Essere Francesco Guccini

Essere Francesco Guccini

Bologna, la scrittura, la poesia e i cantautori. Francesco Guccini nelle sue stesse parole, 1000 per l’esattezza.

“Addirittura in me la narrativa è nata prima della canzone: le mie prime canzoni di un certo tipo sono più o meno del 1964, ma io da ragazzino avrei voluto fare lo scrittore di libri, non di canzoni”.
Il Fatto Quotidiano, 26 febbraio 2016.

“Sono un chiacchierone, se fanno partire la molla, non mi fermo più. Probabilmente perché sento la tradizione orale imparata da bambino in montagna. C’erano i “raccontatori” nelle veglie d’inverno. Erano le uniche voci, non c’era nemmeno la radio”.
Il Secolo XIX, 23 ottobre 2016.

[Quando ha cominciato a cantare?] “A 4 anni, strambando l’inglese di “Let the pistol down” che ho poi ascoltato in “Radio days” di Allen”.
La Stampa, 3 febbraio 2000.

 

Essere Francesco Guccini
Francesco Guccini in concerto a Roma nel 1985 © Luciano Viti / LUZ

 

“Ho vissuto le balere sia come danzerino che come suonatore. Avevo, nel ’60, una giacca blu con disegni di lamé; ricordo la vergogna mortale di girare per la sala e chiedere: «Balla signorina?». Io sono alto 1,94, lei mi guardava dalla punta delle scarpe ai capelli e mi diceva di no. E io: «Grazie lo stesso»”.
La Stampa, 3 febbraio 2000.

 

“L’unico periodo della mia via in cui non ho scritto è stato durante il servizio militare. Per il resto, ho sempre scarabocchiato ovunque”.
Huffington Post, 8 ottobre 2017.

 

“I ragazzi sono quelli di sempre: vedono il mondo in bianco e nero e sono pieni di sogni. Poi, certo, da una parte hanno molta più libertà di quella che avevamo noi. Dall’altra hanno il difficile problema di adattarsi a un mondo che cambia rapidissimamente. E molta meno voglia di adattarsi. Nessuno vuole restare nel branco, sperano nell’accadimento eccezionale”.
La Stampa, 20 marzo 2000.

“La canzone d’autore, quella valida, rispecchia un pochino l’andamento di una vita; c’è differenza fra un album e l’altro, ma uno racconta sempre se stesso e non si pone il problema della responsabilità; non mi chiedo mai se una canzone piacerà, deve piacere a me. La seconda cosa è che conosciamo benissimo quali sono i limiti di questa professione. Non per mettere le mani avanti, non per dire: sono solo canzonette. È stato riconosciuto che non sono solo canzonette, anche se non è poesia. Son cose diverse. L’unica responsabilità che bisogna avere – e non ce l’hanno tutti – è di fronte alla propria onestà: per usare frasi fatte, non ciurlare nel manico”.
La Stampa, 2 novembre 1992.

“Ho scoperto che i montanari possono assomigliare ai marinai: fanno un lungo giro per il mondo e poi tornano a casa. A me è successo. Qui a Pàvana sono cresciuto con i miei nonni quando non c’era l’acqua corrente, era da poco arrivata l’elettricità e alla sera ci scaldavamo al fuoco del camino. La vita mi ha riportato nello stesso posto quando a scuola hanno accettato la richiesta di trasferimento di mia moglie, nel 2001. Non abbiamo pensato: “Adesso cambiamo vita”. È successo.

 

Ho lasciato Bologna e oggi non so più cosa sia. La città che ho abitato è scomparsa. Non ci vado più volentieri. Non sopporto il traffico, le distanze da percorrere. Una volta uscivo di casa a mezzanotte e mezza. Oggi a quell’ora sono a letto da un pezzo. È cambiata Bologna. Sono cambiato io”.
Huffington Post, 8 ottobre 2017.

 

“Scrivo solo quando mi viene voglia. Un’ora, un’ora e mezza. A volte niente. Appena mi stanco, smetto. Era così anche con le canzoni. Quando volevano uscire, venivano fuori da sole. Non mi sono mai obbligato a comporle”.
Huffington Post, 8 ottobre 2017.

 

Essere Francesco Guccini
Francesco Guccini in concerto nel 2009 © Luciano Viti / LUZ

 

“A Modena mi iscrissi a magistero, feci un solo esame e poi cominciai a lavorare come assistente in un istituto per orfani di dipendenti postali. Il collegio era a Pesaro. Non è che fossi particolarmente entusiasta. Mi licenziarono. Dopodiché divenni cronista alla Gazzetta di Modena. Anni di precariato, addolciti dal fatto che la sera con alcuni amici, un piccolo gruppo di orchestrali, suonavamo nelle balere del parco. Poi venne il militare che ho fatto con il grado di sottotenente. Infine mi iscrissi nuovamente all’università. Questa volta a Bologna. Mi mancava la tesi, che avevo chiesto a Ezio Raimondi. Ma non riuscii a finire. Le canzoni bussavano alla mia porta”.
La Repubblica, 31 dicembre 2017.

“Non partecipo molto, vivo isolato anche dal resto del mondo della musica. Però so anche che certe condizioni bisogna sapersele creare. Alla Emi, la casa discografica con la quale lavoro, hanno capito il mio carattere e mi lasciano fare. Credo che questo atteggiamento verso le cose sia dovuto al fatto che vengo da una cultura popolare, che mi ha fatto crescere dandomi una diversa dimensione del vivere, della vita”.
La Repubblica, 28 marzo 1999.

“Le canzoni vengono da certi momenti, vengono da una vita che hai vissuto nel momento in cui scrivevi quelle stesse canzoni. La canzone è una cosa magica e misteriosa che vola nell’aria”.
Intervista a Propaganda Live, La 7, 2 febbraio 2018.

 

“Io non ho mai apprezzato certi miei colleghi che mi dicevano: “Devo restare chiuso in casa per un mese perché devo scrivere le canzoni del prossimo album”. Come fai? Stai in casa e pensi cosa dire? Per me la canzone veniva così, era un’urgenza”.
Intervista a Propaganda Live, La 7, 2 febbraio 2018.

 

“Oggi non ascolto più musica, quando mia moglie Raffaella in macchina mette su un cd, lo spengo. Se riascolto i miei dischi, le mie canzoni? Per l’amor di Dio! Ce ne sono alcune che mi sembrano riuscite meglio. Io sono convinto che Auschwitz e Dio è morto, tecnicamente parlando, siano inferiori a Bovary, Van Loon, Amerigo. Ma hanno una forza che altre non hanno”.
Rolling Stone, 24 dicembre 2017.

“Era bello suonare in pubblico, sentire il boato: era sempre un esame da superare. Anche fisicamente era impegnativo. Pensa che io ho iniziato a cantare sul palco seduto, e con l’età, mi sono alzato in piedi. È stata una gran fatica. Ora non suono più, non ho più i calli sui polpastrelli, non so fare più gli accordi. Le mie chitarre sono appoggiate in un angolo: Ma ogni tanto le guardo, eh”.
Rolling Stone, 24 dicembre 2017.

 

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Luz