Qualcosa di vero

Qualcosa di vero

La scrittura, la religione, i paradossi dell’Italia, l’amore e la società. Il nostro incontro con il cantautore siciliano Colapesce

Ci siamo incontrati in una di quelle mattine incerte tipiche del tempo milanese, in un limbo di quasi-estate con il cielo tra l’indaco ed il bianco: pioggia, sole, brividi e poi caldo. Lorenzo (Urciullo), in arte Colapesce, è arrivato portando con sé quella veste unica che lo contraddistingue, di artista che fonde nella sua musica la cura e lo splendore del cantautorato italiano e al tempo stesso ricerca l’innovazione nei linguaggi, sia dei testi sia dei video, che vogliono arrivare a scavare nell’esperienza delle singole persone con l’intento di “restare a lungo, per anni, per significare qualcosa di autentico”.

Lorenzo è un artista che non si risparmia, che può ritagliarsi anni per dipingere una canzone in tutta la sua dovuta sincerità e che non teme di oltrepassare i limiti del web pur di raccontare delle storie, magari anche scomode, che dovevano essere raccontate.

Come va oggi? È quasi giugno e a Milano piove
Un dramma infatti. Vengo da giù e ho continuamente gli sbalzi termici tra la Sicilia e il nord, ho sempre un po’ di mal di gola in questi giorni. La giacca secondo te la devo togliere?

Sì, toglila. Come ti trovi a Milano, da quanto ci vivi?
Sono qui da 5 anni: ora mi sento in una fase di transizione perché ho preso casa anche giù e vivo tra la Sicilia e Milano, anche se di fatto sto più qui per questioni di lavoro perché sono anche un autore Sony.

 

Colapesce intervista
Colapesce © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Cosa si prova a scrivere canzoni per gli altri?
È un lavoro diverso da quello che fai come cantautore, è più legato a un concetto di musica vicino all’artigianato: devi cucire un brano addosso a un altro artista, giocare secondo regole precise e ogni volta lavorare in una direzione diversa. Dal punto di vista della scrittura è stimolante perché mi permette di essere più camaleontico e spaziare tra una tavolozza musicale ed un vocabolario diversi da quelli che utilizzo per me come Colapesce. All’inizio era strano perché cercavo di fare coincidere anche un po’ della mia personalità all’interno dei brani per gli altri, e questo inevitabilmente comunque succede, però poi mi sono reso conto che in realtà è meglio trovare la giusta distanza per raggiungere il massimo risultato per entrambi gli artisti coinvolti.

Ho sentito da qualche parte che tu volevi scrivere, non fare il musicista.
Volevo fare il giornalista, sì.

Ho visto che hai comunque anche lavorato a progetti di scrittura, come con Baronciani in La distanza
È stata la mia prima esperienza da scrittore: in questa graphic novel ho avuto la possibilità di mettere moltissimo del mio immaginario, anche se rispetto a un romanzo il modo di scrivere è curioso perché vai per sottrazione: molte cose le mostri già nell’immagine, quindi se ad esempio devi descrivere un paesaggio, lo lasci all’immagine, e sviluppi il testo maggiormente in altri punti.

 

Tanti musicisti adesso stanno scrivendo le loro biografie
Perché no, dipende da cosa si ha da raccontare. Io ora non saprei che dire su di me, sono troppo giovane.

 

Milano mi fa pensare a Ti attraverso: qui ma anche in Italia al presente si hanno delle relazioni parecchio superficiali che non vanno mai a fondo. Come interpreti questo pressappochismo emozionale?
Mi piace molto quest’espressione. Non ho associato il brano a Milano, ma questo è uno degli aspetti che mi affascinano delle canzoni, il fatto che ogni singolo destinatario dà una sua interpretazione del testo: è bello vedere come arriva. Il discorso delle relazioni è completamente diverso al sud: vengo da un paesino di 7000 abitanti in cui sai tutto di tutti, una specie di famiglia allargata, quindi la relazione è molto tribale, lo scambio è alla base di tutto. Qui le relazioni sono più frammentate: ne intrattieni tantissime ma raramente vai a fondo. Da un lato è molto funzionale per quanto riguarda il lavoro, dall’altro il rischio è quello che si crei questa povertà emotiva di cui parlavi, e di conseguenza anche i rapporti intimi sono cambiati: in città sono diversi rispetto ai luoghi dove la gestione del tempo e dello spazio è completamente diversa.

 

Colapesce intervista
Colapesce © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E questo rende più facile o più difficile scrivere canzoni d’amore?
Questo ovviamente mi dà tantissimo materiale da interpretare! Dal punto di vista della scrittura tutto questo è molto utile ma è molto meno interessante dal punto di vista umano, perché poi spesso ti perdi in delle dinamiche che diventano dei vicoli ciechi.

Da che luogo, fisico e mentale, viene la maggior parte del tuo lavoro?
Il mio “luogo” è influenzato moltissimo dalla mia terra d’origine: a volte cerco di reprimerlo, però poi viene sempre fuori. Riguarda una sicilianità non folkloristica ma più profonda: la struttura emotiva del siciliano è complessa e stratificata attraverso i millenni, molti poeti l’hanno anche descritta meglio di me.

 

La mia terra d’origine mi definisce e influenza tantissimo quello che scrivo. Il luogo mentale, invece, è quello delle situazioni difficili, dei paradossi, lì si trovano gli angoli più stimolanti dal punto di vista creativo: nelle situazioni di pace scrivo peggio, quindi ci vuole sempre un po’ di movimento.

 

A proposito di sicilianità, i riferimenti religiosi nel tuo immaginario sono sempre ricorrenti. Come sono legati al tuo vissuto personale?
Vengo da una famiglia molto cattolica, volevano che diventassi prete. L’aspetto religioso è sicuramente molto forte nella vita delle persone in Sicilia: l’approccio è legato alle radici, quasi ancestrale, perché la religione ti accompagna dalla nascita, che è vissuta come una grande festa, fino alla morte, che è anch’essa celebrazione massima. La religione ha in qualche modo “modellato” la Sicilia rispetto alle altre regioni. I racconti da bambino, le preghiere, le storie dei santi: per me è arrivato tutto fino alla copertina di Infedele e anche negli spettacoli dal vivo siamo vestiti da preti, quindi ci gioco un po’ con quest’aspetto ma in realtà poi fa parte veramente del mio background e lo uso spesso come pretesto per raccontare altro, ma ovviamente non lo utilizzo per catechizzare nessuno.

Quando scrivi durante le giornate?
Non ho delle regole, a volte scrivo in metro se mi viene un appunto, oppure a casa, spesso la notte, non sono molto metodico. Negli ultimi due anni ho dovuto diventarlo di più perché col lavoro d’autore ci sono delle sessioni di scrittura già prestabilite quindi ho deadline e incontri, però il lavoro d’autore è diverso.

Dormi la notte?
No, non sempre, dormo poco, molto poco. Per le mie canzoni il processo di scrittura è svincolato da ogni logica, non ho scadenze, per esempio per Ti attraverso ho scritto il ritornello 4 anni fa, poi la strofa l’ho finita dopo 2 anni, quindi ho un rapporto col tempo del tutto personale, perché in qualche modo è anche un lavoro di precisione su di me. Ogni parola è come se fosse messa lì non a caso ma è una pietra da incastonare che arriva al momento giusto e trova il suo posto per un motivo specifico. Questo mi permette di avere una visione tridimensionale del testo: con la tua scrittura ti fai un viaggio tutto tuo, hai più gradi d’interpretazione. Per esempio tu mi hai dato una lettura di Ti attraverso che non avevo mai preso in considerazione: è quella la magia. Spesso oggi la scrittura nel pop è molto più specifica però: questo non toglie che abbia una funzione sociale importantissima perché poi migliaia di persone si riconoscono in quella semplicità, però mi affascina di più essere autore di me stesso, lo scavare dentro e andare oltre, che è il lavoro più interessante per me, personalmente.

 

Colapesce intervista
Colapesce © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Sei da parecchi mesi in tour e anche in passato non ti sei risparmiato, com’è?
Mi piace. Per me è la dimensione ideale, il momento liberatorio in cui fai quello che ti piace fare.

 

Ho sempre suonato da quando ho 10 anni, quindi l’elemento del live è fondamentale, posso sguinzagliare tutto il narcisismo che è in me (ride, ndr).

 

Cosa fai durante i tour? Scrivi?
Prima vivevo male gli spostamenti. Viaggio molto ma non sono amante dello spostamento, aspetto infatti con ansia il teletrasporto: amo i luoghi, ma il prima e il dopo mi angoscia. Poi una volta nel luogo, però, me lo vivo bene e mi piace. Negli ultimi anni ho anche imparato a fare delle attività. Mi impongo di scrivere, o magari se arrivo in un posto in tempo mi faccio un giro al pomeriggio per vedere il luogo e cercare di mettere il più possibile radici, anche se per poco, per pochissimo. Questo mi aiuta anche a stabilire una connessione col posto: a volte arrivo anche nel locale presto e sto sul palco seduto da solo, per vedere gli spazi e per appropriarmene.

Se il mondo finisse domani, che artisti inviteresti sulla tua arca per salvare la genesi musicale (valgono anche quelli che non ci sono più)?
Difficilissimo. Neil Young, Brian Wilson, Lucio Dalla, Battiato, i Kraftwerk, John Cage, Arthur Russell, Satie per la sua visione dell’armonia, Boccherini, e ce ne sono tantissimi, se continuo non finisco più, è impossibile!

Il tuo primo album, Un Meraviglioso Declino, ha una dimensione molto intima, in cui si racconta molto l’amore. Mi ha fatto pensare a Neil Young perché è un album talmente fluttuante e sognante a livello di melodie che finisco per non ascoltare le parole. Poi dico aspetta, cosa dice? Non è che non ascolti i testi perché sono meno importanti, ma perché si fondono completamente con la melodia
È questa la magia della musica. Riesce veramente ad andare oltre quando questi due elementi sono talmente fusi che diventano un unico grande racconto.

In Egomostro si è manifestato il tuo bisogno di entrare nella mischia, di mescolarti alla società e di citare di tutto, da Zara a Breszny, ne è uscito un flow diverso ed è cominciata a nascere una spinta sociale più forte che poi si è confermata anche nell’ultimo album Infedele. Bob Dylan diceva che le sue canzoni erano usate politicamente ma che lui scrivendole come unico intento voleva solo fare arte. Tu come ti collochi in un discorso del genere?
Sono totalmente d’accordo con Bob Dylan, che infatti non era il primo sprovveduto.

 

La canzone deve rimanere tale per l’artista, poi chi la ascolta fa quello che vuole ed è giusto così, però evito di dare giudizi, di dire che le cose stanno in un modo o nell’altro, di fare la canzone “politicizzata”, anche se poi molte in fondo lo sono. Preferisco suggerire magari una riflessione piuttosto che fornire un assunto o fare affermazioni assolute.

 

A proposito di temi sociali, è da poco uscito il video di Maometto a Milano, che è stato inizialmente bloccato in quanto il “problema” segnalato non erano le immagini che ricordano l’Isis ma la storia d’amore tra due uomini
Ci sono spunti di storie d’attualità simili, in cui i guerriglieri omosessuali si nascondono, e mi interessava raccontare in qualche modo questo rapporto d’amore in un contesto difficilissimo.

 

Colapesce intervista
Colapesce © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Guardandolo, la mia sensazione è stata quella di sollievo nel vedere una storia d’amore in un contesto così angosciante: invece l’elemento che a me dava speranza, è stato considerato quello problematico
È davvero assurdo e paradossale, sembra davvero che l’amore sia temuto più delle barbarie. Tra l’altro i rapporti omosessuali tra uomini sono ancora visti con diffidenza, si vedono con grande facilità rapporti etero e anche tra donne nei video e nessuno ci fa caso, mentre tra uomini pare ancora una sorta di tabù. Poi nelle immagini del video i due personaggi si baciano e basta, sottolineiamolo.

Quindi qual è il mostro, l’egomostro, in una società che blocca un video del genere?
Ce n’è davvero una lunga lista… Quello che provo a fare nel mio piccolo è cercare di diffondere sempre dei contenuti in cui credo, che aprano ad una riflessione, ad un’apertura verso qualcos’altro. Però oggi fai davvero fatica, perché la sensazione è che spesso tutto si fruisce troppo velocemente e la riflessione passa subito in secondo piano, guardi tutto solo in superficie e quindi non riesci mai ad andare a fondo del significato delle cose.

Sembra ci sia una superficializzazione di tutte le cose
C’è superficializzazione sia nella musica sia nel panorama attuale.

In Italia è anche un peccato, in teoria saremmo il Paese che espande e approfondisce tutto
Ho una mia teoria a riguardo.

 

La gente dice che la nuova musica indipendente si è semplificata, che è più paracula e che cerca di allinearsi alle tendenze.

 

Questo è vero ma è anche vero che la mia generazione non ha altro da dire, è onesta ma talmente povera di contenuti che questa è l’unica musica possibile in questo momento in Italia perché c’è troppa superficialità. Molti artisti si sono formati infatti in un ventennio di vuoto culturale vertiginoso nel nostro Paese e ora se ne vedono i primi frutti.

Nell’ultimo album, Infedele, l’idea di caos diventa empatia assoluta tra tutte le persone, come nel brano Totale. Mi spieghi cosa significa questo senso d’empatia per te?
Totale è stata la prima canzone di Infedele, l’ho scritta in un pomeriggio, a differenza di tante mie canzoni che riesco a terminare in tre, quattro anni: anche il video voleva dare questo senso d’empatia. Se ci pensi, la prima scena con cui si apre è quella dell’allattamento, c’è questa ragazza che allatta il figlio: brano e video seguono una sorta di concept attorno all’esistenza, dalla nascita alla morte attraverso tutto il suo sviluppo, bellezza e bruttezza dell’esistenza incluse. Ci sono alcune scene surreali che si alternano con scene comuni, com’è in effetti nella vita.

In Le vacanze intelligenti dici “non sono un critico però so valutare quando sto bene quando sto male”: come ti senti adesso musicalmente?
In questo momento sicuramente sto meglio rispetto a quando ho scritto quella canzone: sicuramente ho le idee più chiare su alcune cose. Inoltre mi sento in una fase di passaggio, che significa che è un momento positivo, perché in qualche modo stai esplorando, ed esplorare nella musica e nella scrittura è la cosa che veramente poi ti porta a fare delle cose nuove: poi Le vacanze intelligenti è tutta una grande metafora, partendo dal titolo che è preso dal film di Alberto Sordi…

Nella tua produzione infatti vedo tante citazioni. Ho visto più volte Antonioni, il racconto dei sentimenti attraverso i paesaggi e le visioni
Sì, lo cito spesso, è presente sia in video come L’altra Guancia e anche ne La Distanza, la graphic novel, che si apre con una citazione di Antonioni.

Come sarà Colapesce nel futuro?
Non ti voglio spoilerare di cosa parla il prossimo album, però un po’ te lo posso raccontare: sto sviluppando tutto attorno ad un concetto, e da lì sto costruendo un mondo. È incredibile costruire tutto un universo attorno ad un solo elemento, perché in qualsiasi cosa, anche in una parola semplice, ci puoi costruire dei pianeti. Quindi mentre fino ad ora ho preso degli input esterni per creare l’immaginario degli album, stavolta sto provando sia dal punto di vista musicale sia da quello testuale di partire da un concetto molto forte e sviluppare il concept tutt’intorno. Ma non te lo dico, non te lo posso dire! Ovviamente lavorando così hai dei limiti ma hai anche la possibilità di andare a fondo degli argomenti perché hai una stella cometa che ti sta indicando la rotta che devi seguire. La rotta è quella, quindi tutto quello che avviene dal punto A al punto B, quel viaggio, sarà il prossimo disco.

 

L’Italia: la musica, la società, c’è qualcosa che t’interessa? Com’è il tuo rapporto con il nostro Paese a livello di composizione?
In questo momento sicuramente guardo di più all’estero, non per snobismo, perché amo la musica italiana, ma in questo momento storico trovo più stimolante il lavoro che stanno facendo alcuni artisti all’estero, magari non necessariamente legato al cantautorato.

 

Per esempio ora mi sto facendo tutta la discografia di Alice Coltrane: magari poi nel mio lavoro non necessariamente mi serve la musica jazz o trascendentale, però adesso mi nutre di più questo tipo di ascolti rispetto a quelli magari più vicini al mio mondo di scrittura che però in questo momento non mi danno nulla.

Hai una grande capacità di descrivere l’intimità. Il descrivere delle cose tanto piccole e precise come fai tu spesso può essere un antidoto alla superficialità, perché se ne parli stimoli anche il punto di vista degli altri
Infatti per questo motivo ascolto meno cose italiane, perché ultimamente ho difficoltà a trovare da ascoltare delle cose in cui mi piacerebbe identificarmi.

Sanremo?
Non sono un detrattore di Sanremo. È una vetrina interessante. Tra l’altro dopo che avevo vinto il premio Tenco nel 2012 abbiamo presentato un brano per Sanremo Giovani, Anche oggi si dorme domani, che poi non passò. Secondo me uno ci deve arrivare non con l’idea di “voglio andare a Sanremo”, ma con la consapevolezza di avere delle cose da dire. Se hai dei brani forti e ti trovi in un contesto favorevole allora vai, però con la tua personalità e coi tuoi argomenti, quello sarebbe il goal: andare invece a Sanremo solo per la vetrina non appartiene al mio immaginario o al mio modo di vedere la musica. In questo momento della mia carriera potrei quasi considerare più stimolante andarci da autore, puntando sulla qualità di alcuni elementi specifici.

 

Colapesce intervista
Colapesce © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Sanremo sta anche diventando più pop
Sì. Infatti ha anche senso andarci con un brano che è perfetto per Sanremo e che poi sai che funzionerà anche in radio. Bisogna capire le tendenze, perché alla fine si parla di brani nazional popolari quindi il grado di retorica e populismo deve essere sempre a mille. Nel mio caso mi piacerebbe andarci però con degli argomenti più profondi, più miei. Il populismo in Italia credo abbia già raggiunto la vetta massima.

 

Non a caso la musica riflette esattamente lo stato della politica, che al presente mi sembra un grande incubo. Rimane sempre tutto in superficie: c’è una superficialità spaventosa che mi fa davvero paura dal punto di vista umano e di società. È tutto filtrato dal proprio ego, è una situazione molto inquietante.

 

Hai voglia di collaborare in questo momento?
Devo dire che ora sono più aperto rispetto al passato riguardo le collaborazioni, prima ero più scettico, un po’ come la questione del viaggio, mi sto ammorbidendo, forse sarà l’età, non lo so (ride, ndr). La collaborazione è sempre una cosa buona perché c’è un confronto. Io devo partire da un’idea chiara, e da questa idea mi piace poi ricevere altri punti di vista e provare a individuare delle persone che mi possono dare quel qualcosa in più. Nel caso di Infedele ho coinvolto Jacopo di Iosonouncane che a parte essere un grande amico è una persona che stimo molto artisticamente e ci trovavamo in linea, e oltre che con lui ho collaborato al disco insieme a Mario Conte con cui ho già lavorato su Egomostro. Per i video collaboro sempre con i Ground’s Oranges che sono dei miei amici di Catania, videomaker di Totale e Maometto a Milano: ormai mettiamo in scena le cose più assurde ed è molto divertente.

C’è qualche artista che anche senza conoscerlo diresti, con lui ci collaborerei davvero?
Mi piacerebbe lavorare sulla produzione artistica, che è la cosa più carente nel nostro Paese, all’estero, dove ci sono invece dei gran produttori. Posso volare in alto? Brian Eno. Lui è uno dei miei produttori preferiti, ha fatto dei dischi incredibili, per esempio Remain in Light dei Talking Heads secondo me è uno dei loro dischi più belli, è una produzione stupenda da mega maestro. È stato un precursore e crea prodotti che non invecchiano mai.

Quando scrivi come Colapesce racconti delle storie: c’è qualcosa che vorresti che le persone pensassero della tua musica guardandoti da fuori? Come ti piacerebbe arrivare alle persone che ti ascoltano?
Come un artista non banale. Ultimamente in moltissimi mi scrivono: ho creato una cartella dove raccolgo tutti questi pensieri. È bello perché spesso si crea un legame coi miei brani che va oltre la canzone e quello secondo me è il regalo più bello che ti può fare un ascoltatore. Quando ti dicono che magari quelle parole, quel testo, in qualche modo sono dei pezzi importanti della loro vita o che gli hanno cambiato, migliorato una situazione, quello secondo me è il massimo. Qualcosa che non è superficie o solo intrattenimento, ma che dimostra che hai fatto qualcosa in più: la mia aspirazione più alta è proprio quella di lasciare in qualche modo qualcosa di vero, di reale, che non dura sei mesi o una stagione in radio ma magari fra vent’anni ancora resta e vuole dire qualcosa. Quello mi piacerebbe. Spero di essere nella giusta direzione.

 

Sapiens
By
Luz