La verità in tasca

La verità in tasca

TIM, i giornali, l’odio sui social, l’informazione e la regolamentazione del web. Abbiamo incontrato Angelo Marcello Cardani, presidente di Agcom

Angelo Marcello Cardani, classe 1949, bocconiano di ferro con esperienza internazionale e accademica di peso, è dal 2012 il Presidente dell’Agcom. Garante alla Comunicazione, voluto da Mario Monti con cui aveva lavorato a lungo in Commissione europea, Cardani è alla guida di un’Authority cruciale, le cui molteplici competenze incrociano interessi e diritti di tutti i cittadini italiani.

Il campo di azione dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni è, infatti, più che ampio: essendo un’Autorità “convergente”, svolge attività di regolamentazione e vigilanza nei settori delle telecomunicazioni, dell’audiovisivo, dell’editoria e delle poste, con l’obiettivo, fissato dalla legge, di assicurare la corretta competizione degli operatori sui mercati e di tutelare i consumi di libertà fondamentali degli utenti, sempre nell’ottica di garantire il corretto rispetto del pluralismo e della libertà di informazione. Pur in assenza di regole organiche e nonostante una cornice che postula interventi sovranazionali, Agcom ha posto la propria lente di ingrandimento anche su Internet e sull’enorme mole di informazioni che circolano sul web, aprendo un tavolo tecnico con le piattaforme, Facebook e Google in testa, per affrontare, in un’ottica di autoregolamentazione, il tema della disinformazione online.

L’Autorità si sta muovendo anche sul delicato terreno dei Big Data, avviando un’indagine conoscitiva i cui primi risultati sono stati presentati lo scorso giugno. E qui il discorso è già bello complicato. Se poi si entra nello specifico di alcuni temi ad alto contenuto tecnico che appassionano il dibattito tra gli addetti ai lavori, e si parla, ad esempio, di “scorporo della rete”, si scopre che in pochi hanno la più vaga idea di cosa si tratti. Eppure, insieme a molto altro di cui si occupano Agcom e il suo Presidente, Cardani, tutto questo dovrebbe interessarci: perché tutti abbiamo uno smartphone, tutti paghiamo una connessione, e tutti abbiamo un account su un social media.

Presidente Cardani, partiamo dallo scorporo della rete TIM: provi a spiegarlo come se fossimo al bar
TIM è l’erede del vecchio monopolista e fa produzione di servizi e consegna attraverso la sua rete, la sola che arriva ovunque e in tutte le abitazioni. Proprio perché è l’unico titolare di una rete con la R maiuscola, tutti gli altri operatori di rete fissa devono in qualche misura rivolgersi alla rete di TIM. Anche se non del tutto, perché i concorrenti, in varia misura, si sono da tempo “infrastrutturati”, ma non al punto da poter fare a meno, con qualche eccezione, dell’ultimo miglio della rete TIM.

Che cosa cambia per il consumatore finale?
Il monopolista, cioè TIM, deve essere vigilato affinché non pratichi dei prezzi discriminatori ai concorrenti che questi gioco forza scaricherebbero sui propri  clienti, con la conseguenza che i clienti se ne andrebbero tutti da TIM. Diciamo che TIM “wholesale”, all’ingrosso, dovrebbe praticare lo stesso prezzo a TIM “retail”, ma anche a ciascuno degli altri operatori concorrenti. Questo è il senso di tanti nostri antichi cavalli di battaglia: parità interna/esterna, replicabilità, neutralità, equivalence.

 

Angelo Marcello Cardani intervista
Angelo Marcello Cardani © LUZ

 

Sembra facile
La parità di trattamento interna/esterna e il principio di non discriminazione rappresentano il decisivo passo avanti compiuto nel tempo grazie alla regolamentazione Agcom. Ovviamente di tutto questo non ci sarebbe bisogno se l’operatore dominante non avesse più il controllo della rete. Nel momento in cui la rete fosse di una società totalmente terza, questa non avrebbe alcun motivo per favorire un operatore rispetto a un altro.

Cambiamo argomento. Nella relazione Agcom 2018 per i quotidiani domina il segno negativo. Philip Meyer in un suo libro aveva previsto per il 2043 l’ultima copia del New York Times: lei crede a questa previsione?
In termini generali non ci credo, assolutamente no. Sono discorsi che però vanno un po’ modificati quando si parla del nostro bel Paese, dove la gente tende a leggere sempre un po’ di meno: se lei sale sulla metropolitana a Londra o a New York la mattina, vedrebbe che tutti leggono, c’è un silenzio tombale. Se la prende a Milano c’è una confusione tremenda, tutti al telefono

Sempre roba vostra…
In un certo senso. I giornali hanno un minore tasso di lettura, anche se analisi recenti fanno vedere che c’è una risorgenza di interesse per i giornali di carta. Ma perché secondo me la previsione del 2043 è sbagliata? Perché sotto la voce informazione passano tantissime cose, che vanno dai risultati delle partite, alle pubblicazioni di dati, alle opinioni delle firme più o meno prestigiose. Per quanto riguarda la pubblicazione di dati dei risultati della partita, un giornale non è il veicolo più efficiente, perché la rete ti porta gli stessi risultati in tempo reale. Mentre per il commento, l’opinione, l’analisi, è diverso.

 

Angelo Marcello Cardani intervista
Angelo Marcello Cardani © LUZ

 

Sui social media tutti possiamo condividere la nostra opinione con il mondo: ha ancora senso pagare per leggere altre opinioni?
Assolutamente sì. E bisogna convincere la gente che c’è un’enorme differenza fra chi fa vera informazione e chi scrive ciò che gli viene in mente, perché si sente su un rostrum davanti al popolo e al senato romano, e conciona talvolta anche con delle riflessioni di buonsenso, talvolta diffondendo disinformazione e mala cultura. È vero, è un segno di libertà: però quello che mi preme sottolineare è che qui non è un problema di salvare né un prodotto tipico Dop ma di salvare una colonna portante della società.

 

Perché l’informazione è la base della civiltà, e senza conoscenza e senza informazione, uno come fa a formarsi delle opinioni? L’informazione trasparente e di qualità, bene pubblico, va tutelata.

 

Internet era un sogno di democrazia e di conoscenza accessibile a tutti, oggi è in mano a colossi che formano in sostanza un oligopolio. Si aspettava che finisse così?
Sì e no. Ho cominciato a usare internet sul finire degli anni ’70, quando si chiamava Arpanet. Il salto verso internet vero e proprio è avvenuto quando questa rete è cresciuta e si è diffusa al di fuori dell’ambiente strettamente universitario, e ha rivestito nell’immaginazione di molti questo carattere di steppa totalmente libera, sulla quale si poteva galoppare senza limiti. Era il modo di intenderla dei pionieri, che si sentivano dei liberi cavalieri dell’intelletto. Internet però poi è passato di mano in mano a un pubblico che lo usava come si usa un qualsiasi strumento commerciale.

E regolamentarlo ovviamente è complesso
Io ho preso delle testate abbastanza ragguardevoli quando abbiamo regolamentato il diritto d’autore su reti elettroniche. Era il 2013. Ho in mente un nutrito gruppo di esperti, giuristi, operatori, che sostenevano che sovrapporre alla rete una regolamentazione del diritto d’autore sarebbe stato imbrigliare un mondo libero, determinando la fine di quella libertà.

Lo stesso film di un mese fa
Esatto. A me va benissimo che lo spazio internet sia libero, ma anche che sia legale, e che i diritti e i doveri reciproci siano chiariti. La tutela di questo diritto fa vivere molti autori e, naturalmente, anche le aziende che hanno acquistato questi diritti.

 

Io non capisco perché in Internet debbano essere ammessi comportamenti che adottati nel mio salotto porterebbero a importanti sanzioni.

 

C’è chi sostiene che la democrazia non possa sopravvivere a Facebook: qual è la sua opinione?
La democrazia deve adottare nei confronti di Facebook le stesse regole che adotta nei confronti di qualunque cittadino o azienda. Di nuovo, su Facebook devo essere obbligato a comportarmi come mi comporto nel mio salotto, o nel mio studio, o per strada. Non vedo motivo per cui le regole debbano essere differenti. Le cose che non dovrebbero essere possibili su Facebook sono le stesse cose che sono oggi descritte dal codice civile e dal codice penale. Non c’è niente di nuovo, se non la velocità dello strumento.

 

Angelo Marcello Cardani intervista
Angelo Marcello Cardani © LUZ

 

E la lentezza della legge
La legge per definizione rincorre la realtà: arriva sempre dopo. Quando poi la realtà si muove alla velocità della luce, è ovvio che la legge non può che rimanere indietro. Rimanere indietro però non va bene, va male: ma dobbiamo farcene una ragione, e devono anche essere messi in opera tutti quegli strumenti che permettono di accelerare. Io non sono un detrattore dei social media, presentano potenzialità colossali, ma poi la gente deve essere in grado di coglierle e di guardarsi al tempo stesso dalle derive inconciliabili col vivere civile: la denigrazione, i linguaggi dell’odio, gli atteggiamenti discriminatori o lesivi della sensibilità altrui .

A proposito di filter bubble: meglio ieri con tv e quotidiani, o meglio oggi?
L’offerta è molto più sviluppata, ognuno non cerca più una fonte di informazione di sinistra o di estrema sinistra, di destra o di estrema destra, ma ha la possibilità di trovare un’offerta ritagliata attorno alla propria personalità. Non saprei.

 

Questo però è uno dei grossi problemi del web: la costruzione di bolle, all’interno delle quali, gira e rigira, uno si convince di avere la verità in tasca, perché incontra una forma di informazione che conferma solo i propri presupposti, e pian piano diventa un monomaniaco.

 

E questo è pericoloso, anche se parliamo di collezioni di francobolli. Le manie sono sempre pericolose.

Se si parla di OTT, non si può non parlare di tasse e di Unione Europea; a che punto è la battaglia?
Diciamo che l’Unione non fa guerre, però è vero che ogni periodo storico ha il suo Schwarzer Peter, il suo uomo nero. Un tempo l’uomo nero era Microsoft: io ero alla concorrenza in quegli anni, gli abbiamo inflitto 497 milioni di multa per comportamenti anticoncorrenziali. Una cifra che Google oggi lascia come mancia al bar viste le multe che la Commissione europea commina adesso. C’è una verità incontestabile e cioè che la dimensione produce l’abuso. Conoscendo abbastanza bene le persone che lavorano in Europa su questi temi so che non sono minimamente motivati ideologicamente. Nessuno vuole far sputare sangue allo yankee, non è un assalto commerciale come dicono gli americani.

Le piace com’è diventato internet?
No. Però vorrei darle una risposta pensando a me come utente. Se fossi un semplice utente mi considererei più furbo della buona parte dei negromanti del web, e quindi non avendo informazioni privilegiate sul pericolo di alcuni fenomeni considererei inesistente il rischio. Visto il lavoro che faccio è diverso. Non solo ho informazioni che mi fanno suonare un sacco di campanelli d’allarme, ma sono anche relativamente disarmato. Vedo l’abuso, o l’illecito, talora persino il crimine, mentre viene commesso e poi saluto i responsabili perché non posso farci niente.

Sapiens
By
Luz