Il passato non è scritto

Il passato non è scritto

Enrico Brizzi racconta: l’adolescenza e il branco, “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” e le camminate, la Bologna anni ’80 / ’90, i Sex Pistols e il Maurizio Costanzo Show. E la responsabilità di scrivere un best seller a 19 anni

Ha passato 24 anni senza mai dormire nello stesso letto per una settimana di seguito. Perché da quando Jack Frusciante è uscito dal gruppo è diventato un pezzo dell’immaginario di milioni di italiani, Enrico Brizzi non è più riuscito a stare fermo.

Impegni di ogni tipo e un bisogno di muoversi che l’ha portato negli anni a intraprendere cammini di centinaia di chilometri in giro per l’Europa e viaggi su carta che vanno avanti e indietro nella storia del nostro Paese. 

Con Tu che sei di me la miglior parte, uscito ai primi di giugno per Mondadori, Brizzi però è tornato a dove tutto è iniziato, a una storia di adolescenti che cercano la propria identità attraverso il confronto con quello che li circonda. 

Sono 500 pagine piene di prendersi e lasciarsi, raccontate con uno stile nervoso e ritmato che è ormai diventato un classico, come il sonetto di Shakespeare da cui è tratto il titolo del romanzo. C’è Bologna, ci sono le balotte e anche un paio di camei che fanno felici i brizziani della prima ora, perché anche il passato è tutto da scrivere.

Con Tu che sei di me la miglior parte torni nella Bologna a cavallo tra anni ‘80 e ‘90. Perché hai scelto di tornarci dopo tutto questo tempo?
Parte tutto da una fascinazione che non ha mai smesso di colpirmi e dal fatto di avere delle figlie che hanno quell’età adesso: attraverso i loro occhi rivedo certe situazioni che sono lontane dal mio quotidiano, ma che sono il punto da cui è cominciato tutto. Le prime meraviglie, le prime scoperte, i primi libri che ti sembra parlino proprio a te, i primi dischi che ti fanno sentire esaltato e suonatore di air guitar davanti allo specchio. E naturalmente la scoperta del voler trovare una persona speciale, diversa da tutte le altre, sia in una declinazione amorosa, sia dal punto di vista delle amicizie. 

Vent’anni dopo cambiano i riferimenti, ma le basi dell’adolescenza sono sempre le stesse?
Ho quattro femmine, quindi c’è senz’altro una differenza di punto di vista, anche perché mi sono reso conto in maniera esatta che le donne sono più intelligenti degli uomini. Se devo pensare a un istante che ha fatto da detonatore per il libro è stato quando mia figlia più grande, che ha quattordici anni e sta finendo il primo anno delle superiori, mi dice: “Babbo, noi della nostra età abbiamo uno stile preciso, riconoscibile: magliette con le scritte, i jeans strappati, le Adidas… ma voi cosa avevate?”.

 

Ecco, io non vorrei essere irriverente, ma mi ricorda qualcosa, però mi fa ridere che ogni generazione si sente la prima a scoprire l’amore, l’ingiustizia del mondo, a scoprire parole d’ordine che sembrano prometterti la libertà.

 

Da lì è iniziato un viaggio che è stato un viaggio nella mia memoria, non nel quotidiano delle mie figlie. Tornando con la mente a quegli anni la sensazione irriducibile è proprio quella della meraviglia perché sta succedendo tutto per la prima volta. E io per la prima volta ho scritto un libro buttandolo via alla fine, l’ho riscritto e l’ho buttato via di nuovo: quella che è uscita è la sua terza stesura.

Come mai?
Il libro è abbastanza voluminoso, ma nella versione originale erano più di mille pagine. A me vengono sempre facili i paragoni con i musicisti, perché da ragazzo era quello il mio sogno: quando entri in studio metti insieme 44 canzoni, ma poi il disco ne può avere 10 e allora lo risuoni da capo. Alla fine però il libro lo vedo come un testo poco prodotto, è stato riscritto live dalla prima all’ultima pagina. È come se quello che ho scritto prima fossero le prove.

 

enrico brizzi intervista sapiens © vitomariag LUZ
Enrico Brizzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Sei riuscito a resistere anche alla botta di ego di pubblicare un libro lunghissimo, perché un autore che pubblica un libro di 1000 pagine si fa notare
Si fa notare troppo. Se sono con amici, è la notte dei fuochi di San Giovanni e siamo in un rifugio in montagna posso andare avanti a raccontare per dodici ore filate, ma se devo fare un libro, le 500 pagine di Tu che sei di me la miglior parte sono il limite massimo a cui puoi tirare prima che diventi un oggetto intrasportabile.

Il protagonista del libro è Tommy, che, a seconda della fase che sta attraversando, è circondato da personaggi che poi spariscono per lasciare spazio ad altri. Come è stato scrivere un libro diverso per ogni età?
Per me è come se fosse un concept album dedicato a Tommy, tanto per citarne uno famoso, con diverse canzoni: la canzone dell’infanzia, quella dell’iniziare a guardarsi in giro, quella delle scuole medie e via così. Mi affascina l’idea che nella vita di ognuno di noi si intrecciano e si succedono tante storie diverse, soprattutto quando si cresce ci si trova più volte nella situazione di dire: “Io di questo non ne voglio sapere più niente”.

 

Chi è alle medie da 6 mesi si sente imbarazzato a salutare gli amici che hanno un anno di meno e sono ancora alle elementari. Per restare alle medie, tu vedi la ragazzina che ti piace, lei probabilmente si ricorda di te, ma non hai il coraggio di dirle “Ciao”.

 

Perché l’incubo della figura di merda è più forte della possibilità di stabilire un contatto reale.

A quell’età è la cosa che temi di più al mondo…
Da adulto faresti un ragionamento da testa o croce e ci proveresti alla grande, ma a quell’età se ci sono dieci palline, nove bianche e una nera e quella nera è la figura di merda, non hai comunque il coraggio di estrarne una dal sacchetto.

Tommy non è buono, è anche violento
A quell’età la morale viene dopo la legge del gruppo. Se i tuoi compagni sono degli elegantoni che vanno alle cene del Rotary, il must è mettere la cravatta giusta. Se i tuoi compagni sono ragazzi di quartiere che si convincono che la guerra santa è contro i tifosi inglesi che arrivano in città, tu partecipi senza neanche chiederti se quell’inglese lì ha fatto qualcosa o no. Il branco va e tu vai dietro perché hai paura di essere diverso dagli altri: Tommy si chiama Bandiera di cognome perché a quell’età vai col vento, giri dove soffia il vento.

 

enrico brizzi intervista sapiens © vitomariag LUZ
Enrico Brizzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Hai delle regole per dare i nomi ai tuoi personaggi?
La regola base è che i personaggi principali devono avere dei nomi neutri, due-massimo-tre sillabe, perché ricorrono molte volte e se un protagonista si chiamasse Aristodemo spaccherebbe la metrica di tutte le frasi. I personaggi secondari possono avere nomi più particolari, più lunghi. La scelta di Bandiera come cognome è anche una specie di omaggio nascosto al mio quartiere di origine, che è lo stesso di Irma Bandiera, un’eroina partigiana bolognese: una ragazza giovane che è stata torturata in ogni modo e poi uccisa dai nazifascisti di fronte a sua madre.

È stato più facile parlare di adolescenti adesso o ai tempi di Jack Frusciante, quando anche tu di fatto lo eri?
Ai tempi dei primi libri era una necessità, perché non conoscevo nient’altro. Adesso è una scelta. Jack Frusciante è nato da un incontro concreto con il primo editore che mi ha risposto, anche se la prima cosa che gli avevo mandato era un plagio di Blade Runner. In uno di quei pomeriggi per studenti in cui con 10mila lire stavi a vedere cinque film di fila, avevo visto una serie di classici: si entrava alle undici con birre e panini e ti accampavi fino a sera inoltrata.

 

Il terzo o quarto film era Blade Runner: io non l’avevo mai visto e contando che in sala eravamo rimasti in cinque o sei, mi ero convinto che nessuno lo conoscesse. Per impressionare una ragazza, motore di molte azioni a quell’età, scrissi una storia copiata paro paro da Blade Runner. Lei non l’aveva visto e mi diceva: “Ma che fantasia, ma come hai fatto? Dovresti spedirla agli editori”.

 

A quel punto non potevo scoprirmi, quindi ho fatto le mie venti fotocopie, sono andato alla Feltrinelli sotto le due torri a Bologna e ho preso gli indirizzi delle case editrici, che credo fossero l’equivalente delle mail generiche di oggi tipo info@mondadori.it. L’unica cosa avveduta che ho fatto in tutta questa operazione è stata prendere non solo gli indirizzi degli editori grossi, ma anche di due o tre editori indipendenti che davano spazio a giovani autori non a pagamento, che per me era la conditio sine qua non. Passano cinque o sei mesi in cui penso che il mondo è ingiusto e nessuno mi darà ascolto e poi mi risponde e mi dà appuntamento Massimo Canalini di Transeuropa, che aveva lavorato fino a pochi mesi prima con Pier Vittorio Tondelli alle antologie di giovani autori. Io all’inizio pensavo fosse uno scherzo dei miei amici e sono arrivato all’appuntamento da dietro, in bici, per vedere se c’erano loro pronti a ridere del fatto che c’ero andato davvero. 

Di nuovo lo spettro della figuraccia…
E invece c’era questo cristiano enorme, che io mi ricordo alto tre metri, con l’impermeabile da editore, le scarpe da editore, gli occhiali da editore. Vado tutto timido, mi presento, lui avvolge la mia mano nella sua e senza lasciarla mi dice: “Ho letto la tua storia, ma perché hai copiato Blade Runner?”. Io stavo per mettermi a piangere, ma senza lasciarmi la mano e impedendomi la fuga mi chiede se avessi letto i consigli di Tondelli ai giovani autori: tira fuori una fotocopia e mi fa leggere: “Se vivete in provincia, non vergognatevi e non scimmiottate chi scrive raccontando Londra o New York. Se vi sentite infelici, raccontate la vostra infelicità. Se conoscete la droga, raccontate della droga, perché le uniche storie che siete in grado di raccontare sono quelle di cui conoscete esattamente le temperature, le dinamiche, il gergo”. Jack Frusciante è nato da lì, dal consiglio di buttare via Blade Runner per provare a raccontare una storia che affondasse le radici in quello che era il mio vissuto di allora.

 

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Enrico Brizzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

È lo stesso motivo per cui sei tornato a parlare di quegli anni e non dei ragazzi di oggi o per cui non hai mai avuto una protagonista femminile?
I ragazzi di oggi mi vivono accanto, andiamo a fare la spesa insieme, cuciniamo insieme e li aiuto a fare greco, però la loro vita non è la mia. Non saprei mai dire nel loro intimo che cosa provano, mi ricordo molto meglio che cosa provavo io alla mia età. Allo stesso modo troverei innaturale mettermi nei panni di una donna che parla dicendo “io”. Potrei senz’altro scrivere un racconto o un romanzo in cui una donna sia protagonista o un personaggio importante, ma a me verrebbe da farlo in terza persona e non in prima, perché non so abbastanza delle dinamiche psicofisiche. D’altronde se lo sapessi sarei il re dei playboy, invece no.

Parlando del successo di Mediterraneo, Gabriele Salvatores ha detto che dopo aver vinto un Oscar da giovane, aveva tutta la carriera per dimostrare di esserselo meritato. Hai provato qualcosa di simile dopo il boom di Jack Frusciante?
Ho sentito una responsabilità grossa. Ti faccio un esempio: all’epoca era fondamentale andare al Maurizio Costanzo Show. Io suonavo i Sex Pistols in cantina con gli amici, puoi immaginare che opinione avessimo del Maurizio Costanzo Show.

 

Quando trovi un editore quarantenne che ti dice: “Ti hanno invitato, devi andarci: ti prego, non fare cazzate, pensa a tutto il lavoro che c’è dietro, pensa che puoi aiutare tutta la squadra”, ecco se non sei proprio uno stronzo ci vai al Maurizio Costanzo Show.

 

Il secondo tipo di responsabilità ti viene dal girare l’Italia e incontrare tanta gente che ha il tuo stesso sogno e che, magari solo perché non è capitata nel posto giusto al momento giusto, non ce la sta facendo. Devi tenere alta la qualità anche per loro: come si spera che il calciatore sudi la maglia anche per i tifosi, devi impegnarti anche per chi ti dice che da dieci anni manda in giro i suoi testi e nessuno gli dice niente.

È stato difficile restare ancorati alla realtà in quel periodo?
Jack Frusciante è uscito d’estate, quando avevo 19 anni e mezzo, poi sono iniziate le montagne russe e i 20 anni li ho festeggiati sul palco del Bloom di Mezzago, dove mi portarono la torta gli organizzatori. Nel giorno in cui ho compiuto vent’anni non sapevo che tutta la mia vita sarebbe stata così, ma avevo già capito che stava succedendo qualcosa di molto, molto raro. Per quanto riguarda l’aspetto dell’ego personale, all’inizio ti sembra strano tutto quanto: la quinta, sesta, ottava, dodicesima edizione del libro, ti sembra stranissimo trovarti al Virgin Megastore di Parigi a scendere la scalinata come Wanda Osiris con dei francesi che vogliono sentire cosa gli racconti, ti sembra stranissimo che ci siano feste in tuo onore a Barcellona.

È destabilizzante?
All’inizio è destabilizzante, poi ti rendi conto che hai addosso una grande pressione, perché tutti vogliono che tu scriva Jack Frusciante 2 e lì fa molto la differenza che tipo di spessore umano hai e che tipo di riferimenti culturali hai. Capisci di essere a un bivio: vuoi diventare una celebrità o un narratore? Le due cose non sono compatibili per come le vedevo allora, perché gli stessi che mi pregavano di andare al Maurizio Costanzo Show mi dicevano: “Ti prego, dacci un’altra botta di Jack Frusciante e sarà comodo per tutti”. Lì però devi dire di no, perché il secondo album è sempre il più difficile, ma è il momento giusto per fare vedere che tu non vuoi essere quello che racconta un solo determinato libro di storie. Tondelli ha scritto Altri Libertini che è punk di provincia, identità personali, sessuali e politiche molto contraddittorie, poi ha scritto un libro sulla naja, uno sulla capitale delle vacanze italiane negli anni dello yuppismo. Io ammiro quel genere di artisti lì.

 

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Enrico Brizzi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Guardando i libri che hai scritto è un approccio evidente
Ho fatto delle cose per cui gli editori mi avrebbero voluto prendere giustamente a calci nel sedere, ma non puoi abdicare alla tua natura. Uno si sveglia e sta al computer fino a sera solo se sta facendo qualcosa che ama. L’idea di scrivere su un’Italia alternativa rimasta fascista credo sia dovuto al fatto di essere cresciuto in un cortile dove sentivo le storie dei nonni e soprattutto dall’idea che se l’Italia non fosse andata in guerra, saremmo rimasti tutti fascisti. Se il capoccione di Predappio avesse dato retta ai suoi, l’Italia non sarebbe mai entrata in guerra al fianco del più grande pazzo della storia e allora cosa sarebbe successo? Probabilmente sarebbe rimasta come la Spagna, franchista fino agli anni ‘70. E sarebbe stata molto diversa da quella che conosciamo o il carattere degli italiani in fin dei conti si adatta alla democrazia come alla dittatura? Questo è lo spunto iniziale consapevole, che però è come lanciare un fiammifero acceso: se lo lanci sul granito si spegne da solo, se lo lanci su un pagliaio parte un fuoco.

Nella tua carriera hai lanciato tanti fiammiferi sul granito?
Diciamo che l’idea buona ammazza l’idea cattiva. Quando sono entrato in Mondadori sentivo la pressione di essere nella più grande casa editrice italiana e mi sono trovato a scrivere una storia che non mi piaceva e che non andava bene. Prima che fosse troppo tardi ho deciso di staccarmi, per provare ad azzerare la situazione e ripensarla. Sono andato a fare una camminata: dal Tirreno all’Adriatico, tre settimane con mio fratello, con cui non passavo così tanto tempo da quando eravamo piccoli. Ho passato giornate a fare fatica, a meravigliarmi, a ridere come un matto e a rendermi conto che in città ci sei, ma solo fino a un certo punto, perché hai sempre mille impegni. Dopo che hai capito la direzione, invece, camminare diventa automatico e la testa è completamente libera di spaziare.

 

I viaggi a piedi sono il momento in cui le persone riescono a prendere decisioni che altrimenti non prenderebbero mai: ho visto amici stare zitti tre giorni interi e alla fine del terzo giorno licenziarsi per diventare tatuatori, altri che hanno messo fine a storie d’amore che portavano avanti da anni.

 

Io avevo a casa una storia completa per due terzi, ma l’esperienza di quel viaggio è stata talmente più vera e più forte che quando sono arrivato a casa ho buttato via il libro che stavo scrivendo e ho scritto la storia di quel viaggio, che è diventata Nessuno lo saprà. Mi piaceva camminare, ma non avevo mai pensato che potesse diventare un oggetto di narrazione. Quindi a volte non capisci se il fiammifero è caduto sul granito o sul pagliaio, ma di sicuro quando vedi il fuoco dici: “Ok, ci siamo!”.

Le camminate sono una parte fondamentale della tua vita: ne hai altre in programma?
L’anno scorso ho fatto il Vallo di Adriano, da Newcastle a Bowness-on-Solway e vorrei continuare a seguire gli antichi confini dell’Impero Romano, perché in questo momento storico l’idea di confine, che ai primi anni ‘90 sembrava abbattuta dall’utopia dell’Europa unita e dalla fine dei blocchi contrapposti, è sui giornali tutti i giorni. Per gli antichi romani quello era il confine tra la civiltà e la barbarie, oggi sembra un argomento veramente caldo, perché chi sta di qua ha paura dell’invasione come l’avevano i romani del quarto secolo. Poi ovviamente la domanda vera che ti poni è se si è sicuri che questa sia la civiltà e quella la barbarie. E se anche fosse così, perché ci affascinano così tanto i ritmi tribali, la cucina esotica e il prendere la vita come viene? Se a Londra ai tempi di Churchill avessero detto che ci sarebbe stato un sindaco pachistano, nessuno ci avrebbe creduto, pensando che al limite i pachistani avrebbero potuto fare i fruttivendoli. È evidente che la società multiculturale ci sarà, a dispetto di quelli che moriranno gridando: “Brutti stronzi, cosa ci venite a fare qua?”.

Da padre, le tue figlie come affrontano questo tema?
Per loro è naturalissimo avere quattro compagni di classe pachistani, gli albanesi non sono nemmeno visti come stranieri, ma come se venissero da una provincia un po’ remota, perché parlano italiano come noi. I rumeni idem e d’altronde i bambini hanno un senso forte di giustizia, per cui quando si rendono conto che il compagno di banco alla sinistra ha i loro stessi diritti e quello alla destra non ha nemmeno la cittadinanza, si chiedono il perché e non trovano nessun motivo logico per spiegarselo. 

E in questo momento di passaggio, come sta Bologna?
La cosa di cui non smetto di stupirmi è che è diventata una città turistica. È sempre stata una città con della mossa, con un giro, ma è sempre stato un giro di studenti e di traffici commerciali, di fiere. Il gruppo di giapponesi o la fila di quaranta danesi che vogliono salire sulla Torre degli Asinelli non si era mai vista. Ne deriva che dappertutto c’è la piada gourmet, sei taggato su Instagram appena il cucchiaio si avvicina alla bocca e sembra tutto un po’ più plasticoso, più fasullo. Allo stesso tempo guardo gli occhi dei ragazzi di vent’anni appena arrivati e non riesco a trovarli diversi da quelli che conoscevo. Bologna oggi è più solare, non voglio far finta di essere cresciuto nel Bronx, ma i miei erano anni di tanta, tanta droga che adesso forse tocca meno persone. A Bologna ci vado spesso, ma non ci abito più: da qualche anno, il posto in cui mi chiudo dietro la porta di casa è Rimini, l’unica città italiana che si chiama come un romanzo di Tondelli.

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Luz