Nel segno della solitudine

Nel segno della solitudine

Emiliano Ponzi si racconta: il disegno, Dylan Dog, Ferrara, l’intuizione, la ricerca, l’America e la forza della solitudine

Ho conosciuto Emiliano Ponzi nell’agosto di due anni fa. La città semideserta era afflitta da un caldo che non lasciava scampo: ci fermammo a bere il caffè al tavolo di uno squallido bar di via Vigevano, chiacchierando del suo imminente viaggio a New York.

Potrebbe essere l’incipit di un racconto di Carver, o il tema di una delle illustrazioni di Emiliano: solo quando gli strinsi la mano collegai i puntini e unii le copertine de Il Venerdì di Repubblica a quelle di Internazionale, passando per le cover dei romanzi di Bukowski, fino ad arrivare ai suoi lavori per il New York Times e per il New Yorker.

Emiliano Ponzi ha collezionato una lunga serie di cover, grafiche e animazioni per la RepubblicaThe New York Times, Le MondeThe New YorkerNewsweek, Rolling Stone. Non solo: Feltrinelli, Mondadori, Lavazza, Bulgari, Pirelli, Amnesty International, Armani, Triennale Design Museum, Penguin Books e il MoMA di New York.

Il suo stile essenziale, poetico, quasi metafisico è diventato un “marchio di fabbrica” riconosciuto in tutto il mondo, che gli è valso un’invidiabile serie di premi internazionali.

Emiliano è poi diventato un caro amico, e il viaggio che ha intrapreso verso il raggiungimento di un’estetica in grado di dar voce al suo mondo è un racconto intenso, appassionante e imprevedibile. Perché non si tratta solo di avere talento: “Un modo di vedere le cose originale e preciso e l’abilità di trovare il contesto giusto per esprimerlo, sono un’altra cosa”. Lo sosteneva Raymond Carver, e sono certa Emiliano sarebbe d’accordo.

La prima tappa del tuo viaggio è Ferrara, la tua città d’adozione: come ti ha ispirato e quanto ha influito su ciò che volevi fare “da grande”?
Ferrara è una città molto piccola, ed era ancora più piccola quando ci ho vissuto, in un’era pre-internet che ci obbligava ad andare fisicamente nei posti per vederli o a spostarci per conoscere le persone. Come tutte le città di provincia era un bellissimo e rassicurante utero in cui crescere, che poi però andava lasciato: la sua comodità rischiava di mettere chiunque in una posizione di grande comfort e agio, a tal punto da non volerne più uscire.

Lì però nasce la tua passione per il disegno
L’attrazione fatale per il disegno mi ha portato – da adolescente – a frequentare dei corsi pomeridiani tenuti da un disegnatore di Dylan Dog per un anno, poi un altro anno ho fatto un corso che aveva luogo presso un’associazione di coltivatori dietro il cimitero ebraico, una zona stupenda di Ferrara. I due cani del coltivatore, ogni sera, mi vedevano arrivare e mi abbaiavano contro: per sfuggire alle loro feste allora mi portavo dei piccoli pezzettini di prosciutto in tasca, che lanciavo lontano da me per aprirmi una specie di “varco” e passare indenne. È la città dov’è nata la mia passione, ma ho capito che per crescere, in tutti i sensi, a un certo punto l’avrei dovuta abbandonare.

 

Emiliano Ponzi intervista
Emiliano Ponzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In una tua vecchia intervista ho letto che da piccolo disegnare per te era diventato più una sfida che un piacere, e che il tuo desiderio era soltanto migliorare: chi o cosa sfidavi?
Ho iniziato a disegnare copiando i fumetti di Dylan Dog, poi tutto il mondo americano della Marvel. Copiavo una figura senza matita, direttamente con la penna o con l’inchiostro, partendo da un punto del piede e poi tracciando tutta la figura perfetta, esattamente identica nelle proporzioni, fino ai capelli. Una volta in cui sei rassicurato dal fatto di saper fare una cosa, in cui sai di avere quella determinata capacità, allora passi a un livello successivo del gioco. È una sfida verso se stessi nella misura un cui ogni mio disegno è una sorta di dialogo tra me e l’immagine: la sfida si chiude solo quando il dialogo può dirsi concluso. Ciò che è interessante è proprio questo aspetto a due: c’è sempre un interlocutore, che poi magari è il disegno, quindi uno specchio di me stesso.

La spinta verso il miglioramento è senza dubbio ciò che tiene viva la passione per il proprio lavoro, ma non rischia di diventare un’arma a doppio taglio, come una droga di cui non si riesce a fare a meno?
La spinta verso il miglioramento ha anche un’altra declinazione oltre alla tossicomania del lavoro, che è una cosa che io ho di mio. È un’arma a doppio taglio come l’eroina, perché a me – più che darmi piacere – lavorare mi rassicura: in un certo senso è come un grande seno materno da cui continuo a suggere latte.

 

Pensa a un bicchiere bucato sul fondo, che viene ininterrottamente riempito da una brocca d’acqua: lei è il mio lavoro, e io sono quel bicchiere che ha un bisogno costante d’acqua per sentirsi per un attimo pieno, e poi ricominciare daccapo.

 

Da te mi sarei aspettata la scelta di un liceo artistico, invece…
E invece ho fatto il classico, un’esperienza molto bella di cui devo ringraziare i miei genitori. Nell’ambiente borghese italiano degli anni ’80 c’era una specie di stigma nei confronti delle discipline artistiche, direttamente connesso con l’idea del posto fisso e di un lavoro serio e strutturato. È stata una scelta che sono riuscito ad apprezzare già sul medio periodo, perché lo strumento più importante che un artista ha a disposizione non è la mano, bensì la testa: la mano si adegua a ciò che la testa dice, per cui avere dei contenuti ed essere in grado di comunicare onestamente se stessi sono concetti che ho appreso frequentando quel tipo di scuola.

 

Emiliano Ponzi intervista
Emiliano Ponzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Noi figli degli anni ’80 abbiamo dovuto lottare contro lo stigma nei confronti delle discipline artistiche o letterarie: ora che questo è venuto meno, di riflesso non si sta però assistendo a un appiattimento di offerta e di qualità?
Certo, c’è stato un appiattimento dell’offerta perché un certo pregiudizio è stato abbattuto e le discipline artistiche ora vengono trattate alla stregua di un qualsiasi altro lavoro. La libera circolazione delle immagini attraverso internet e i social network, poi, ha fatto perdere completamente l’idea del processo: ora ciò che si vede è solo il prodotto, e siamo di fronte a un paradosso di senso per cui chiunque pensa di poter fare qualsiasi cosa. I prodotti sono talmente semplici da darci una misperception di accessibilità, quando invece vengono da un lungo percorso che viene ignorato.

 

Oggi tutti copiano tutto, determinando un piattume creativo che in passato non c’era: se una volta era necessario possedere una forte motivazione per poter andare avanti, oggi si riesce a galleggiare anche con un coefficiente di talento minimo.

 

Dopo le superiori ti immagino come il pinguino del tuo libro The Journey of the Penguin, che abbandona la sua comfort zone perché là fuori intravede un mondo di possibilità: è questa “visione” che ti ha portato a Milano?
Sì, come il pinguino di The Journey of the Penguin, pure io avevo intuito che quello che stavo cercando – anche se non era ancora esattamente chiaro di cosa si trattasse – non era nel posto in cui stavo. Avevo una mappa per trovare il tesoro nell’isola, non sapevo bene quale fosse il tesoro, ma ero certo che non l’avrei scoperto rimanendo a Ferrara.

Quando sei arrivato allo IED, nel 1997, ti sei trovato per la prima volta immerso in un ambiente che parlava la tua stessa lingua: c’è stato un incontro, un evento o una persona che ha avuto un impatto determinante sul tuo percorso?
Ci sono stati degli incontri con alcuni docenti che mi hanno dato molto: si trattava di persone che andavano oltre il mero ruolo di insegnanti, trasformandosi in esempi virtuosi e stimolanti. Allo stesso tempo erano però esempi di un mondo più vecchio del nostro, legato a un ambiente nazionale e locale: la cosa più interessante che mi ha trasmesso lo IED è stata la consapevolezza che il lavoro dell’illustrazione e dell’artista visivo in generale poteva avere tanti campi di applicazione, dalla pubblicità alle prime animazioni che stavano iniziando a prendere piede, fino alla moda.

 

Emiliano Ponzi intervista
Emiliano Ponzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Il post-laurea è la bestia nera di qualsiasi studente, che spesso rinuncia ai propri sogni per paura, poco coraggio o pigrizia. Tu, invece, hai perseverato: cos’è che ti dava questa convinzione quasi “granitica”?
Il post-laurea è un buco nero per tutti: fino al giorno prima c’è sempre qualcuno, una struttura, che in qualche modo ti guida, dopo invece te la devi giocare, e la dimostrazione di valere qualcosa dipende solo da te. Io non sono uscito per tanti anni: mi sono letteralmente “chiuso in una stanza”, spinto dal bisogno di far crescere un linguaggio; di conoscere meglio me stesso, il lavoro che volevo fare e il mercato in cui mi sarei mosso. Sono stati anni parecchio dolorosi e di grandi camminate sulle uova: a posteriori ritengo che il non essermi dato un piano B o C sia stato determinante nel mantenimento del mio obiettivo.

 

Non mi ritengo un tipo da piano B, mi ricorda troppo la storia dei trapezisti senza rete: sono loro i più bravi a non cadere perché impauriti dall’assenza della rete, a differenza di quelli che invece preferiscono averla.

 

Nel 2011 esce la tua monografia 10×10, come la dimensione della “cella” in cui ti sei rintanato per quasi dieci anni: come si è evoluto e quanto è cambiato il tuo stile durante quel periodo?
In quegli anni sono successe tantissime cose, e io pian piano ho trovato un tono di voce che mi rappresentasse: è stata una lunga ricerca di autorialità e di autenticità, di un linguaggio applicabile sul lavoro che non fosse finto e parlasse in maniera sincera di me. Paradossalmente per me si può fingere di più in diverse circostanze sociali, ma non sul lavoro: lì se non sei autentico non riesci a reggere la prova del tempo e rischi di passare per modaiolo, di non lasciare nulla di te. Se da un lato c’è stata una crescita personale, dall’altro – parallelamente – avveniva quella artistica: le mie esperienza personali contribuivano a plasmare il mio stile e la mia estetica, come avviene per uno scrittore.

Da profana, vedendo i tuoi primi lavori e confrontandoli con gli ultimi, pare che tu abbia agito “per sottrazione”, sacrificando ogni orpello per giungere a un’illustrazione essenziale, dove ogni rumore di fondo è stato eliminato…
I lavori iniziali sono sempre più figli di una visione e di un’impostazione accademica, poi si comincia a cambiare pelle e per me è avvenuta la prima evoluzione, coincisa con la ricerca di un’essenzialità spoglia ma gravida di senso, mai vuota. Da qualche anno invece ho iniziato a reintrodurre altri elementi decorativi perché ho visto troppa essenzialità attorno a me. Tutto pareva riducibile alla mera applicazione di un giochetto: mettere poche cose in una tavola e inneggiare al “less is more”, come se l’attuazione di questa regolina fosse una grande panacea. Ora invece ho ripreso a utilizzare sfumature e virtuosismi tecnici che in precedenza avevo abbandonato: è il mio secondo cambio di pelle, ed è stato possibile solo perché non avevo più paura del rumore attorno a me.

Ciò che personalmente mi colpisce di più delle tue illustrazioni è l’uso del colore: pieno, netto, mai leggero o sfumato, come se fosse una sorta di statement, una presa di posizione nei confronti di chi guarda
Sì, è vero, c’è una presa di posizione e una scelta di campo: usare pochi colori è la mia cifra stilistica e non saprei fare altrimenti. Comporre cromaticamente un’illustrazione per me equivale a comporre una melodia: i colori devono sempre essere appaiati e nessuno deve stonare con l’altro. È la parte di sottrazione più complessa del mio lavoro, molto più del disegno in sé e per sé: i colori sono vettori di un significato, e il mio intento è che chi vede una mia immagine rimanga a indugiarci un po’ di più e si soffermi a riflettere su ciò che voglio comunicare. In un certo senso, è come essere di fronte a un racconto breve o a un cortometraggio: per raggiungere l’obiettivo però devo filtrare ed epurare tutto quanto, ricercando il perfetto equilibrio tra colori e forme.

 

Emiliano Ponzi intervista
Emiliano Ponzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Chi sono i tuoi “mostri sacri”, quei maestri di riferimento che ti hanno irreversibilmente ispirato e influenzato?
In generale non ho forme di divismo, ma ci sono personaggi che mi hanno ispirato sotto vari punti di vista e a cui mi sono sentito affine. Un certo modo di guardare l’immagine è sicuramente simile a quello un po’ voyeuristico e mai sfacciato di Hopper; poi direi anche David Hockney e Alex Katz. Tra gli italiani, Lorenzo Mattotti, un grandissimo artista trasferitosi a Parigi, e Igort, un fumettista strepitoso.

Il viaggio però non è ancora finito, perché il tuo periodo di “reclusione” ti porta poi negli Stati Uniti, sulle copertine del New York Times, del New Yorker, del Washington Post. Qual è stato l’aspetto più difficile del dover affrontare un ambiente competitivo come quello americano e un mercato così diverso?
Il mercato americano è molto diverso, più strutturato, e questo perché esiste da più tempo: come ogni cosa molto evoluta ha delle regole differenti rispetto al mercato italiano. Gli americani sono più pratici, diretti, smaliziati, e mi hanno insegnato una cosa importantissima sul lavoro, ma anche nella vita: non prenderla mai sul personale. Noi siamo portati ad accentuare il nostro aspetto più permaloso – chi lavora nell’ambito artistico o letterario tende ad avere un narcisismo più o meno manifesto – e ciò irrimediabilmente rischia di penalizzarci. C’è anche tanta competizione, ma negli Stati Uniti sul lavoro vige un’estrema correttezza, a cui noi non siamo per nulla abituati: a volte questo voler essere sempre politically correct è pure esagerato, ma trovo sia funzionale alla vastità del mercato e all’enorme concorrenza tra i vari player che vi operano.

In tante delle tue illustrazioni è percepibile una certa malinconia, a volte persino una solitudine dei soggetti nelle situazioni rappresentate
Credo sia l’espressione del mio tono di voce e della mia cifra stilistica: esiste però una grossa differenza tra essere soli e la solitudine. Abbiamo disimparato a “stare dentro” alla solitudine, e sempre più spesso mettiamo in atto atteggiamenti per non isolarci, perché l’ipotesi ci spaventa.

 

Convivere con la solitudine, a volte anche abbracciarla e non temere il silenzio, è una virtù… forse l’unica che ci aiuta a capire chi siamo davvero nel profondo.

 

Le storie che racconti attraverso i tuoi disegni mi ricordano quelle dei minimalisti americani come Carver, Ellis, Paley, McInerney, Janowitz: anche loro avevano eliminato tutto ciò che non era necessario alla narrazione, utilizzando un nuovo linguaggio che aveva dato linfa vitale alla letteratura e riportando alla ribalta la short story
Vedi? Torniamo anche qui al discorso che facevamo sul minimalismo: sembra freddo se si guarda solo al prodotto e si applica la tecnica per scrivere una storia con quel particolare stile. Se invece si studia il processo, si nota come il minimalismo sia il frutto di una “dieta” di termini nella scrittura e di elementi visivi nell’illustrazione. Essere sintetici e comunicare in modo forte ed efficace un concetto è una delle cose più difficili che si possa chiedere a un artista o a uno scrittore. Spesso chi diluisce eccessivamente non si è fatto prima una serie di domande fondamentali: cosa ti sto dicendo? Dove voglio andare a parare? Cosa desidero trasmetterti? È solo partendo da queste che è poi possibile intraprendere un percorso razionale di sintesi, che passa attraverso tanti edit, limature, arrangiamenti e ricostruzioni.

 

Emiliano Ponzi intervista
Emiliano Ponzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Nell’ultimo libro che hai illustrato, The Great New York Subway Map si racconta di come il designer Massimo Vignelli abbia ridisegnato in maniera chiara e “utile” la mappa della metropolitana di New York partendo da una semplice intuizione: la nostalgia dell’Italia e del suo cibo, in particolare gli spaghetti. Quanto gioca nel tuo lavoro il potere risolutivo di un’intuizione che letteralmente “squarcia il velo” del dubbio e dell’indecisione?
L’intuizione va sempre testata, per capire se farla morire o se trasformarla in un progetto, anche per Vignelli è stata la stessa cosa. Si tratta di un gioco di equilibrio tra l’intuizione iniziale e la razionalità immediatamente successiva, che contiene e direziona l’impeto creativo. In un processo artistico l’una e l’altra vanno a braccetto: non possono reggersi sulle proprie gambe da sole, ma solo in coppia.

Dopo questo libro realizzato per il MoMA, quale sarà il prossimo grande progetto che ti vedrà impegnato?
Commercialmente sto cercando di esplorare altri campi – come la realtà virtuale – e ho collaborato con un grosso brand a un progetto in ambito fashion per la realizzazione di una capsule collection di valigie. Da un punto di vista personale invece mi piacerebbe scavallare questa arte applicata e slegarmi un po’ dal mercato: sto pensando a diverse mostre o filoni che mi permettano di uscire dallo strumento digitale e di “sporcarmi le mani”… un po’ come una specie di ritorno alle origini.

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