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L’eliminazione dai Mondiali di Russia, gli scandali, le scommesse, gli stadi fatiscenti, Moggi, Tavecchio e l’incognita Milan. Marco Bellinazzo racconta La fine del calcio italiano

È il 13 novembre 2017. Italia-Svezia, stadio San Siro. Alessandro Florenzi appoggia la palla, la riprende e la bacia prima di rimetterla a terra. Sa che quel calcio d’angolo sarà l’ultima occasione per riprendere la Svezia, dopo la cocente sconfitta per 1-0 all’andata, e portare l’Italia quantomeno ai supplementari, allontanando l’incubo di un’esclusione dai Mondiali di Russia.

Mentre i 70.000 di San Siro lanciano un ultimo, quasi stentato boato, Gigi Buffon, che quella maglia l’ha indossata altre 174 volte in carriera, corre verso l’area avversaria, consapevole che quella potrebbe essere la sua ultima apparizione con la maglia azzurra. Certo non il miglior modo per salutarsi.

Come tutti sappiamo quel pallone non troverà nessun azzurro alla fine della sua corsa. Di quella sera non restano che le lacrime di Buffon in diretta televisiva, la faccia allibita di Tavecchio – che poche settimane prima aveva parlato di “Apocalisse” in riferimento a una possibile esclusione dell’Italia ai Mondiali – e la necessità di ricostruire dalle fondamenta il calcio italiano.

Come è stato possibile mancare l’appuntamento dei Mondiali e passare in poco meno di trent’anni da “campionato più bello del mondo” a torneo quasi trascurabile? Questa la domanda da cui parte Marco Bellinazzo, firma de Il Sole 24 Ore, che ha pubblicato per Feltrinelli La fine del calcio italiano. Perché siamo fuori dai Mondiali e come possiamo tornarci da protagonisti, viaggio tra i mostri e le ombre che da Italia ’90 in poi hanno lentamente ucciso il nostro calcio.

Marco, Italia fuori dai Mondiali dopo 60 anni. È stato questo a decretare “La fine del calcio italiano”?
In realtà anche se Darmian non avesse colpito il palo e avessimo giocato i Mondiali la situazione non sarebbe cambiata di una virgola; anzi, io oggi vedo dati e condizioni allarmanti, che in qualche modo rendono la situazione di oggi molto più grave di quella che era a novembre 2017.

L’eliminazione del 1958 fu l’occasione per fare tabula rasa e ripartire. Oggi stiamo creando le condizioni per rinascere sportivamente?
Purtroppo mi sembra che si stia facendo di tutto per rimettere su un velo, senza affrontare i problemi. Basta aprire un giornale, non solo sportivo, per vedere segnali allarmanti che mostrano come la situazione stia peggiorando molto rapidamente. Ci ritroviamo nel 2018 con le stesse situazioni di corruzione e di incapacità già viste in passato; pensiamo solo a quello che dovrebbe essere il simbolo della rinascita del calcio italiano, ovvero lo stadio della AS Roma. Non è cambiato niente in questo Paese. Appena si cerca di fare qualcosa si ripropongono gli stessi meccanismi di devianza.

L’orizzonte non è dei più sereni
Pensiamo solo che il secondo asset calcistico del Paese, ovvero il Milan, è stato appena buttato fuori dall’Europa, ed è in mano a una proprietà che continuiamo a non sapere esattamente quale forza economica abbia alle spalle. Ci ritroviamo poi con dei nuovi record di penalizzazioni per inadempimenti finanziari in Serie C, squadre che falliscono tra Serie C e Serie B. Torna alla grande il tema delle plusvalenze: con il Chievo che a mio avviso, se si dovesse verificare – come già oggettivamente verificabile – che sono stati gonfiati per anni i prezzi di giocatori sconosciuti per dribblare i paletti patrimoniali per fare le iscrizioni, dovrebbe essere retrocesso. Il Cesena per sua fortuna è già fallito.

 

Le forze del calcio italiano sono più impegnate a trovare questi trucchetti piuttosto che pianificare, programmare e ristrutturare il sistema.

 

Nel libro parli di “una cronaca di un omicidio e non di un suicidio”. Chi ha ucciso il calcio Italiano?
Possiamo dire che il calcio italiano all’inizio degli anni ‘00 aveva conservato ancora una serie di primati che erano il frutto di uno splendore sportivo ed economico che affondava le radici negli anni ‘90. Da quel momento in poi cominciano a venire al pettine una serie di nodi e di problematiche. Io in particolare individuo una triade – che non ha a che fare con la più famosa triade juventina di Calciopoli – che ha gestito quella fase, di fatto condannando il calcio italiano al declino. Il primo nome è sicuramente quello di Luciano Moggi, che insieme alla Gea – la famosa società di procuratori – rappresentava il “braccio sportivo” di questa organizzazione. C’era poi un “braccio finanziario”, ovvero il banchiere Cesare Geronzi e la sua Capitalia; infine il “braccio istituzionale” era rappresentato da Franco Carraro, Presidente della Lega Calcio e della FIGC.

 

Marco Bellinazzo intervista
Test sul pallone dei Mondiali di Russia 2018 all’interno del laboratorio di tecnologia e scienze dei materiali di San Gallo, Svizzera © GIAN EHRENZELLER / Keystone / LUZ

 

In che modo hanno agito?
Con le attività svolte all’interno di Mediocredito Centrale, di cui Carraro era Presidente il quel periodo, questa triade è stata capace di influenzare e drenare, se non direttamente, quantomeno indirettamente, molte risorse dal sistema calcistico nazionale, decretando di fatto la condanna di molti club che si erano largamente indebitati per gareggiare in quella folle corsa chiamata Serie A.

Infatti nel libro rimproveri al calcio italiano di non essere riuscito a passare da un sistema mecenatistico, incentrato sugli sforzi economici di singoli presidenti, tipico degli anni ’90, a un sistema industriale efficiente e sostenibile
Diciamo che questo è il passaggio che hanno fatto tutte le grandi leghe europee. Noi avremmo potuto farlo per primi, avendo l’afflusso di grandi risorse economiche dai diritti tv. Si sarebbero dovute creare le condizioni per utilizzare una parte di queste risorse per incrementare il livello aziendale dei club, per programmare il futuro, per ammodernare le strutture, per avviare una vera internazionalizzazione dei brand.

 

Se all’inizio degli anni ’00 Inter e Milan avevano lo stesso fatturato di Real Madrid e Barcellona, e oggi ne hanno un terzo, evidentemente qualcosa è andato storto.

 

Nel dibattito mediatico un tema ricorrente è quello degli stadi. Che cosa si perdono concretamente i club a non avere uno stadio di proprietà?
Ovviamente lo stadio di proprietà è meglio perché la società si patrimonializza, ma è importante avere in dotazione uno stadio di qualità, prima ancora che di proprietà. I club italiani incassano appena 250 milioni all’anno, tutti insieme, dagli stadi. I big europei, che hanno stadi moderni, incassano all’incirca 80 milioni, con punte di 120, per ogni singola squadra. È evidente che, facendo una stima molto prudente, non avere stadi di qualità significa per la Serie A perdere ogni anno all’incirca 250 milioni di introiti. Se avessimo ristrutturato o costruito nuovi stadi a cavallo del 2010 oggi gran parte di questi investimenti sarebbero già stati ripagati e avremmo un struttura impiantistica all’altezza dei tempi e con la possibilità di incassare 500 milioni ogni anno, riportando così almeno 4/5 squadre stabilmente ai vertici europei, sia sportivamente che economicamente.

Tra l’altro dopo l’Inter nel 2010 nessuno ha più sollevato trofei in Europa
Soprattutto quelli che hanno vinto con grande sforzo economico delle proprietà in quegli anni, il Milan nel 2007 e l’Inter nel 2010, hanno dovuto poi vendere. Moratti ha bruciato 1,3 miliardi nella sua avventura all’Inter, lo stesso Berlusconi quasi 1 miliardo.

 

Da noi si è radicata l’idea che fare calcio ad alti livelli fosse dispendioso per le proprietà, e lo era perché non c’erano aziende dietro, mentre il calcio europeo oggi produce incrementi di fatturato e utili ovunque venga gestito in maniera razionale e moderna.

 

Prima di lasciare il Milan Berlusconi aveva detto che la sua famiglia non aveva più la forza economica per competere con le nuove proprietà straniere. Era una scusa?
Come ti dicevo la credibilità di un progetto secondo me non dipende più tanto dalla disponibilità economica delle famiglie. Quello che diceva Berlusconi era vero, però se guardiamo al presente quel modello di gestione del calcio è superato. Oggi i club devono essere autonomi finanziariamente. Anche la stessa Juve, tranne un aumento di capitale di 120 milioni fatto nell’era post-Calciopoli, per anni ha viaggiato in modo autonomo. Quindi diciamo che il disimpegno della famiglia Berlusconi è dovuto a una scelta propria e a un’incapacità di trasformare il club in un’azienda moderna.

Sono decenni che si parla dei vivai. Qual è la situazione del settore giovanile?
In passato il settore giovanile era il fiore all’occhiello del calcio italiano, c’erano delle squadre che lo facevano come mission. Poi questo si è perso. La sentenza Bosman portò a un afflusso incredibile di stranieri e da quel momento moltissimi club hanno preferito fare trading di calciatori dall’estero, invece di investire nel settore giovanile, che per anni è stato abbandonato.

 

Marco Bellinazzo intervista
Test sul pallone dei Mondiali di Russia 2018 all’interno del laboratorio di tecnologia e scienze dei materiali di San Gallo, Svizzera © GIAN EHRENZELLER / Keystone / LUZ

 

Come possiamo ricostruire un settore giovanile efficiente?
I giovani possono essere una risorsa incredibile. Le squadre di vertice dovrebbero diventare degli hub collegati a tutta una serie di scuole calcio e realtà territoriali affiliate che stabilmente producono giocatori, dove i migliori talenti possono risalire la filiera. Questo consente di avere il controllo dei giocatori su ampie fasce del territorio nazionale, di fidelizzare tanti ragazzini a certi colori – facendo così anche un investimento sul futuro della tifoseria – e permettere di razionalizzare certi investimenti. Questo è un modo intelligente di curare il settore giovanile, certo ci vogliono gli investimenti, ma il ritorno è quasi assicurato se lo fai in un certo modo. Non a caso Real e Barcellona sono tra le squadre che producono più giocatori in Europa.

So che apprezzi il lavoro che stanno facendo Juventus, Roma e Inter
Sì io le cito come società che stanno facendo questa evoluzione verso un modello di “Sport Entertainment Company”, cioè società calcistiche con una visione aziendale molto più ampia, moderna e internazionale. La Juve ha 500 dipendenti, la Roma oltre 300, l’Inter viaggia più o meno su questi numeri. Sono realtà che si stanno strutturando a fatica ma con un percorso in cui hanno ben chiaro l’obiettivo da raggiungere.

 

Non a caso l’Inter, anche grazie alla forza economica che ha alle spalle con Suning, sarà la vera alternativa alla Juventus nei prossimi anni.

 

Le altre invece?
Tutte le altre realtà – togliendo dal campo l’enigma del Milan – viaggiano ancora secondo un modello artigianale, medievale, un calcio che si basa su quella forma patriarcale e mecenatistica che era quella storica del calcio italiano, che ormai non è più, per tante ragioni, un modello che può offrire prospettive su lunga durata.

Parliamo proprio del Milan. Stiamo assistendo a una vicenda quantomeno strana. Che idea ti sei fatto?
È stata una vicenda assolutamente atipica fin dall’inizio. Yonghong Li non è stato assolutamente trasparente rispetto a quella che era la sua identità aziendale, la sua solidità economica. In un modo o nell’altro è riuscito a comprare il club con dei soldi e riesce a rispettare a fatica tutti gli impegni dovuti al fabbisogno economico del club, ma non abbiamo, per quanto ci dicano il contrario, tutta questa certezza sulla provenienza di questo denaro. Ci sono inchieste giornalistiche che da parecchi mesi raccontano i dubbi che girano attorno alla figura di Mr. Li. L’unica identità patrimoniale certa è il creditore, ovvero il fondo Elliott.

Come se non bastasse è arrivata l’esclusione dall’Europa League
La sentenza della UEFA non è altro che l’esito di questa situazione opaca che c’è intorno al Milan. Sentenza che di per sé, come ho già avuto modo di dire, è andata ben oltre quelli che erano i contorni normativi del fair play finanziario, ma che attraverso la quale la UEFA ha dato un segnale  fortissimo alle istituzioni calcistiche.

 

Perché dire al mondo del calcio che la proprietà del Milan non è credibile, senza che in Italia nessuno abbia mai sollevato un’obiezione a livello di struttura dirigenziale e istituzionale, rappresenta uno schiaffo alle istituzioni calcistiche italiane: alla Serie A, alla Lega Calcio, alla Federazione.

 

La Juve ha vinto 7 scudetti consecutivi. Come dobbiamo leggere queste vittorie alla luce di quello che stiamo dicendo?
Sicuramente vincere 7 campionati consecutivi è qualcosa di anomalo nel panorama calcistico; non a caso è un record europeo. Inoltre credo che la Juve possa vincere almeno per i prossimi 5 anni. Questo è frutto del fatto che al momento la Juve viaggia a 200 milioni di fatturato in più rispetto ai concorrenti italiani. È il riflesso di una forza che la Juve aveva per sua natura e di questo modello calcistico europeo che permette a chi vince di essere più ricco e quindi di perpetuare la sua forza sportiva ed economica, mentre non facilita l’ingresso di nuovi player nelle face più alte delle competizioni. Di conseguenza questo solco che la Juve ha scalato economicamente poi si è manifestato anche sul campo.

Nel libro riporti tutta una serie di esempi: dalle scommesse al razzismo di Tavecchio, dai processi all’esclusione dai Mondiali. Cosa salviamo del calcio italiano?
Io non ho voluto scrivere un epitaffio per il calcio italiano. Il calcio italiano ha una sua forza, una resilienza, un talento, una passione popolare che ne fanno uno dei modelli sportivamente più vincenti al mondo. Lo è stato in passato ma lo sarà anche in futuro. Solo che se non si fanno tutta una serie di riforme e interventi, che sono quelli che nel libro in qualche modo indico, sarà sempre più difficile che il talento da solo possa bastare.

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Luz