Quello che conta davvero

Quello che conta davvero

Andrea Scanzi racconta: lo scarto tra haters e realtà, il Belpaese e la politica, le Langhe, Rosario Dawson e il PD da radere al suolo per ripartire. Parla la più amata e odiata rockstar del giornalismo italiano

Piaccia o meno, Andrea Scanzi incarna alla perfezione lo spirito di questi anni, e lo fa nel bene e nel male. Per molti Scanzi – aretino, classe 1974 – è una via di mezzo tra una rockstar e un confessore, a suo agio come nessuno della sua generazione tra giornalismo, teatro e tv; per altri è giusto un insopportabile e sopravvalutato narciso.

Di solito però i primi pagano: per vederlo a teatro, comprare i suoi libri, o leggerlo sul Fatto Quotidiano. Gli altri si limitano a lamentarsi su Facebook o a parlarne e scriverne male, ma proprio non riescono ad arrivare alla soluzione più semplice: ignorarlo.  

Segnale quest’ultimo che ha vinto lui. Capace di intercettare e mettere in pagina il pensiero che un’enorme fetta di italiani non riesce ad articolare, Scanzi divide e polarizza il pubblico: Con i piedi ben piantati sulle nuvole – Viaggio sentimentale in un’Italia che resiste è il suo ultimo libro, in uscita per Rizzoli.

È un diario di viaggio in un’Italia di provincia lontana anni luce dalle urla dei talk show politici. 

Nel tuo giro d’Italia di politica scrivi poco: stiamo bene anche senza?
Se la politica è una cosa bella – e può esserlo, ed è la politica di Pertini – è chiaro che ti può migliorare la vita: ma se è la politica del 90% dei protagonisti attuali, francamente non credo che ne sentiremmo troppo la mancanza.

Tu però di politica parli e scrivi pressoché ogni giorno
Parlo tanto di politica perché sono cittadino italiano, perché sono giornalista, perché me lo chiedono, perché qualcuno mi ascolta: ma ti posso garantire che nella vita di tutti i giorni, se esco con una ragazza, con un amico, o vado in moto, di sicuro non penso alla politica né parlo di politica.

 

Purtroppo la politica è diventata qualcosa che incide negativamente sulla nostra vita: ci fa felici? Ci fa venire voglia di parlarne? Direi di no. 

 

Più che la politica per te che cosa conta?
Se mi chiedi cosa piace a me, ti dico: le cene con gli amici, il vino, un bel giro in moto. Il sesso, che è proprio la mia benzina. Trovo fondamentale, salvifico, stare con gli animali e in particolare con i cani, stare nella natura. Mi piace tutto quello che è una sorta di rifugio nella casa in collina, per dirla alla Pavese.

Stai meglio lontano dai riflettori?
Mi rendo conto che è un approdo privato e non pubblico, che possa deludere chi mi immagina come un rivoluzionario 24 ore su 24 che vuole cambiare le cose, ma è quello che mi ricarica. O magari mi ricarica un bel giro in moto, una bella serie tv, rilassarmi col mio cane: se ti dovessi dire che mi rende felice vedere un dibattito parlamentare o essere ospite di un talk show, no. Mi rende felice nella dimensione narcisistica, perché comunque è bello stare in tv ed essere riconosciuti. Ma la felicità vera ce l’ho nelle cose che racconto nel libro, quando racconto del viticoltore che somiglia al grande Lebowski e organizza questa cena sopra Soave, dove non c’è niente, se non un po’ di polenta, il vino e un focolare acceso. Ti garantisco che è stata una delle cose più divertenti, belle e semplici che ho visto l’anno scorso.   

Meglio le Langhe di Sallusti
Senza alcun dubbio. Se mi fai l’esempio di Sallusti, direi che meglio di Sallusti o di Sgarbi, è meglio qualunque cosa. Anche il paesaggio di Vitiano, un piccolo comune in provincia di Arezzo che non è bellissimo. Con le Langhe poi hai sparato alto, per me le Langhe sono meglio di quasi tutto: o mi metti come contrapposizione alle Langhe Rosario Dawson in tacco 12, e allora… ma sennò le Langhe vincono sempre. 

A cosa resiste questa Italia?
Alle delusioni, alla mancanza di appartenenza, al sentirsi soli, al non avere punti di riferimento, al lavoro che manca, alla paura di morire, alla paura dei figli che non hanno lavoro, al non arrivare alla fine del mese: potrei andare avanti a lungo. Viaggiando tanto quando finisce lo spettacolo o la presentazione di un libro, divento in maniera esagerata – perché non me lo merito – una specie di confessore.

 

Finisce lo spettacolo e arrivano cinquanta, sessanta, cento persone, che ti raccontano le loro vite e tu giustamente li ascolti. E lì ti rendi conto che c’è un senso di malessere, di smarrimento, di solitudine: un senso di naufragio che fa paura.

 

Allora si cerca di resistere.

Come si fa?
Coltivando le passioni, innamorandosi: di una donna, di un paesaggio, di una persona che dice le cose che vorresti dire tu. Si sopravvive e si resiste trasformando la propria passione in lavoro. Trovo che questo paese sia pieno di resistenti e di partigiani, solo che non sono più partigiani come quelli di Fenoglio, sono partigiani che resistono a un’esistenza spesso deludente trasformando le loro passioni in qualcosa che li rende vivi, ed è una cosa che mi piace molto. In Italia ci sono tanti avamposti di resistenza e di utopia, più di quanto si creda. Siamo incredibilmente resistenti come cittadini: non sembra ma lo siamo. 

Più che di salvezza collettiva, è l’epoca della salvezza individuale
È così. So bene che questo fa di me un anti-italiano, per citare dei grandi maestri come Bocca Montanelli o Pansa, sempre arrabbiati, che criticano sempre gli italiani, che dicono che non ce la faremo mai. Io non credo che non ce la faremo mai: abbiamo resistito a cose ben peggiori che a tre mesi di crisi di governo, però in ottica nazionale credo che non abbiamo tantissime speranze: credo che ci stiamo pericolosamente abituando all’anomalia. Da 20 anni di Berlusconi che era un’anomalia terrificante, all’anomalia di una sinistra che non esiste praticamente più, all’anomalia di una destra abbastanza radicale, abbastanza estrema, che oggi è al governo. È tutto capovolto, non ci si capisce più niente: neanche ci indigniamo più, non ci arrabbiamo pressoché mai, se non quando non ci danno un rigore col VAR.

 

andrea scanzi intervista sapiens © leonardo cendamo andrea scanzi intervista
Andrea Scanzi © Leonardo Cendamo / LUZ

 

Hai dedicato il libro a Edmondo Berselli: prova a raccontare Berselli a chi non lo conosce
Edmondo Berselli è stato un fenomeno, un grande intellettuale eclettico, con una penna mostruosa, che sapeva parlare di tutto: ed è stata la persona che più di tutte mi ha aiutato concretamente. Se ne è andato troppo presto e mi ha aiutato in maniera del tutto casuale. Lo conobbi nel 2004, dovevo intervistarlo per il Mucchio Selvaggio, aveva fatto un libro che ricorderai, Post-Italiani. Cronache di un paese provvisorio. Quando entrai in redazione a l’Espresso lo sentii al telefono che diceva “Massì, son qua che devo aspettare un cazzone che arriva da Arezzo e mi deve fare un’intervista”. 

Ottimo inizio
Entrai, lui fece finta di niente, parlammo, e lui aveva un po’ la diffidenza del personaggio famoso che dice “Chi è questo minchione di questo giornaletto?”, che cavolo vuole da me: fai che avevo 30 anni. Probabilmente gli piacquero alcune domande, l’intervista fu lunga, dopo quando salii in treno mi mandò un sms: “Bello il tuo cane”. Aveva scoperto il mio sito, e c’era il mio cane, identico al suo. Questa sintonia sia di scrittura che di labrador neri femmina, fece sì che si affezionò a me, volle leggere i miei libri e un anno dopo mi permise di entrare a La Stampa. Lui era amico di Giulio Anselmi, che era il direttore, e gli disse “Prendi questo di Arezzo, non ti costa niente e vedrai che farà carriera”. E più o meno successo così. 

È andata bene
È andata bene. Gli sarò sempre debitore.

 

Non ho avuto nessun aiuto da nessuno, non ho giornalisti in famiglia, non sono raccomandato: Edmondo Berselli è stato il primo ad aiutarmi davvero. Poi sono arrivati Travaglio e Padellaro, certo. Ma senza di lui non sarei diventato quello che sono.

 

C’è un’intervista a Rolling Stone in cui dicono che sei il giornalista più odiato online: sarà, ma a me sembra che in tournée riempi i teatri, sei sempre in tv, scrivi sul Fatto Quotidiano e pure che i libri che scrivi vendono: non mi sembri così odiato. Quanto è grande lo scarto che trovi tra internet e la realtà?
Lo scarto è totale. Infinito. Assoluto. In quell’intervista lì mi permisi di dire a chi l’aveva scritto “Correggerei: uno dei più odiati” se metti “il più odiato” fai ridere… quel che conta però è che c’è un totale distacco tra il mondo dei social e la realtà. È chiaro che se tu vedi i social, vedi Facebook, vedi Twitter, e ti basi sui quei 5-100-1500 commenti reiterati “Scanzi è un coglione, Scanzi è un narciso, Scanzi è un grillino, Scanzi è uno stronzo, Scanzi è un imbecille” ti immagini che tutto il mondo sia così.

Una volta chiusa la tab di Facebook però è un po’ diverso
Qualcuno mi deve spiegare – e non c’è nessuna boria in quel che ti dico – quanti ce ne sono di giornalisti 44enni, quindi non decrepiti, che da 5 anni almeno vanno sistematicamente in tv in prima serata. E fanno prime serate con la Gruber, e con lei come con Floris, come con tutti. Come hai detto faccio teatro: e riempire i teatri oggi, quando non ci sono soldi, con persone che non è che vengono a vedere gratis una presentazione in libreria, ma escono di casa e pagano per venirmi a sentire… Quanti ce ne sono a parte me e Travaglio? E Marco ha una storia molto diversa da me, ha dieci anni più di me.

Quindi quando sei in giro tutto tranquillo?
Quando esco avverto solo affetto. Può capitare una volta al giorno: uno che mi guarda un po’ male al bar, e lì capisco che è uno cui sto sulle palle, magari mi ritene troppo poco renziano, o troppo 5 Stelle, o troppo vicino alla sinistra radicale, decidi tu il motivo, o gli sto antipatico, e ci sta. Ma ne trovo uno. Poi ne trovo 500 altri che mi dicono solo grazie, e non è che dicono “Sei bravo” dicono “Mi fai sentire meno solo”. Ti posso garantire che c’è una totale diversità tra i social e la vita reale, è una grande stortura di questo tempo. Credere che la realtà sia Twitter, i trending topic… è un po’ diversa la faccenda. 

In questi giorni ad aprire la home di Facebook sembra stia scoppiando la guerra civile. Però non vedo barricate per strada, ma solo molte chiacchiere. Che idea ti sei fatto?
La stessa. Siamo i maestri della rivoluzione sui social, prima eravamo i maestri della rivoluzione al bar: andavamo al bar e dicevamo tutto, faremo questo, faremo quest’altro, adesso abbiamo spostato il bar sui social.

 

Temo avesse ragione Umberto Eco, quando diceva dello sdoganamento dei coglioni su internet: prima li sentivi poco, al massimo li trovavi al bar, adesso ti tocca leggerli, ed è una discreta rottura di scatole. 

 

Nel libro maltratti molto Dario Nardella, il sindaco di Firenze: che ti ha fatto di male?
Nulla, è un tormentone affettuoso. Lo inviterò anche ad Accordi e disaccordi e sono convinto che verrà, perché è una persona ironica: l’ho preso come tormentone fisso per una serie di motivi. Oggettivamente è un personaggio debole dal punto di vista di immagine, non è che brilli.

Non è proprio un trascinatore
Sembra un Renzi debole, e quindi mi faceva sorridere. Trovo, te lo devo dire, un po’ inquietante che uno come lui sia sindaco di Firenze: lo dico da aretino che un po’ Firenze la conosce. Passare dagli esempi che ha avuto Firenze, da Lorenzo il Magnifico a Nardella, mi pare un po’ un crollo. Ti parlo di tormentone affettuoso perché Nardella è uno che sta all’ironia: ci sono certi renziani che li tocchi una volta e ti augurano la morte.

Gente permalosa
Nardella non ha mai fatto una piega, immagino che quando ho riempito il teatro Puccini a Firenze dentro di sé abbia bestemmiato in aramaico, non ho dubbi, però so che tra amici comuni ogni tanto dice cose come “Quel cazzone di Scanzi, va be’, ormai fa così, pazienza”. È la sua dimensione di turborenziano che non sopporto: ma la dimensione di autoironico mi piace molto. Metterlo dentro nel libro è stato anche un gesto d’affetto che con altri non avrei avuto.

 

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Andrea Scanzi © Leonardo Cendamo / LUZ

 

Nei giorni in cui il Colle rispediva al mittente la nomina di Savona all’Economia, hai scritto sul Fatto che “Mattarella ha certificato che votare non serve a una sega, conta più un diktat tedesco che 17 milioni di voti”: quindi che si fa, non votiamo più?
No, per carità, quando scrivi devi anche esasperare dei toni per suscitare una reazione, quindi no: bisogna continuare a votare. Ma in quel momento lì io – pur non avendo sicuramente il poster di Di Maio in camera – ho avuto la sensazione secondo me indiscutibile che contassero di più i mercati stranieri, il governo tedesco, che il voto.

 

Visto che veniamo da 8 anni di governi che nessuno ha voluto, ho percepito che milioni di italiani credessero che il loro voto fosse inutile. Questa è una sensazione terrificante. La democrazia è un’altra cosa.

 

Hai scritto che i 5 Stelle non andranno mai davvero al potere: perché?
Ma sai, in realtà dal governo Conte sono stato smentito. Anche se loro sono al governo un po’ disinnescati perché hanno la Lega accanto: i 5 Stelle sognavano e sognano di andare al governo da soli, per poi attuare il loro programma che è molto ambizioso, ardito, estremo, quello non capiterà mai, non avranno mai i numeri. Il Movimento 5 Stelle è qualcosa di estremo, di imprevedibile, che esce totalmente dallo scacchiere politico, quindi sta antipatico. Antipatico a tutti, con l’eccezione della Lega: ma da 3 settimane. 

E che dici di Calenda? Il Fronte Repubblicano?
Lo trovo l’ennesimo errore. Non ce l’ho con Calenda, lo conosco poco, quando va in tv dice anche cose giuste, parla bene. Non ha mai vinto niente in termini politici, anzi, le sue esperienze politiche sono sempre state abbastanza inquietanti, però è una persona competente: sicuramente farà comodo al Partito Democratico, ma non ha niente di sinistra. È un uomo più da Margherita che da PD; andrebbe bene in una DC con leggerissime venature di sinistra. Quella del Fronte Repubblicano mi sembra un po’ la tattica del “O noi o il diluvio”, che è la classica tattica utilizzata anche per il referendum. Cioè o votate sì o altrimenti…

Le cavallette…
Ci sarà l’apocalisse, l’armageddon. Mi sembra che vogliano sfruttare la grande paura dei sovranisti per dire “Votateci non perché siamo bravi, ma perché gli altri sono dei cattivoni“. Può anche essere una tattica, ma mi sembra una scorciatoia.

 

Non c’è nessuna autocritica, non si è capito che c’è un problema di persone e di politica di sinistra che non viene più fatta. Non lo so, mi sembra un accrocchio per dire “Votate noi” perché gli altri fanno paura.

 

Ma che fai, rimetti insieme D’Alema con Renzi, con Calenda, con la Boldrini, fai finta che sono tutti diventati pacificati dentro di loro? Mi convince poco. 

Meglio ripartire da zero?
Il PD per rinascere deve morire, radersi al suolo da solo, e ripartire da capo, magari con delle persone che qualcosina di sinistra ce l’hanno, quindi andando oltre Renzi, che magari si farà il suo partitino, il suo Macron de’ noantri, e puntare non so su chi, forse Zingaretti, forse Emiliano. Non lo so, però bisogna davvero ripensare tutto da capo. E finché c’è Renzi per me il PD non può ripartire.

Metti che nei prossimi mesi salti fuori un posto da Presidente del Consiglio: ci andresti?
Mai nella vita. Me l’hanno chiesto negli anni l’Italia dei Valori, i 5 stelle, la Lista Tsipras, Liberi e Uguali, per le regionali o per le europee o per le politiche del 2018. Mai nella vita farò politica. Ti garantisco che se lo facessi verrei eletto, perché mi troverebbero  un ruolo giusto e uno scranno sicuro. Comunque neanche morto. Sono troppo libero per accettare una cosa del genere.

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Luz