Sapore di male

Sapore di male

Mirko Zilahy racconta la sua trilogia thriller da 1250 pagine, tradotta in tutta Europa. Partita da Bram Stoker e Oscar Wilde: e anche da Giorgio Manganelli

Il cognome è ungherese; l’accento quando parla, romanesco. La trilogia che ha completato “misura” 1250 pagine, è tradotta in tutta Europa ed è riconosciuta da lettori e critica come tra le più interessanti novità dello “spaghetti-crime”, il thriller all’italiana.

Così Mirko Zilahy con tre titoli – La forma del buio, È così che si uccide, Così crudele è la fine tutti pubblicati da Longanesi – è entrato nel giro degli scrittori thriller più quotati in Italia e all’estero. 

Nato a Roma nel 1974, traduttore dall’inglese all’italiano – da Bram Stoker a Il Cardellino di Donna Tartt – editor, ha insegnato lingua e letteratura italiana al Trinity College di Dublino e una volta tornato in Italia si è trovato in una situazione da “o la va o la spacca”.

È andata, tra l’altro, piuttosto bene. 

Prima dei thriller: come sei finito a insegnare in Irlanda?
Avevo il sogno di andare al Trinity College di Dublino, perché uno dei miei miti di gioventù letteraria, Oscar Wilde era stato lì – e anche un altro mito, Bram Stoker. Mi sono laureato a Roma e dopo qualche anno sono riuscito a ottenere un dottorato di ricerca proprio a Dublino, al dipartimento di italianistica, su Giorgio Manganelli. Intanto insegnavo lingua e letteratura italiana, poi sono rientrato, e ho iniziato a fare un po’ di concorsi.

Cervello in fuga rientrato: com’è andata?
Fare ricerca e insegnare non mi dispiaceva per niente, in Irlanda. Ma in Italia no, non è stato possibile: perché poi io credo molto nei numeri, e se uno ha i numeri le cose le può fare, sennò no. In Italia va un po’ diversamente. Adesso collaboro con l’Università di Perugia come cultore della materia, ma è un’altra cosa.

Chiuso con la ricerca ti sei messo a scrivere un genere di cui si parla male, il thriller: che però vende moltissimo
Forse è per questo che se ne parla male. Forse perché c’è un po’ di superficialità. Quelle di genere sono divisioni merceologiche utili ai librai, che giustamente orientano il gusto dei lettori. Ma sono anche una grande invenzione: se leggi Omero, Esiodo, Virgilio, già raccontavano nella forma del thriller odierno, con descrizioni di particolari aberranti. Se leggi i passaggi della morte dei compagni di Ulisse, o quando Polifemo li mangia, ci sono descrizioni di arti disarticolati, c’è violenza, c’è sangue. 

Per fare un confronto più recente, penso a Stephen King per il genere horror: per anni trattato malissimo dalla critica, da un po’ ci siamo accorti che – ehi! – è il Dickens della nostra epoca
Bravo. Io ho avuto grandi difficoltà con King, per i miei trascorsi “alti”: lavorare dentro a un sistema accademico su quello che chiamiamo genere comporta una selezione. Quindi per l’horror: Poe, Lovecraft, stare in quel perimetro lì.

 

Rispetto a Dickens, King costruisce i suoi effetti sulla lunghezza, sulla multiformità; ma è lui il Dickens di oggi, con chiaramente una fantasia molto più morbosa, da uomo del novecento.

 

A King sono arrivato tardi e da un lato sono dispiaciuto del pregiudizio che avevo, dall’altra parte sono felicissimo perché arrivare a quei libri nella maturità vuol dire cogliere e filtrare delle suggestioni che poi riesci a usare.

 

mirko zilahy intervista sapiens vito maria grattacaso luz
Mirko Zilahy © LUZ

 

A proposito di suggestioni da usare, quali sono i tuoi modelli?
Parlando della scrittura, c’è sicuramente Bram Stoker: si dice che Dracula sia il secondo libro più letto del mondo dopo la Bibbia. Tra i miei contemporanei, Donato Carrisi, quando ho letto Il suggeritore ho visto tanto mestiere, una voce nuova, un’intenzione nuova: che forse prima di Carrisi aveva portato Giorgio Faletti.

 

Faletti: un altro trattato non bene dalla critica, salvo poche eccezioni
Non solo, non gli si è mai perdonato di avere tante anime.

 

Per chi scrive thriller in Italia invece è un buon momento
Settimana scorsa sono stato a Valencia, per un festival di letteratura, e il tema che mi riguardava era quello che loro chiamano “spaghetti-crime”. In Italia sta succedendo qualcosa da una quindicina d’anni a questa parte, e se ne stanno accorgendo non dico gli americani, ma gli inglesi sì. Anche in Germania gli autori di thriller italiani sono molto seguiti.

Tu sei tradotto anche all’estero
Germania, Spagna, Francia, Olanda, Turchia, Grecia, Repubblica Ceca…

Da traduttore a tua volta, riesci a seguire le traduzioni?
No, in realtà mi devo fidare: un po’ per tempo, un po’ perché i miei libri sono strapieni di riferimenti difficili da comunicare al traduttore. Con quello spagnolo ci riesco, è il traduttore di Gadda e Manganelli, per cui è anche abituato a certi giochi del lessico e della sintassi, però altri effetti nella traduzione si perdono. Quelli fonici per esempio sono irripetibili, la lingua tedesca e la lingua inglese hanno una serie di regole morfologiche e sintattiche diverse, nella nostra lingua tutto ha un altro suono.

Ho letto che tieni molto al suono della lingua
Secondo me è centrale. Ed è uno dei motivi per cui mi sono messo a scrivere thriller, perché era il momento di riportare il thriller a una forma che fosse più simile a quella dei maestri che l’hanno inventata. Edgar Allan Poe, Stevenson, ma anche lo stesso Dickens, scrivevano da Dio e la gente li leggeva, vendevano milioni di copie. Oggi il thriller ha assunto una forma paratattica veloce, piena di ritmo, colpi di scena, che a mio giudizio rubano l’occhio al lettore. Io invece voglio rubare l’orecchio al lettore.

Veniamo alla tua trilogia: tre titoli, 1250 pagine, 2 anni di lavoro
Il mio editor, Fabrizio Cocco, mi rimprovera sempre perché sono lento. Sono lento perché faccio molta ricerca, studio molto, e sono pazzo di scrittura, più che di narrazione pura, per cui impiego molto tempo ad aggiustare tutto.

 

mirko zilahy intervista sapiens vito maria grattacaso luz
Mirko Zilahy © LUZ

 

Passano i millenni, ma il male è sempre seducente, anche nei libri
Perché ce lo siamo nascosti dentro. È una cosa che ci siamo un po’ voluti negare, un po’ per ragioni storico culturali, e quindi andiamo a cercarlo fuori da noi, nei libri, nelle serie tv. Ho scritto tre libri che parlano di giustizia, di rapporto con la realtà, di identità, con dei serial killer che come tutte le forme di male sono il vero motore della letteratura, sono dei perturbanti, prendono a spallate le nostre certezze.

 

Prendi la giustizia per esempio: la domanda è quella dei classici, di Antigone: che cos’è la giustizia? La giustizia è quella dello Stato? O quella sociale? O quella della polizia? O quella di Dio? O forse è invece la giustizia che ci rende umani, che abbiamo tutti nel cuore, per cui uccidere è un reato “contro l’umano”.

 

I tuoi thriller non sono libri “semplici”: come mai?
Il discorso che cerco di fare è strutturato, anche linguisticamente. Quindi c’è bisogno di attenzione: non sono thriller su cui ti metti per ammazzare il tempo, il tempo lo ammazzo io per te, però mi devi concedere una profondità di intenzione un po’ più larga di quella che si dà normalmente. Io ho bisogno che ti fai sedurre dai luoghi, dalle storie, dai personaggi, dal suono, come ti dicevo; infatti i miei libri iniziano tutti con un endecasillabo.

Come mai?
È un modo per accordarmi col lettore. Tentando di andare a pizzicare una corda che sta nel profondo, che è nel nostro DNA poetico: una volta la letteratura era cantata, e l’endecasillabo è uno dei versi che “fa” l’italiano. Non è che lo fai perché lo ha fatto Dante, è un trucco vecchio secoli, che hanno usato tutti, dai siciliani in poi. Se dici “Sopra l’alto reticolo d’acciaio” e descrivi il gasometro di Roma… È una cosa che è considerata autoriale, ma io non voglio essere autoriale, voglio essere popolare, ma voglio che si torni a essere popolari in maniera divertente, profonda. 

Che rapporto hai con la critica, e con le critiche?
Dipende da chi vengono. Ascolto tutti. Perché questo è il mio mestiere, io poi ho le mie certezze – che sono pochissime però quelle che ho non le smuove nessuno. Sono sempre stato fortunato, la critica ufficiale mi ha quasi sempre trattato non bene, ma benissimo, e quello mi dà quel po’ di soddisfazione. Poi ci sono le critiche dei lettori che sono attentissimi a tutto.

Vai a leggerti le tue recensioni su Amazon?
Tutte.

 

mirko zilahy intervista sapiens vito maria grattacaso luz
Mirko Zilahy © LUZ

 

Se un libro non ti piace ti sforzi di finirlo o lo molli lì?
Oscar Wilde diceva che non c’è bisogno di bersi una botte di vino per capire se il vino è buono. Basta un bicchiere. Il discrimine lo fanno le prime trenta pagine. Nelle prime sei pagine devi avere rivelato le intenzioni della trama, il mistero, e la prima pagina è quella che ti tira dentro, se non ci sono questi elementi… 

Qualche guilty pleasure letterario?
Amo molto Jane Austen.

Tu che esordiente non sei più, che consigli daresti un esordiente?
Partiamo da questo, sono stato fortunato: avevo acquisito tante piccole skills diverse, la cura del traduttore per esempio, e lavoravo come editor per Fazi Editore e per Minimum Fax. Questo continuo lavorare con le parole ti aiuta, poi ho letto moltissimo sia per lavoro che per diletto. A un certo punto – avevo perso il lavoro e finito la traduzione proprio de Il Cardellino di Donna Tartt – ero un po’ fermo, e ho passato a questa amica agente le prime 60 pagine di un romanzo che avevo nel cassetto. 

È andata bene
L’amica agente mi ha detto “Dammi il resto del libro”. Poi con 100 pagine il libro è stato venduto in 10 Paesi.

Stiamo sui consigli
Il mio consiglio principale è di affidarsi a dei professionisti. La valutazione di un manoscritto – se ci si crede veramente, se uno è innamorato della lettura e della scrittura – uno deve affidarla a un professionista, e mettere a budget 200 euro o quel che è per farsi dare una risposta. Se il professionista vede che c’è una cosa buona ci mette un secondo a dire “Ok, parliamone”, è nell’interesse di tutti che le cose belle abbiano un pubblico più ampio possibile

Alla larga dagli editori a pagamento, ovviamente
Quella non è editoria. Mi dispiace perché ho tanti amici che sono contenti di regalare a Natale i libri che scrivono e pubblicano a pagamento, ma è così: quella non è editoria.

Sapiens
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Luz