autoproclamavano discendenti di alcune divinità.

 

Non è quello il problema. La vera questione è che queste dinamiche oggi tu le puoi in qualche modo governare, e se le governi in maniera maliziosa possono aprirsi scenari pericolosi.

Questo dipende anche dalle modalità con cui usufruiamo delle notizie e dei contenuti in rete
Se io ho in media 5,8 secondi di attenzione per ogni articolo o post, cosa mi resta? Il titolo. Non vado a vedere come stanno le cose. Pensiamo all’esempio fantastico della foto di Spielberg accanto al cadavere del triceratopo. Quello è un esempio che ti fa capire perfettamente come in realtà le persone non reagiscono analizzando il contenuto, ma percependolo, che è un approccio completamente diverso. Se io vedo un tipo famoso con il fucile in mano e un cadavere di un triceratopo, mi dimentico che il triceratopo è estinto da milioni di anni, e mi dimentico che lui non può averlo ucciso. Vedo semplicemente un animale morto con un tizio che imbraccia un fucile. Per me basta quello.

 

Daniele Chieffi intervista
Daniele Chieffi © LUZ

 

Internet era nato come un sogno di democrazia. Le premesse erano un po’ diverse dalle conclusioni a cui siamo arrivati oggi. Ti aspettavi che saremmo arrivati a questo punto?
All’inizio no, perché quando ho cominciato io a frequentare le BBS, i blog, c’era veramente la percezione di essere parte di un mondo nuovo. E come tutti i mondi nuovi ti aspetti che siano migliori di quelli precedenti. Il sogno era quello di diventare portatori di una nuova conoscenza, un’intelligenza collettiva. Un po’ hegeliana come cosa…

Poi qualcosa è andato storto
Qualche primo dubbio mi è cominciato a nascere quando una delle principali problematiche delle aziende era l’hate speech. Le aziende non aprivano profili social perché avevano paura che le persone le attaccassero, e in molti casi succedeva così. Questa cosa mi aveva fatto pensare che internet avesse in qualche maniera sdoganato quello che io chiamavo “effetto abitacolo”: la reazione di ognuno di noi quando guidiamo la macchina e qualcuno ci fa una scorrettezza stradale e noi gli gridiamo di tutto; lo facciamo perché siamo protetti dall’abitacolo della macchina. Questo accade anche sul web. È proprio un effetto collaterale dell’avere un device che ti protegge. Questa roba è devastante da certi punti di vista, perché fa saltare una serie di limiti e convenzioni sociali che sono alla base del vivere civile.

All’ultimo festival del giornalismo sei intervenuto sul tema delle infowar e digital propaganda: di cosa si tratta?
Partiamo dalla digital propaganda che è quello di cui stiamo parlando a tutti gli effetti. Prima per convincere le persone che il nemico contro cui andavano in guerra era sporco e cattivo ci voleva un apparato statale potentissimo. La digital propaganda ha una caratteristica completamente nuova: è estremamente economica, perché bastano davvero un computer, una connessione e un po’ di dati tirati fuori con attenzione per riuscire ad andare a toccare le paure delle persone o costruire un nemico. L’infowar è in qualche maniera la guerra di propaganda, la guerra delle informazioni, basata sul fatto che tu produci delle informazioni che sono decisamente mirate a ottenere un tuo scopo in termini di cambiamento dell’opinione e della percezione di un dato fenomeno.

 

Daniele Chieffi intervista
Daniele Chieffi © LUZ

 

Pensi che Facebook metterà mai in atto degli strumenti per arginare questo tipo di propaganda?
Ho qualche dubbio che effettivamente lo possano fare. Facebook è una piattaforma tecnologica che ha un modello di business molto preciso: vende ciò che facciamo, pensiamo e diciamo. Più noi diciamo e facciamo, più prendiamo posizione, più Facebook è in grado di clusterizzare il suo business. Impedire, limitare e filtrare in qualche modo i flussi di opinione delle persone significherebbe uccidere questo modello di business.

 

Il problema qual è? Non è tanto Facebook, piuttosto è il modello di business del web. Fin quando – ma sarà sempre più così – il vero petrolio saranno i dati, nessuno avrà realmente intenzione di imporre un freno.

 

Ti piace come è diventato internet?
No, perché in realtà non mi piace il fatto che io non riesca ad avere una conversazione virtuale che mi insegni qualcosa. Solitamente quando io converso non sto mettendo a disposizione quello che so. Scrivo pensando a cosa dire per far sì che quello che dico non inneschi reazioni di un certo tipo. Questa mancanza di libertà secondo me è la vera fine del web come lo intendevamo negli anni ’90.

 

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Luz