Essere Enzo Jannacci

Essere Enzo Jannacci

Il Jazz, Milano, “i scarp del tennis” e quella vociaccia. Il mito Enzo Jannacci nelle sue stesse parole, 1000 per l’esattezza

“Sono sempre stato matto, se è per questo; ho sempre creduto a questa dote, solo che ci pensavo poco. Come se per decenni avessi creato e cantato personaggi pieni di poesia, senza rendermi pienamente conto che stavo portando a galla l’anima profonda di questo Paese. Vedi, non erano invenzioni, erano persone vere, erano i poveri diavoli d’Italia. I poveri diavoli sono la parte migliore di questo Paese, sono loro che lo salvano ogni volta che serve, loro che sono stati repressi, massacrati, esclusi”.
L’Unità, 17 agosto 2011.

“Sento che l’Italia, nonostante l’orrore degli egoismi più cinici che ci tormentano da tempo può contare su una risorsa meravigliosa: la poesia”.
L’Unità, 17 agosto 2011.

 

“Io non sono un cantante. Non so cantare. Quando feci il provino alla Rai mi bocciarono, e avevano ragione. Ora mi arrangio meglio, mi attacco a certi manierismi, ho un po’ di mestiere. Però la voce resta sempre una vociaccia”.
L’Europeo, n. 18, 1968.

 

“Otto anni di pianoforte al Conservatorio, ma mi sono dato alla musica perché mi piaceva il jazz. Sono partito dall’algebra, senza fare l’aritmetica. Non capivo cosa stavo facendo. E poi studiavo come una bestia. Volevo fare il patologo”.
La Stampa, 22 dicembre 2008.

[Dove andava a cantare?] “Nei bar del Ticinese, ovunque, a fare il cantante tocca e fuggi per quattromila lire, il corista, tutto. Il pianista meno, perché facevo fatica a leggere la musica a prima vista. Mi veniva facile scriverla la musica. Il giorno studiavo, la notte suonavo. Poi, un giorno, mi sono rotto i coglioni di tutti quelli che mi dicevano: perché non vai a cantare”.
La Stampa, 22 dicembre 2008.

 

Essere Enzo Jannacci
Enzo Jannacci © Leonardo Cendamo / LUZ

 

“Volevo proprio cambiare mestiere: nessuno voleva saperne delle mie canzoni strambe. Anche quando sono comparso per la prima volta in tv, non sono mancate le proteste”.
Stampa Sera, 9 ottobre 1964.

“Io in cuor mio non ho mai pensato di continuare a far canzoni e a pestare palcoscenici. Mi divertivo, questo sì, come mi diverto ancora a desso, ogni tanto, ad occuparmi di queste cose. Avevo in me una passione ben più profonda per lo studio della medicina. Tanto è vero che poi ho scelto il settore più difficile e pesante: mi sono fatto cinque anni di specializzazione in chirurgia generale”.
La Stampa, 24 agosto 1974.

“Anche la canzone milanese I scarp de tennis nasceva per gli stessi motivi, contro un mondo che selezionava implacabile. L’ho sperimentato di persona, mi piaceva tanto giocare al tennis ma non fui accettato: il taglio dei miei capelli non rientrava in quello d’obbligo, e avevo la carnagione olivastra”.
La Stampa, 29 dicembre 1992.

 

“Io sono uno degli ultimi disgraziati che ha fatto il cantautore. Perché sono nati i cantautori? Sono nati perché nessuno ci cantava le nostre canzonette, e quindi abbiamo dovuto fare da soli”.
Intervista a Che Tempo Che Fa, Rai 3, 13 dicembre 2008.

 

“Io non sono come Fabrizio (De André, ndr) che si metteva lì con lo spartito, la bottiglia d’ acqua o di whisky non so, e magari sgridava il chitarrista. Io sono uno che deve andare a braccio, e parlare, allora devo essere estremamente vivo, non che sia morto intendiamoci, ma non ho più quella cosa lì, mi deve ritornare”.
La Repubblica, 9 novembre 2001.

“Io sono stato fortunato, ho avuto successo, il piacere di quel poco che vuol dire questa parola,e allora sono obbligato ad andare avanti. L’ho fatto volentieri perché… perché no? Per le cose che dico, che a me sembrano delle troiate, ma rimangono nella testa delle persone, e quindi vado avanti”.
La Repubblica, 9 novembre 2001.

 

Essere Enzo Jannacci
Enzo Jannacci © Leonardo Cendamo / LUZ

 

[Parlando della canzone “Vengo anch’io. No, tu no”] “Lavoravo in un cabaret torinese che poi è fallito. Mi davano un po’ di paga e il mangiare. Una sera ho suonato il motivo a Pupo De Luca, il musicista. Suonando l’ho allargato, mi sono scaldato, ed è venuto fuori questo «Vengo anch’io. No, tu no», che via via ha preso un tono isterico. La frase c’era già; e anche la musica”.
L’Europeo, n. 18, 1968.

“Sono quasi cinquanta anni di matrimonio con la Giuliana. Un fidanzamento durato quattordici. Non potevo sposarmi, troppo povero. Lei studiava e andava in banca, io facevo qualsiasi lavoro. Mio padre travolto da un autoscuola dell’esercito. Come ex militare si vergognava ad andare in tribunale… Morale, mia madre doveva mantenerlo. Il telefono squillava, «Pronto Jannacci, ci sarebbe…», e io «…Sì»”.
La Stampa, 22 dicembre 2008.

“C’è Dio nella mia vita. È come un seme, qualcosa che ti cresce dentro, ce l’hanno tutti, poi qualcuno ripiega nell’indifferenza, ma è un seme che non è negato a nessuno”.
Il Giorno, 2 aprile 2013.

 

“Avevo debuttato nel ’62 a “Milanin Milanun” dove mi avevano chiamato a rappresentare il nuovo. Mi aveva scoperto Fo, avevo scritto “Andava a Rogoredo“. Una storia importante, di un tale che vuole ammazzarsi e poi ci ripensa; ho sempre considerato i miei personaggi non emarginati ma vincenti”.
La Stampa, 22 ottobre 2004.

 

“Devo tutto a Gigi Concato, padre di Fabio. Ha cambiato il volto dell’umorismo a Milano. Suonava la fisarmonica, era tutto elegante”.
La Stampa, 22 dicembre 2008.

“Effettivamente io sono una leggenda vivente, ma alla guida dell’automobile sono un vecchietto con la Topolino”.
Video intervista di Ranuccio Sodi per il documentario Lo stradone col bagliore, 2015.

“Sono un discreto terapeuta per gli altri. Nei miei riguardi sono impaziente. Mi curo da solo. Devo guarire subito e infatti non guarisco mai. Ho la schiena incasinata. Mi sono operato cinque volte. L’ultima per togliere una struttura di titanio che da pirla mi ero fatto mettere per un’ernia del disco che non guariva mai. Sono geniale ma non intelligente”.
La Stampa, 22 dicembre 2008.

“L’ispirazione… Viene spesso? Col tempo sempre meno. È come l’erezione: viene se c’è lo stimolo”.
La Stampa, 9 febbraio 1989.

 

Foto in apertura: Enzo Jannacci © Luciano Viti / LUZ

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