Quando il pop è una cosa seria

Quando il pop è una cosa seria

Dalla trap agli 883, da Jovanotti ai talent, passando per Radio Deejay, People from Ibiza e “Misano Marittima”. Abbiamo incontrato Claudio Cecchetto, il padre della musica pop italiana

Jovanotti, Fiorello, Amadeus, Max Pezzali, Gerry Scotti, Fabio Volo, solo per citare quelli che ancora oggi sono ai vertici delle classifiche e sempre presenti nei palinsesti tv. Sono tutti creature (“figli” dice lui) scoperte e tirate su da Claudio Cecchetto.

Nato a Ceggia, paesino della provincia di Venezia, 66 anni, figlio di un camionista: dj, fondatore di Radio Deejay, produttore musicale dei suoi artisti, manager pop, autore e conduttore televisivo. Il primo Sanremo presentato a 28 anni (era il 1980) e poi dà lì una carriera, concentrata soprattutto nei due successivi decenni, di strepitosi successi, fatta anche di meteore, come Tracy Spencer, Taffy, Sandy Marton, i Finley, ma che sono state la colonna sonora di molte estati.

In un’epoca in cui i talent show stanno lentamente entrando in una fase di declino, abbiamo fatto una chiacchierata con il talent scout per eccellenza su musica, tv, radio, regole dello show biz italiano e internet.
Come previsto ha un sacco di cose da dire, tra ricordi e sogni, verità trancianti e piccole follie.

Ci accoglie nel suo ufficio rotondo, zona San Siro, struttura circolare ancora meta di pellegrinaggi di architetti. Dentro legno, decine di dischi di platino attaccati al muro, mille cimeli e memorabilia pop.

Partiamo dalla musica. Come la vede la situazione musicale oggi? Le classifiche sono piene di illustri sconosciuti giovanissimi, ma la vendita dei dischi non è più centrale come un tempo. Si può parlare di crisi?
Di musica pop ne è stata fatta tantissima e bellissima, e quindi capisco che per le nuove generazioni diventi sempre più difficile fare musica. Io faccio sempre l’esempio da dj: se negli anni ’80 dovevi fare una festa, ti preparavi un paio di giorni prima e andavi nel negozio di dischi a cercarti le novità. Se devi fare una festa stasera, hai già tutto in casa. Non è che la musica è in crisi, perché mai come in questi anni tu senti in giro tanta musica, è ovunque. Ma non è neanche una crisi di idee. Forse la musica sta tornando ad essere quello che era una volta quando gli artisti facevano musica per piacere, mentre purtroppo c’è stato un periodo negli anni ’90 che si faceva la musica solo per fare successo.

Lei quindi sostiene che oggi i ragazzini fanno musica non per raggiungere il successo, ma per altri motivi?
No, voglio dire, è inevitabile. Se ami la musica la devi fare perché ti piace, non perché vuoi diventare famoso. È quello che accadeva quando nel ‘700 i saltimbanchi andavano in giro e facevano musica. Invece c’è stato un periodo in cui si entrava nel mondo della musica per fare il disco e magari non eri neanche tu che cantavi. Per fortuna questa cosa è morta, anche perché, appunto, il successo e i soldi non li fai con i dischi, ma con i live. E allora lì devi essere bravo davvero. La gente oggi ha bisogno di un altro tipo di esperienza, ha bisogno dell’aggregazione, di condividerla.

 

Claudio Cecchetto intervista
Claudio Cecchetto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ad esempio, come lo giudica il fenomeno attuale della trap?
[nel frattempo squilla lo smartphone We are family delle Sister Sledge nell’aria. Didascalismo cecchettiano]
La trap è una derivazione del rap, ma secondo me non ha la forza del rap. Quello che ha colpito i giovanissimi sono questi pensierini invece dei temi duri e tragici del rap, e anche a livello di look c’è una maggior ricchezza di stili, colori e invenzioni. Quindi lo comprendo il successo che ha tra i giovani. Comunque noto che nelle ultime interviste ai trapper alla domanda “Tu fai trap?” loro rispondono “No!”.

Forse manca un progetto musicale dietro..
Sicuramente mancano delle radici. Il rap nasceva da un’esigenza culturale, anche drammatica, se vogliamo. Mentre la trap nasce fondamentalmente per divertimento. E poi la storia della musica ci ha insegnato che può succedere di tutto, anche il contrario di quello che stiamo dicendo adesso. È imprevedibile. Guarda la storia di Lorenzo: lui è partito dal rap. Quando nel 1989 gli ho prodotto Jovanotti for President – che ascoltato oggi dal punto di vista qualitativo forse vale poco più di 5, ma dal punto di vista energetico vale più di mille – sentivo gente che sosteneva che il rap fosse già finito.

 

Io credo che la trap servirà a contaminare il pop, cioè il pop dovrà tener conto di questo tipo di fenomeno. La trap è più un’atmosfera, sono tanti suonini, ma poca musica, e quindi ha bisogno di un’evoluzione. Comunque per il momento la trap in Italia sono Ghali e Sfera Ebbasta.

 

E che mi dice di Oel, quello delle “Focaccine dell’Esselunga”?
(ride, ndr) Eh, lui è mio figlio Leo. Lui continua a fare le sue cosette, volendo avrebbe già un album, ma io non lo forzo e non voglio nemmeno che sia riconducibile a me. Lo sta facendo per divertimento: anche quando mi ha fatto sentire il pezzo delle focaccine, mi è piaciuto perché si vedeva che stava giocando su un genere che conosceva e in più è riuscito a cogliere un “fenomeno”, quello delle focaccine, che esisteva davvero. Dopo che è uscito il pezzo ho parlato con quelli dell’Armando Testa, l’agenzia pubblicitaria di Esselunga, che si sono complimentati; mi hanno detto che sarebbe stato impossibile creare una campagna del genere.

Di cosa si sta occupando oggi?
Di una cosa abbastanza strana, perché alla fine cerco di cimentarmi in ambiti che non ho mai affrontato, anche se poi, come dice Arbore, si fa sempre la stessa cosa. L’anno scorso sono andato a Misano Adriatico e tramite amici ho conosciuto il sindaco e gli ho fatto la proposta provocatoria di cambiare il nome, perché Misano Adriatico non suona bene, è antica. “Chiamiamola Misano Marittima”. E lui mi ha detto “No, guarda che è un casino…”, però l’idea gli è piaciuta. Misano è strutturata un po’ come Los Angeles, con tanti district, quindi abbiamo preso la zona più figa, con tante eccellenze, dove c’è la spiaggia più bella, l’unica discoteca sulla spiaggia della zona, i ristoranti più famosi, il migliore piadinaro della zona. E da quest’anno la chiamiamo Misano Marittima.

 

Claudio Cecchetto intervista
Claudio Cecchetto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Interessante. Ma come le è venuta questa idea?
Ho come l’impressione che si sia perso il senso della vacanza. Sento la gente che dice “Vado in ferie, vado a riposarmi“. Ma no, bisogna andare in vacanza per divertirsi, porca miseria. E sono le località di vacanza che si devono rinnovare: l’industria della vacanza non si può fermare alla crescita del 2%. E poi anche per aggiungere una località in più alle solite Riccione, Rimini, Versilia, Jesolo. Volevo aggiungere anche Misano Marittima, con questa idea un po’ bizzarra.

Dal Gioca Jouer in poi la sua vita si è sempre basata su idee, il più delle volte bizzarre
Io di idee ne ho un sacco, il problema è trovare un interlocutore che ti ascolta, capisce, non rimane scioccato e ha voglia un po’ di rischiare. Devo dire che sono ancora piuttosto richiesto a livello di consulenza, però ho notato che poi tutti si spaventano: quindi quando hanno un problema mi chiamano chiedondomi nuove idee, gliele propongo e loro “Eh, ma così cambia tutto”. In pratica vogliono sentirsi dire quello che già pensano, e di solito sono cose banali e che non risolvono i problemi.

 

Manca il coraggio, nessuno vuole rischiare
Insomma, oggi per emergere devi cercare di spettacolarizzare il quotidiano, creare piccole cose che facciano divertire le persone, perché poi sono loro, attraverso il passaparola sui social, a renderlo notiziabile. C’è talmente tanto passaparola che sono nate le fake news, perché uno dice, eh vedi, quella notizia è già stata passata, aspetta che me ne invento una, pur di notiziare.

 

Nella mia storia ci sono tanti progetti che sembrano anormali, ma che invece sono pop. Io negli anni ’80 ho avuto successo su RaiUno – che continua ad essere la mia rete preferita, non qualitativamente, ma perché è il canale di famiglia – perché io agli occhi del pubblico ero il nipote un po’ trasgressivo, perché avevo i capelli un po’ più lunghi e così la nonna diceva “L’è joan”. Perché io ho insita quella trasgressione, ma con un freno data dall’educazione cattolica, quindi oltre un certo limite non vado mai.

Ecco, la televisione. L’altro giorno vedevo il Wind Music Award e mi è sembrata una triste passerella, ma senza un briciolo di spettacolo e di impegno. Potrebbe essere, con le dovute proporzioni qualcosa come i Grammy Awards
Eh, ma non avrà mai la storicità di quello americano. Sanremo ha successo perché ha la storia dalla sua. Mi dispiace che sia scomparso il Festivalbar, che nel tempo aveva creato un brand fortissimo: quando partiva il Festivalbar partiva l’estate e l’ultima serata all’arena di Verona segnala la fine della stagione.

Qual è oggi secondo lei il ruolo della tv nella musica?
La musica in televisione in Italia va valutata nella sua storia e attraverso le sue trasformazioni. Negli anni ’80 c’era Discoring che faceva una forte selezione sui dischi che uscivano. Poi con il passare del tempo i vari programmi-contenitore ospitavano i cantanti e le band che arrivavano facevano il loro pezzo e se ne andavano. La televisione e il pubblico però nel frattempo si stavano evolvendo e volevano qualcosa di più della semplice performance, anche perché nel frattempo c’erano i video-clip e le tv tematiche. Non è che la tv generalista ha iniziato a boicottare la musica, ma erano i musicisti che non riuscivano ad adattarsi allo strumento e capire come entrare con la propria arte in quel medium. Per questo poi sono nati i talent show, che hanno permesso alla musica di rientrare in tv facendo spettacolo.

 

Claudio Cecchetto intervista
Claudio Cecchetto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ora però siamo anche di fronte al lento declino dei talent..
Sì, è ciclico. Anche perché, specie in Italia, sono molto impostati più sui giudici piuttosto che sui talenti. È una formula che sta diventando noiosa. Tra le tante cose che faccio, io è da 4 anni che tento di proporre un mio format di talent chiamato Starcube che è l’opposto di The Voice. Ho parlato con tutti i direttore di rete, ma essendo un format nuovo e originale, tutti hanno paura e nessuno vuole rischiare: perché se tu compri un format che ha successo nel mondo, se poi qui va male puoi dire che l’Italia non è ancora pronta, visto che in altri paesi va benissimo. Ma se prendi un format nuovo e poi va male, la colpa è solo tua..

E in cosa consiste questo format?
In pratica il concorrente entra in un cubo, parte la musica, lui inizia a cantare ma i giudici non sentono la sua voce, vedono solo come si muove e il suo atteggiamento. Se al giudice interessa allora può aprire il microfono e se lo prende, sennò va a casa. È l’opposto di The Voice.

 

Questo peraltro è il mio metodo da sempre: io Lorenzo l’ho scelto guardandolo, se avessi sentito solo la voce non l’avrei mai scelto…. figurati, con quella “esse”, poi non è proprio intonato. Io ho sempre scelto le persone guardandole, conoscendole. Poi dopo penso alle canzoni che possono cantare.

 

Mi faccia qualche esempio…
Beh, Sandy Marton. Io l’ho visto, ci ho parlato. Lui non aveva mai scritto una canzone né cantato, ma per fortuna sapeva suonare il piano. Era così bello, che ci sarei stato insieme, e siccome lui mi parlava continuamente di Ibiza, ho pensato che se avessimo fatto un pezzo su Ibiza, la gente avrebbe capito che a Ibiza erano tutti belli come lui. Era il periodo del Tempo delle Mele e sicuramente gli altri discografici, bello com’era, gli avrebbero assegnato una canzone d’amore, invece io no, ed è lì la cazzata vincente, un pezzo dance, People from Ibiza (la canticchia, ndr).

A proposito di radio: ho l’impressione che, nonostante l’evoluzione tecnologica (integrazione con il web, i software digitali di programmazione musicale, etc.), il linguaggio non si sia molto evoluto
Oggi le radio sono fatte per non disturbare, perché devi evitare che chi ti sta ascoltando rimanga scioccato e cambi stazione. Poi la maggior parte è gestita da editori-società di capitali che devono garantire un tot numero di ascoltatori per la pubblicità. E poi c’è un’altra cosa. Ai miei tempi quando sentivo parlare di Lupo Solitario (Jack Wolfman, il più famoso speaker radiofonico americano che trasmetteva in tutti gli States e in 53 paesi stranieri, ndr) ridevo e pensavo fosse un’eccezione che un cinquantenne facesse il disk jockey. Oggi invece è pieno di sessantenni. E non hanno nessuna intenzione di lasciare il posto. Ai tempi miei a Radio Deejay il turn over era di 3-5 anni, inizi a fare il disk jockey radiofonico, poi vai a fare l’attore, il presentatore tv, il cantante… e lasci il posto a un altro.

Lei ha fondato Radio Deejay nel 1982…
Sì. E sono durato dodici anni. Sembrerà presuntuoso, ma io lo vedo come un merito. Chi ha fatto la storia della musica? I Beatles. Quanto sono durati? Otto anni. Chi ha fatto la storia dei network radiofonici italiani? Radio Deejay con Cecchetto. Quanto è durata? Dodici anni. I Beatles non potevano durare di più per essere così innovatori. Oggi sono rimasti i Rolling Stones che sono sempre bravi, ma ripetono un cliché. Oggi Radio Deejay è come i Rolling Stones. Lo dico anche con il senno di poi perché mi hanno fatto uscire, e io non sarei uscito. Però quando spacchi tutto riesci a farlo solo per un po’, non lo puoi fare per sempre.

 

Claudio Cecchetto intervista
Claudio Cecchetto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Leggendo le interviste agli artisti e showman che ha scoperto, non manca mai una parola carina su di lei. È gratitudine o c’è qualcosa di più?
Allora, questa è una cosa seria. La gratitudine è dei grandi. Se un artista che è popolare si mostra grato a qualcuno, la gente gli riconoscerà un merito e dirà “Cazzo, guarda lui, è forte, è sul palco e non si dimentica di essere grato“. E così la gente gli vorrà più bene. Quindi fanno un piacere a loro e fanno un piacere a me perché mi alzano al loro livello. Io la gratitudine non la do mai scontata, la apprezzo ogni volta.

Ho letto che voleva intitolare il suo libro: Che culo: quello che ho avuto e quello che mi sono fatto.
Sì (ride, ndr) in effetti sono stato molto fortunato ad aver incontrato talenti e persone di questo tipo.

 

Però penso di aver fatto con la mia organizzazione quello che facevano nell’800 i famosi caffè letterari. Ho creato un gruppo che invitavo al mio caffè degli artisti e loro crescevano perché si contaminavano tra loro. Con loro non c’è mai stato un rapporto allievo-maestro, ma io sono stato colui che li ha identificati e raggruppati in un unico posto.

 

Un po’ come la factory di Andy Warhol…
Sì, ma più pop. Nel senso di nazional popolare. Io comunque non ero il burattinaio. Tutto quello che si faceva era frutto di una discussione. Dovevamo essere d’accordo. Bisogna stare attenti a capire i propri figli, specie quando questi sono artisti. Gli artisti hanno in testa solo la loro arte. E quindi anche i rapporti umani vanno in secondo piano. È la loro indole, non è cattiveria. L’artista sta con te perché ti ha identificato come la persona che ti ha capito e ti ha aiutato a realizzare il tuo sogno. Io sono arrivato a un punto che avevo Fiorello, Lorenzo, Max Pezzali, che erano diventati grandi e che magari avevano bisogno di un padre a testa, le loro esigenze da soddisfare erano diventate 24 ore su 24. Quindi la scelta: lo aiuto a prendere la propria strada o faccio il padre padrone? E io ho scelto la prima.

Oggi ci sono gli agenti, i vari Caschetto, Presta…
Io sono sempre stato un talent scout. Oggi gli agenti parlano unicamente di percentuali e di commissioni, 15-20-30%. Ragionano solo di quello. Io non ho mai fatto il manager. O meglio ho avuto attività manageriali, ma sono sempre stato un talent scout e produttore dei miei talenti. I discografici, ad esempio, producono dieci artisti, solo due fanno i soldi e ripagano gli altri otto, io invece produco solo quello in cui credo ciecamente. Se ne produco tre e ne sbaglio uno, ne ho sbagliato uno. È colpa mia. Ci rimango male.

Su internet ha provato a entrare con le sue idee nella rete con una serie di progetti un po’ innovativi, un po’ bizzarri, ma qui non ha avuto molto fortuna…
Allora, io avevo un sogno, la radio e tutto il resto e quando lo realizzi a 40 anni e ti rendi conto che sei arrivato al traguardo è un casino e ti chiedi “E mò che cazzo faccio?”. Allora ho iniziato a fare dei sogni a lunghissimo termine e non volevo trovarmi con sogni realizzati a 70 anni. Internet era un territorio nuovo e molto interessante dove si potevano fare progetti a lungo termine. Quindi mi sono inventato Energy Bank, la moneta per internet. Follia pura per i tempi. L’ho proposto a Renato Soru e siamo entrati in società. Poi però lui ha iniziato ad espandere per l’Europa Tiscali e ha lasciato i suoi collaboratori che stavano creando portali verticali a tutto spiano e volevano utilizzare l’Energy Bank come i buoni Miralanza di quando ero piccolo. Ma io invece volevo la moneta elettronica di internet. Allora io gli ho rivenduto la mia quota del 50%. Ecco, non sarà stato il tempo giusto, forse…. però oggi è pieno di bitcoin.

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