Tu vuò fa’ l’americano

Tu vuò fa’ l’americano

Danny Boyle, Trust, Donald Sutherland, Sky Atlantic e John Turturro. Abbiamo incontrato uno dei nuovi fuoriclasse della recitazione made in Italy: Andrea Arcangeli

Se sei italiano e di mestiere fai l’attore, sai che l’orizzonte delle tue prospettive coincide con i confini del tuo Paese. Difficile riuscire a sfondarli, a imporsi anche all’estero, in particolare negli Stati Uniti. Negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando, grazie a un numero crescente di giovani attori italiani che vengono scelti per film o serie tv internazionali.

L’ultimo in ordine di tempo è Andrea Arcangeli, 25enne pescarese che una mattina si è ritrovato elogiato su Vulture, magazine di riferimento per il mondo dell’audiovisivo: “È bello quando una serie piena di stelle come Trust ti permette anche di scoprire un nuovo talento: è il caso di Andrea Arcangeli”.

Trust, che racconta la storia della famiglia Getty e va in onda in Italia su Sky Atlantic, non è una serie qualsiasi: diretta da Danny Boyle, ha un cast che comprende Donald Sutherland, Hillary Swank e Brendan Fraser. Per un attore italiano, un’opportunità unica.

Partiamo proprio da Trust, dall’inizio: il provino. Com’è stato?
È stata una trafila complessa. Ne ho fatti due a distanza di un paio di settimane, entrambi con Danny Boyle. Lui è una persona incredibile. Io di solito arrivo sempre in anticipo ai provini perché non mi piace arrivare trafelato, voglio stare tranquillo. Quella è stata una delle poche volte in cui sono arrivato nel momento esatto in cui sarei dovuto entrare, con gli ultimi dieci minuti fatti di corsa. Arrivo lì con il fiatone e mi accoglie proprio Danny Boyle: “Hi Andrea, I’m Denny”. E io: “I know, I know”. E continua: “I just go to the toilet one second”. L’ho visto così, super tranquillo e già l’ho amato. Tra l’altro lui è uno dei miei preferiti di sempre. Mi sono innamorato con The Millionaire, poi li ho recuperati tutti fino a Trainspotting. È stato un provino strano perché non era una scena comica, ma io lo sentivo ridere tantissimo e molto forte. Io parlavo e lui scoppiava a ridere. Cercavo di fare di tutto per non deconcentrarmi, ma in realtà la sua risata mi caricava ancora di più. Poi ho fatto un altro provino con una scena molto più tosta un paio di settimane dopo.

 

Andrea Arcangeli intervista
Andrea Arcangeli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Avevi già la sensazione di avercela fatta o la sua risata ti ha destabilizzato?
All’uscita dal primo provino uno dei casting director mi ha detto che sicuramente ce ne sarebbe stato un secondo e sono uscito un po’ tranquillo. Al secondo provino l’altro casting director mi ha fatto pollice alzato, quindi la sensazione era buona. Il problema è che dall’ultimo provino è passato un mese prima che mi dessero la risposta definitiva e in quel mese era tutto un: “Sì, finora sei il candidato numero uno per il ruolo, però dobbiamo ancora vedere… ci sono gli altri registi della serie che ti vorrebbero incontrare, ma non sei ancora stato scelto”. Tutto così e dopo un mese io volevo uccidermi. Sentivo che si trattava di un tassello importantissimo della mia carriera ed ero certo che si trattasse di una one shot: lavorare con Danny Boyle è un sogno anche per gli attori inglesi, pensa per un attore italiano. Dentro di me avevo proprio la consapevolezza che o prendevo questa, o io con lui non avrei mai lavorato.

 

Poi è arrivata la notizia ed ero strafelice, ero al settimo cielo, anche se mi chiamarono e mi dissero: “Green light per Andrea”. E io: “Ma che cazzo vuol dire green light?”. E alla fine era solo un modo americano per dire che il ruolo era mio.

 

Dovessi trovare una sola cosa che ti sei portato a casa da questa esperienza, quale sarebbe?
Una forse è riduttivo, ma ti direi l’umiltà di Danny Boyle, di questa persona che è un pilastro del cinema, che viene candidato all’Oscar quasi a ogni film, ma non ha niente di costruito, cosa che invece capita spesso con persone che sono molto meno importanti. Lui è uno che ama il suo lavoro, perché basta uno sguardo con i suoi occhi accesi e non solo ti trasmette questa passione, ma ti fa anche capire quello che devi fare. È un maestro nella direzione degli attori, nel guidarti: vuole che tu faccia bene la scena, è dalla tua parte fin dall’inizio e mi ha proposto di fare cose a cui io non avrei mai pensato.

In Trust interpreti Angelo, un ragazzo calabrese coinvolto nel sequestro, profondamente influenzato dal luogo in cui nasce e cresce. Hai ritrovato qualcosa di lui anche in Ettore di Dei, il film di Cosimo Terlizzi uscito da poco?
La cosa bella dei personaggi che mi è capitato di interpretare è che sono tutti diversissimi tra di loro. Angelo ed Ettore sono due ragazzi che non hanno praticamente nulla in comune, se non forse una grande fame di vita, che si manifesta in loro però in due modi totalmente diversi. Girare Dei rispetto ad altri progetti che ho fatto non lo riterrei un’esperienza difficile, ma sicuramente la priorità è stata quella di trovare una coesione vera con il resto del gruppo, che se fosse mancata non avrebbe giustificato uno dei cardini del film.

Riavvolgiamo tutto e torniamo all’inizio. Qual è stato il percorso che ti ha portato fino a Trust?
Non ho mai pensato di fare l’attore in vita mia, nonostante avessi una caratteristica istrionica innata. È stata principalmente mia madre a spingermi a iscrivermi a una scuola di recitazione: per divertimento avevo fatto delle recite durante la scuola media, facevo danza, ma non avevo mai pensato a quella strada. Mi sono iscritto a una scuola di recitazione a Pescara, ma senza pensare di voler continuare, anzi: mi stavo trasferendo a Milano per fare tutt’altro. Un giorno un agente e una casting director vennero a fare uno stage ed entrambi mi dissero che avrebbero voluto farmi fare un provino. Ho deciso di cogliere la palla al balzo, mi sono trasferito a Roma e nel tempo, facendo provini, prendendo ruoli ho capito che forse quella di non trasferirmi a Milano era stata la scelta giusta.

Cosa saresti andato a fare a Milano?
Architettura, ero anche andato a vedere il Politecnico. A Pescara avevo frequentato il liceo artistico sperimentale di architettura, quindi era naturale che provassi ad approfondire, però se avessi fatto architettura oggi sarei in una situazione molto precaria e disagiata, probabilmente sotto i ponti.

Da Pescara a Roma, dalla scuola di teatro al cinema: com’è stato questo doppio salto in due mondi diversi allo stesso tempo?
È stato in realtà molto graduale. Nel trasferimento a Roma l’impatto è stato soprattutto per il cambio di città, una città diversa, molto più grande e dispersiva. Poi ho fatto un percorso molto didascalico in questo mondo: ho fatto i primi provini e la mia prima piccola parte in tv, poi protagonista in tv. Piccola parte al cinema, poi protagonista al cinema e poi Trust. È stato graduale, quindi non è stato totalmente traumatico stile: “Aiuto, ti trasferisci a Roma, nel mondo del cinema!”. Alla fine sono state tante piccole cose che si sono sviluppate in sei anni. Devo dire che non ho trovato il mondo del cinema così spaventoso come mi era stato descritto.

 

Andrea Arcangeli intervista
Andrea Arcangeli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

La tua prima parte da protagonista in tv è stata la serie RAI Fuoriclasse, che tipo di esperienza è stata?
Ne parlavo poco fa con un’altra attrice che era con me su quel set e ne parlavo con un po’ di malinconia, perché una situazione come quella non mi è più capitata. Ero il protagonista giovane della serie, si stava quattro mesi a Torino, una città che io amo. E in più si girava fuori Roma, che è una cosa che mi piace da morire: mi piace tornare in albergo, stare sempre in un certo tipo di mood e non dover tornare a casa mia a cucinare la sera. Il primo anno ero un po’ agitato, perché c’erano Luciana Littizzetto, Neri Marcorè… nomi grossi. Il secondo anno invece è stata proprio una roba splendida: eravamo tutti coetanei, non avevo grosse pressioni, interpretavo uno studente universitario, quindi un personaggio simile a me stesso.

Di Trust abbiamo già parlato, ma anche l’esordio al cinema non è stato male: nel tuo primo film, Tempo instabile con probabili schiarite, eri sul set con John Turturro
John Turturro è una di quelle figure che io ho amato da sempre, da Barton Fink, dai film dei Coen, prima ancora di immaginare di iscrivermi a una scuola di recitazione. Fare questo film è stato incredibile, anche perché me l’hanno detto a bruciapelo. Ero lì a fare l’ultimo provino, chiesi al regista Marco Pontecorvo chi ci fosse nel cast e lui rispose: “Ci sono Zingaretti, Crescentini e John Turturro”. Ho avuto un attimo di morte interiore e poi mi sono detto che il provino avrei dovuto spaccarlo, perché quel ruolo avrei dovuto averlo io per forza. Lui è un’istituzione, un’icona: è uno dei pochi a cui ho avuto il coraggio di chiedere una foto, perché quando lavori con questi personaggi è sempre un po’ imbarazzante, hai paura di fare troppo il fan. Invece lì mi sono detto che non me ne doveva fregare niente. Era il suo ultimo giorno, aveva già la giacca in mano e stava per andare via e l’ho fermato: “John, per favore, una foto…”. Poi la foto me la sono tenuta per me, perché quello che conta è che rimanga che io ho fatto un film con John Turturro, che ero nel cast con lui, non la foto. La dimensione da fan era una cosa mia, era importante per me.

Anche in questo caso, come per Trust, hai dato tutto per il provino: non è sempre così?
I progetti sono diversi, i ruoli sono diversi. Ti capita il provino da protagonista in un film di un regista enorme e poi la parte più piccola in un progetto meno interessante, però questo non cambia il risultato. Mi è capitato di vincere dei ruoli con dei provini che avevo preparato in meno tempo, oppure di perderne altri a cui credevo molto e a cui avevo lavorato per settimane intere. Quel giorno io volevo assolutamente prendere il ruolo perché c’era John Turturro e perché il film mi piaceva, ma in realtà non credo che abbia fatto la differenza.

 

A volte sei convinto di aver spaccato, di essere stato perfetto e non accedi nemmeno al call back, alla fase successiva. Altre volte pensi di aver fatto il disastro e due giorni dopo ti chiamano per dirti che il ruolo è tuo. Quella del provino è una pratica che ancora non ho capito.

 

Ti ricordi quando è stata la prima volta in cui alla domanda su che lavoro facessi hai risposto: “Io faccio l’attore”?
Pochi mesi fa ero al Policlinico per fare delle visite e una signora della segreteria mi ha chiesto il lavoro e io ho risposto: “Attore” e poi mi sono sorpreso, mi sono messo a pensare: “Oddio, l’ho detto! Che strano!”. Ma non so quando riuscirò a dirlo regolarmente, anche perché se dici che fai l’attore poi devi spiegare, sembra sempre che te la stai credendo. Visto che da quando sono a Roma ho sempre fatto in parallelo anche l’università, la maggior parte delle volte ho sempre detto: “Professione: studente”.

Sei ancora un universitario o hai lasciato gli studi?
Sono a pochi esami dalla laurea in Arti e Scienze dello spettacolo, che poi è il DAMS della Sapienza. Sono un po’ indietro perché non mi è stato facile portare avanti lavoro e università insieme, ma in realtà anche qualche mio compagno si deve ancora laureare. Per fortuna posso documentare che non ho potuto studiare perché lavoravo, infatti anche i miei genitori sono tranquilli: se il lavoro funziona, va bene essere un po’ fuori corso.

Qual è il tuo punto di forza come attore?
Sono molto serio sul set, sono un po’ una macchina. Non mi piace non ricordarmi bene una battuta, non sapere bene cosa vado a fare.

 

Sono molto scrupoloso e quindi sul set carburo bene, sono sul pezzo, cerco di non essere distratto… poi magari sono un cane comunque a recitare, ma di sicuro la gente può dire: “È uno serio: arriva la mattina sul set, sa già le battute e non ci fa perdere tempo”.

 

E la cosa che fai con maggiore fatica?
Le prime volte che ho dovuto fare delle foto sono state le esperienze più disagianti della mia vita. Le mie prime foto le feci per mandarle al centro sperimentale di cinematografia per la mia ammissione ed erano le tre foto più brutte che abbia mai fatto. Poi col tempo vai tranquillo e capisci che il fotografo non ti sta giudicando o almeno non più di tanto. È un po’ come il set: le prime volte pensi che siano tutti lì a guardare te, poi in realtà ognuno guarda il suo. C’è solo il regista che ti osserva, quindi dopo un po’ non mi sono più sentito a disagio.

 

Andrea Arcangeli intervista
Andrea Arcangeli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Il ruolo in Trust ti ha dato grande visibilità, ma non sei l’unico attore della tua età che sta raccogliendo soddisfazioni. Ti senti parte di una nuova generazione di attori, una nuova ondata che sta facendo questa cosa e la sta facendo bene?
Che ci sia un asse generazionale credo sia quasi scontato, naturale. La mia ambizione ovviamente è di essere tra quei nomi a cui un regista o un produttore possono pensare sempre per un ruolo, però credo che a livello generazionale questa sia l’epoca dei registi, più che degli attori. Per la mia generazione è un momento meno costruito rispetto a qualche anno fa, quando c’erano una decina di nomi certi. Adesso è più vago e distribuito, che è una cosa che mi piace di più, perché non ti trovi a perdere un ruolo con quello che lo vince sempre. Mi piace questo momento perché chi è giusto per un ruolo, lo vince. Chi non è giusto, non lo vince. E qui ritorno ai registi, perché questa generazione è fatta da registi seri che non hanno bisogno di scendere più di tanto al compromesso di dover portare nel film un certo nome. Sono registi il cui nome è già una garanzia, registi giovani che stanno già iniziando a dettare le proprie regole. Seguendo questo filone registico, si ricreerà anche un filone di attori.

E proprio a proposito di questo filone: chi sono l’attore e l’attrice più bravi della tua generazione?
Di attore ti direi Mauro Lamanna. Ha girato Trust con me: io, lui e Luca Marinelli eravamo i tre calabresi ed è un attore pazzesco, è anche regista di teatro. Attrice c’è Matilda De Angelis che spacca. Io sono di parte, è la mia fidanzata, ma lei è pazzesca, è una macchina più di me. Ci capita spesso di preparare provini insieme e di farci da spalla a vicenda. Lei non sbaglia mai, nemmeno quando ha un giorno in cui è in crisi. Fa questo lavoro per caso, ma è nata per farlo. E ritorno alla questione dei registi: Matteo Rovere se n’è accorto, se n’è accorto dal niente, da un paio di provini. Lui ha capito che quella ragazza che non aveva mai fatto niente avrebbe dovuto fare Veloce come il vento e aveva perfettamente ragione. Perfettamente. Uno può essere anche scelto perché si porta dietro lo strascico di un progetto che è andato bene, ma Matilda è nata per fare questo. Non ti sbaglierà mai una battuta, non farà mai male una scena, non ci sarà mai un momento in cui si dimentica quello che deve dire.

Sul finale arriva Matilda: non ha sentito la risposta, ma capisce l’argomento e finge di arrabbiarsi: “Chi hai detto? Hai detto un’attrice figa e non me? Io ti ammazzo”. Tranquilla Matilda, non ce n’è proprio bisogno.

 

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