La paura è una bugia

La paura è una bugia

Da “Non dirmi che hai paura” a “E tu splendi”, passando per immigrazione, Salvini, idiozia, razzismo, muri e bugie. Giuseppe Catozzella racconta il suo viaggio nel mondo dell’”altro”

Chi sono? Che cosa vogliono? Perché non se ne tornano da dove sono venuti? Queste le domande che si pongono gli abitanti di Arigliana, “cinquanta case di pietra e duecento abitanti”, quando scoprono che dentro la vecchia torre normanna del paese si nasconde una famiglia di sette stranieri. È attorno a questa scoperta, raccontata attraverso gli occhi di Pietro, bambino di 11 anni, che si sviluppa E tu splendi, ultimo tassello della trilogia dell’”altro”, dove Giuseppe Catozzella, classe ’76, milanese di origini lucane, si immerge fra le storie, le contraddizioni e le paure legate all’immigrazione.

Nel 2014 aveva creato un vero caso letterario con Non dirmi che hai paura, storia dell’atleta somala Samia Yusuf Omar, morta in mare mentre cercava di raggiungere le nostre coste per inseguire il sogno di partecipare alle Olimpiadi di Londra. Dopo aver raccontato le brutalità e gli orrori della guerra ne Il grande futuro, Catozzella decide di spostare il focus sui nostri fantasmi. Perché abbiamo paura dello straniero? Come si crea il razzismo? E come si può sconfiggere? E tu splendi è uno specchio: è attraverso l’”altro” che riusciamo a vedere con chiarezza le nostre storture e le nostre contraddizioni.

Nell’epoca degli ”aiutiamoli a casa loro”, dei “clandestini” e delle “risorse boldriniane”, c’è chi come Giuseppe prova a smarcarsi da quel rumore di fondo, scrivendo e raccontando quelle storie che non riescono a restare a galla, sommerse quotidianamente da quel mare di informazioni, immagini e slogan che ogni giorno riempiono gli schermi dei nostri smartphone.

Giuseppe, con E tu splendi hai cercato di raccontare l’immigrazione attraverso gli occhi di Pietro. Com’è stato filtrare tutto attraverso lo sguardo di un bambino?
E tu splendi idealmente è l’ultimo passo di una trilogia, in cui racconto il mondo dell’”altro”. In quest’ultimo libro il protagonista è Pietro, un bambino di 11 anni, però anche negli altri due libri i protagonisti sono bambini. Trovo che raccontare il mondo con gli occhi dei bambini, che sono ancora pieni di meraviglia e che senza indugi scovano la bellezza ovunque si annidi, è bello mentre lo scrivi e ti fa ricordare un sacco di cose che normalmente nella pratica quotidiana che abbiamo col mondo ci dimentichiamo.

Ti sei divertito insomma
Sì, sì mi sono divertito e mi sono proprio fatto trasportare da questa voce in cui la vita straripava… per cui ha comandato lui.

 

Giuseppe Catozzella intervista
Giuseppe Catozzella © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In che senso si tratta di una trilogia?
Come ti dicevo questo è l’ultimo passo di tre libri in cui cerco di raccontare il mondo dell’”altro”, ovvero tutto quello che noi occidentali, europei, da centinaia di anni abbiamo creato come “altro”, cioè colui che non vogliamo vedere, colui che reputiamo sostanzialmente inferiore. Questo l’ho voluto fare in tre passi, con questi tre libri: uno, raccontare la guerra, mostrando anche le implicazioni dell’Occidente in questi scenari; due, raccontare il viaggio, cioè raccontare l’epica; tre, raccontare l’approdo e capire in che modo una comunità costruisce il razzismo.

 

Arigliana, questo paesino di 50 case di pietra, nel profondo sud, da cui sempre tutti erano solamente emigrati, è una metafora del nostro Paese. Cosa succede quando per la prima volta arrivano degli stranieri?

 

Perché abbiamo così paura dello straniero?
Ci ho riflettuto abbastanza, poi sono temi con cui mi misuro da tanti anni, anche andando in Africa e in Medio Oriente. Secondo me la nostra paura nasce dal fatto che lo straniero ci ricorda una cosa che vogliamo assolutamente rimuovere: il fatto che siamo stranieri anche noi. Non soltanto perché siamo italiani e abbiamo una storia di emigrazione, ma perché siamo uomini. Ognuno di noi è frutto di una catena sterminata di migrazioni; se potessimo guardarci alle spalle e vedere tutti i movimenti che ci hanno portato qui, sarebbero ovviamente movimenti migratori. Però questa consapevolezza ci provoca molta vergogna: la consapevolezza di essere sradicati. Lo straniero ci ricorda tutto questo e allora deve essere inferiore, deve essere escluso perché invece “noi” siamo i portatori di identità.

Ricordavi il passato e il presente migratorio degli italiani: abbiamo poca memoria o facciamo finta di non ricordare?
Secondo me tutte e due le cose. Tutti i Paesi costruiscono la storia sulla base del presente, escludendo le cose scomode del proprio passato. Noi questo lo facciamo tantissimo. Per esempio non abbiamo mai veramente metabolizzato una cosa fondamentale come la nostra partecipazione all’Olocausto.

 

Non abbiamo mai veramente metabolizzato il fascismo, che è radicato nel nostro DNA di italiani, per non parlare del passato coloniale, che ovviamente è implicatissimo in queste gigantesche migrazioni di questi anni, e nessuno se ne fa carico.

 

Cosa ti ha spinto a parlare di queste tematiche?
Be’ innanzitutto credo il mio approccio con la letteratura. Io sono uno di quelli che pensa che uno scrittore non debba necessariamente tirarsi indietro dal confronto con la realtà del tempo in cui vive, e penso che si possa fare letteratura anche confrontandosi con la realtà, che è chiaramente un gioco ancora più difficile, ancora più stimolante.

La letteratura in tutto questo può fare qualcosa?
Madonna… ha un potere enorme; anche se oggi appare depotenziata dalle nostre mille distrazioni. È una cosa che sapevo da lettore, perché quando amo un libro, questo libro mi cambia, ed è una cosa che ho scoperto da scrittore perché il primo libro che è uscito di questa ideale trilogia, Non dirmi che hai paura, è un libro che ha raggiunto una quantità incredibile di lettori in tutto il mondo e che li ha cambiati, e questo lo so perché me lo dicono.

Ho visto su Facebook che ti arrivano un sacco di lettere
Di tutto, è incredibile: lettere, quadri, musica, cd, film. Poco tempo fa ho fatto una presentazione a Erba e ho incontrato una signora. Mi fa: “I tuoi libri mi hanno cambiata. Io sono sempre stata un’elettrice e una parte attiva nella Lega Nord. Dopo aver letto Non dirmi che hai paura ho cambiato radicalmente il mio modo di vedere il mondo”. Adesso lavora nell’associazionismo con i migranti (ride, ndr). E non è un caso isolato sai? Quindi vedo il potere della letteratura, che naturalmente agisce lettore per lettore. Però se un libro raggiunge tante persone allora funziona veramente.

 

Giuseppe Catozzella intervista
Giuseppe Catozzella © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In Italia però si legge pochissimo
In Italia è un casino. Siamo un Paese molto povero che non ha fatto in tempo a conoscere la cosiddetta rivoluzione liberale o borghese. Gli altri Paesi hanno avuto 200 anni per coltivare una classe media che innanzitutto, con le prime generazioni, si staccasse dalla povertà, e che poi cominciasse a coltivare il proprio mondo interiore attraverso la cultura. Noi no. Ecco perché siamo un Paese molto poco alfabetizzato. Quindi figurarsi leggere. Leggere libri è, come va di moda dire adesso, da “radical chic”. Per cui in realtà non c’è scampo, noi italiani siamo destinati a questa cosa qua. Naturalmente si può agire, però bisogna prevedere un piano lungimirante; basterebbe copiare il modello francese. Fra 10 anni saremmo messi molto meglio.

Non dirmi che hai paura ha dato il via a questa trilogia. Ha vinto il Premio Strega giovani ed è stato un vero caso letterario. Come è nato questo libro?
Era il 2012. Erano già tanti anni che mi interessavo a questi temi. Ero al confine tra Somalia e Kenya perché ero andato a incontrare un ragazzo che voleva raccontare la sua storia. Poi quella storia è diventata il secondo libro: Il grande futuro. Era il 19 agosto e in quei giorni erano appena finite le Olimpiadi di Londra. Mentre facevo colazione c’era la tv accesa su Al Jazeera e stavano intervistando il portavoce del comitato olimpico somalo. Io ero lì che mangiavo e ho sentito questa cosa: “Che fine ha fatto Samia Yusuf Omar?”, gli hanno chiesto. E lui: “L’avevamo portata alle Olimpiadi di Pechino, giovanissima. Volava vincere quelle di Londra e per farlo ha lasciato Mogadiscio da sola, voleva arrivare in Italia ed è morta in mare”. Ecco, quando ho sentito, a due passi da casa sua, nominare il nome del mio Paese, mi sono sentito chiamato e ho saputo che avrei messo in qualche modo la mia vita al servizio di quella storia.

L’immigrazione è un po’ sulla bocca di tutti. Rispetto al clima politico che si respira in Italia come ti senti?
Mi sento male. Non mi sento assolutamente rappresentato e onestamente mi sento sempre più circondato da idiozia. Questa cosa mi spiazza tremendamente e mi fa sentire molto vecchio (ride, ndr). Pare che irrimediabilmente il mondo stia andando verso la perdita della ragione.

A cosa è dovuta questa idiozia dilagante?
La frequentazione dei social sicuramente ha contribuito. Pensa a Twitter… è osceno. I social sono delle forme da cui la ragione è tenuta fuori, proprio per ragioni strutturali.

 

Così facendo alla fine la forma finisce per influenzare il contenuto, o chi siamo; e quindi stiamo diventando sempre più idioti, stiamo assottigliando il nostro pensiero sempre di più.

 

La politica non aiuta ad alzare la qualità del dibattito
Mi sembra che anche il discorso della politica ci stia costringendo ad appiattirci sempre più verso l’idiozia e la stupidità. Vedo che molte persone ci cascano e talvolta ci provano pure gusto, anche delle persone intelligenti, e questa cosa mi spiazza. Poi mi spaventa perché la creazione di questa stupidità collettiva genera mostri. Sai, se tu riesci a togliere consapevolmente la ragione a un popolo e riesci allo stesso tempo ad aumentargli la pancia, cioè la sensazione, e a coltivare dentro questa sensazione un senso artificioso e immotivato di paura, allora diventa veramente molto facile manipolare quel popolo.

Sei pessimista
Sì, diciamo che collettivamente sono pessimista. Poi credo in alcune cose che ci salvano.

Ad esempio?
La letteratura, l’arte, la cultura, il pensiero, l’analisi.

 

Giuseppe Catozzella intervista
Giuseppe Catozzella © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Se i media mettessero al centro le storie forse sarebbe più facile capire i fenomeni di cui stiamo parlando?
È difficile mettere al centro le storie nel discorso mediatico. I grandi mezzi di comunicazione tradizionali, radio, tv, giornali, non sono fatti per approfondire, sono fatti per altre cose, sono fatti per dare la notizia, il titolo, sono sempre più titoli sostanzialmente. Quella roba lì è fatta per dare i numeri, cioè per restituire il mondo attraverso la quantità, non la qualità. Le storie però sono l’opposto, sono la qualità, ovvero siamo noi stessi di fronte a noi stessi, la nostra intimità. E questa cosa qua oggi nel mondo c’è un solo oggetto che lo fa e sono i libri, la letteratura che ancora mantiene il privilegio di fare un lavoro di profondità. Tutto il resto va nella direzione opposta.

Tornano di moda i muri. Che strada stiamo imboccando?
Una strada molto pericolosa. Cose che fino a pochi anni fa sembravano impossibili ormai sono non solo possibili ma reali. Fili spinati messi lungo molti confini: Grecia-Macedonia, Ungheria, Austria-Brennero, Francia- Inghilterra.  Ma le migrazioni non si possono fermare. Questi muri non servono nella realtà, servono solo a chi li fa, servono a mostrare al proprio popolo che si sta facendo qualcosa. È una grande messinscena.

 

Anzi ti dirò di più: se tu costruisci un muro mi stai invogliando a scavalcarlo. È la verità. Quindi noi esseri umani troveremo sempre, quando ci troveremo un muro davanti, il modo per scavalcarlo, per bucarlo, per passarci sotto.

 

Un tuo libro che consiglieresti a Salvini?
Tutti e tre di questa trilogia… però dai, Non dirmi che hai paura che è più facile.

Nel libro una delle frasi che guideranno il percorso di Pietro è “La paura è una bugia”. Ovvero?
Sì, questa è una frase che Pietro “riceve” dalla mamma che non c’è più, anche se all’inizio fa un po’ fatica a capirla. Sostanzialmente significa che noi possiamo avere paura solo delle cose che non comprendiamo. Queste sono le uniche cose che ci possono far paura. Quindi se io riesco a mantenerti lontano dalla reale comprensione di un fenomeno già questo è un ottimo punto di partenza. Dopodiché lì in mezzo, fra te e il fenomeno, posso crearci un fantasma, che ti potrebbe far paura, e in più posso poi propormi come solutore di questa paura. Spesso è questo il meccanismo con cui si creano delle paure collettive. Sostanzialmente attraverso delle grandi bugie a cui un popolo finisce per credere perché non ha voglia e non ha i mezzi per analizzare la verità.

Come si smentisce questa bugia?
Attraverso il coraggio personale e attraverso la voglia, che è tutta personale, di superare se stessi, cioè di sbattersi ed impegnarsi.

Quindi lo “splendore” viene solo da se stessi?
Assolutamente, è proprio questo che scopre Pietro alla fine di questa storia in qualche modo, cioè che nessuno ti può insegnare a splendere, neanche tua mamma. C’è un momento nella nostra vita in cui smettiamo di essere bambini. Quello è un momento molto doloroso perché scopriamo irrimediabilmente di essere soli al mondo, che non c’è nessuno che ci può salvare. Però è un momento fondamentale, perché è solo attraverso questa consapevolezza che possiamo capire che per diventare noi stessi, cioè per splendere, dobbiamo arrivarci da soli attraverso uno sforzo ostinato. È l’unico dovere che abbiamo in questa vita. La maggior parte sono doveri sociali che ci cuciamo addosso, ma l’unico dovere reale è quello che dobbiamo a noi stessi, cioè quello di diventare quello che in qualche modo siamo destinati a essere.

Sapiens
By
Luz