Il positivo di questo percorso

Il positivo di questo percorso

Giovanni Picchi è stato uno dei fondatori di LUZ e ha lottato contro un sarcoma per quasi vent’anni. È morto sabato 19 maggio 2018 a 45 anni. Due anni fa il fotografo Efrem Raimondi aveva raccontato insieme a lui la storia di una Instagram terapia

[Giovanni Picchi, co-fondatore di LUZ, è morto sabato 19 maggio 2018: lottava contro un sarcoma dal 2001. Il fotografo Efrem Raimondi nell’aprile del 2016 lo aveva intervistato proprio sul tema della malattia e sul modo in cui la raccontava per immagini con Instagram. Ripubblichiamo qui una parte della loro conversazione: la versione integrale è sul blog di Efrem Raimondi.]

Giovanni Picchi e io ci conosciamo da una quindicina d’anni. Forse di più. Dai tempi dell’agenzia Grazia Neri. Co-fondatore dell’agenzia LUZ, che mi rappresenta, ha un rapporto diretto con la produzione fotografica da oltre un ventennio. È persona solare, lo stimo molto, e nutro del vero affetto nei suoi confronti. Tutto ciò non è per nulla scontato, soprattutto se è di fotografia che parliamo.

Un bel giorno sul suo account Instagram vedo la sua faccia, diversa. Un selfie si direbbe, che mi fa letteralmente saltare dalla sedia: rasato e dimagrito, modello punk. Gli scrivo e poi lo chiamo. Chemio: e tutto quanto a seguire. Più o meno all’inizio di quest’anno [2016, ndr] ho cominciato a monitorare – il termine è esatto – la sua produzione Instagram.

 

Giovanni Picchi, aprile 2016. © Efrem Raimondi – All Rights Reserved
Giovanni Picchi, aprile 2016. © Efrem Raimondi – All Rights Reserved

 

Per accorgermi a un certo punto che stava facendo un percorso fotografico su sé stesso. Senza chiamarlo progetto… In mezzo a tanta produzione confusa e inutile, manieristica e brutta, questa ha per me un senso. Che è terapeutico, ma anche fotografico. A me interessano entrambi. Ed è il motivo per cui siamo qui.

Gli ho chiesto se gli andava di parlarne usando la formula dell’intervista: sì. Allora la pubblico integralmente.

Insieme abbiamo fatto anche una piccola selezione delle immagini che ha pubblicato sul suo account Instagram.

Non aggiungo altro a riguardo: dall’intervista emerge tutto.

La cosa che mi ha scosso guardando il tuo account Instagram è che il tuo rapporto con la fotografia a partire da un momento preciso è cambiato violentemente. E coincide con l’approccio terapeutico alla malattia: cosa ti è successo per aprire pubblicamente il tuo sguardo rispetto a ciò che stavi affrontando?
Dunque: questa è la seconda recidiva della malattia.

Possiamo dire di che malattia si tratta?
Assolutamente sì. È un sarcoma, un tumore quindi, la cui prima manifestazione è stata nel 2001, avevo 28 anni, e l’ho vissuta tenendomi un po’ dentro questo problema. Forse anche perché era ancora un periodo in cui la parola tumore, cancro, non si esprimeva con grande facilità.

Allora ti eri posto il problema di usare un medium come la fotografia per esternare il percorso clinico e personale?
No, assolutamente no. Proprio non ci ho minimamente pensato. Ne erano a conoscenza soltanto gli intimi. Diciamo che però la malattia è tornata in maniera importante lo scorso autunno e lì, visto il ritorno, ho fatto la scelta di cambiare approccio. Ho proprio deciso di esternarlo.

Perché?
Be’ intanto c’è da dire che a causa della malattia, della sua ricomparsa in questa forma più aggressiva, ho deciso di cambiare tanti approcci della mia vita: perché questa è una recidiva, è la malattia che ritorna. In qualche modo ce l’ho dentro e non l’ho mai tirata fuori e quindi… insomma non posso dire con certezza che questo suo ritorno sia dovuto al fatto che io non abbia esternato, ma è certo che ho sentito fortemente il bisogno di sputarla fuori.

Perché hai deciso di usare la fotografia?
Perché mi risulta più semplice. C’è da dire che ho iniziato con l’idea di fare un diario personale, a partire dal primo intervento che è stato l’ottobre scorso, ma non con l’intenzione di pubblicare, pensavo che mi servisse per guardarmi un po’ dentro e anche fuori. Poi quasi come un processo di maturazione e precisazione di un percorso che ho ritenuto subito terapeutico, ho deciso di buttare tutto fuori, di esternare. E quindi Instagram, e i social network più in generale. La fotografia è immediata e poi è la forma di comunicazione che più mi appartiene pur non essendo un fotografo: sono vent’anni che lavoro con la fotografia e di fotografie ne vedo proprio tante, quotidianamente. La fotografia mi piace e mi piace farla amatorialmente, e per una volta ho pensato che volessi usarla, proprio usarla in prima persona.

 

© Giovanni Picchi. All rights reserved.

 

Sfogliando questo tuo album ho pensato a due cose. La prima: pur usando uno strumento come l’iPhone ed essendo tu stesso autore e soggetto, non ci troviamo di fronte al selfie tradizionale. Sembra tutto più prossimo all’autoritratto, che è strumento di un’indagine più intima. La seconda, in qualche modo più importante se si intende fare fotografia, e cioè che la ragione, il cosiddetto perché, è davvero una reductio ad unum: raccontare la propria storia. Ed è esattamente l’esigenza primaria per chi fa fotografia. Quando hai iniziato col diario, ti sei posto dei limiti e una eventuale meta, o hai semplicemente fatto e poi si vedrà, senza alcuna pianificazione?
No, non c’è stata alcuna pianificazione. È iniziata per documentare il primo intervento chirurgico, poi si è delineato quello che sarebbe stato il percorso terapeutico, inclusa della chemio piuttosto pesante e lì, proprio a partire da lì osservavo il cambiamento fisico della persona. Che volevo documentare, anche a scopo terapeutico dove per terapeutico intendo proprio la volontà di esternare il mio cambiamento. 

Ha un destinatario questo percorso iconografico che hai deciso di rendere pubblico?
Direi di no. Poi sai, per come tecnicamente funziona il social network ho evitato hashtag particolari per andare a raccogliere all’esterno di quello che invece è il mio network. Quindi forse se un destinatario c’è, è proprio una precisa cerchia di persone. Dalle quali ricevo una energia positiva.

In che modo?
È proprio nel principio della comunicazione, nell’esigenza direi primaria che ho di raccontare l’esperienza che sto vivendo. Anche attraverso il cambiamento della mia persona, del mio fisico, della mia immagine più immediata. E sapere, avere testimonianza del fatto che c’è chi raccoglie… che poi non è la pacca sulla spalla, ma proprio il fatto che davvero c’è qualcuno che intercetta questa mia esigenza di esternazione. Già solo questo mi aiuta e mi fa stare meglio.

La prima volta che si è manifestato il tumore avevi ventotto anni e non hai pensato neanche lontanamente di esternare un bel niente. Adesso ne hai quarantatré e l’atteggiamento è opposto. Trovi che questo passaggio brusco sia positivo?
Assolutamente positivo, non fosse altro che a differenza di allora non ho alcun problema a parlare del mio problema. Non ho nessun problema [ride, ndr] non ho vergogna. A differenza di allora, che però ero molto più giovane, e forse va messo in conto.

Be’ certo, anche perché non si può certo trascurare che in qualche modo questa attualità può avvalersi della precedente esperienza, quella nella quale ti sei rifugiato in una comprensibile introspezione e nel silenzio
Ecco appunto, adesso so che il silenzio non ha fatto bene. Non in termini assoluti chiaramente, non voglio generalizzare: so che non ha fatto bene a me.

Il percorso del tuo Instagram all’inizio è piacevole, lineare: direi simile ad altri, di quelli con gusto e senza strappi. Poi, me lo ricordo bene: improvvisamente uno shock. Tu rasato con gli occhi piantati nell’obiettivo. Ti ho telefonato
Sì ricordo. Io abbastanza disinvolto a parlarne e tu un po’ rigido.

Davvero in questo non c’è niente come la fotografia: uno shock, derivato anche dalla conoscenza diretta della persona che vedevo. Fotograficamente intendo, fin dove ti spingerai? Dove deciderai di interrompere? Anche perché molte immagini sono piuttosto forti. Ipotesi splendida: decorso positivo, tutto risolto e fine del diario? Cosa succede a questo percorso fotografico?
Ehhh… in realtà non ci ho pensato. Adesso è difficile pensare a questa ipotesi splendida che tu tratteggi [risate robuste, ndr] perché il percorso sarà piuttosto lungo. Be’, può essere sicuramente uno start per continuare a raccontarsi in maniera molto diretta, senza eccessive mediazioni. Questa recidiva, che è certamente più tosta dal punto di vista clinico, e proprio l’aver pensato a un certo uso della fotografia, come dicevo prima anche terapeutico nel modo più ampio, che cioè coinvolge l’interezza della persona, la mia vita e gli atteggiamenti, mi ha dato l’opportunità di riflettere su molte cose. E di cambiarle. Quindi non escludo affatto che anche in assenza della malattia possa avere un seguito. Come, in che forma, non sono in grado di definirlo adesso. Quello che so è che adesso, questo percorso fotografico, questa tranquillità nell’esporlo, mi fa bene. E mi fa davvero bene. Perché il fatto di raccontare, senza voler essere necessariamente new age, mi restituisce un’energia positiva che mi serve molto. Non c’è assolutamente un uso esibizionistico del social network: parlo di qualcosa di profondamente vero, e forse è il pretesto per raccontarsi, un modo di mettersi in gioco per ciò che realmente si è. La malattia, per me, è un’opportunità di cambiamento e se si riesce a viverla così forse… forse anche questo è parte del percorso della guarigione.

I tuoi figli hanno accesso al tuo account?
No. Ma puramente per una questione anagrafica, sono ancora piccoli.

Quindi non hanno mai visto queste immagini
No, però mi vedono di persona! E devo dire che l’atteggiamento di condivisione ce l’ho anche con loro: mi vedono esattamente così, cambiato a seguito di questa malattia e delle cure che sto affrontando.

Sì, è vero Giovanni, però un conto è vederti in camicia e in movimento, un conto è vedere alcune delle immagini che hai pubblicato: la fotografia amplifica l’impatto emotivo
Certo, però da questo sono protetti, non hanno accesso ai social network. E non credo che abbiano un altro modo di vederle, tipo l’amico dell’amico. Comunque se dovesse accadere non credo sarebbe traumatico proprio per come anche con loro ho affrontato questo percorso clinico: ma anche per quello che potrebbe riguardare la mia famiglia sinceramente il problema non me lo sono posto, perché fa parte proprio del voler buttar fuori. Insomma, è davvero un fatto terapeutico che mi fa stare bene. E che quindi serve così com’è.

 

© Giovanni Picchi. All rights reserved.

 

Più in generale dal punto di vista fotografico, in questo percorso c’è stato un qualche riferimento o no?
No, alcun riferimento: sai, poi è tutto iniziato come diario, come una raccolta di istantanee e quindi mi fotografavo pronti via, senza neanche pensarci troppo.

E c’è una cadenza? Da cosa è determinata?
I momenti terapeutici a partire dall’intervento chirurgico, prima e appena dopo. Poi durante i vari cicli. E assolutamente post ciclo, perché è il momento di maggiore caduta fisica e psicologica: poi c’è anche l’effetto accumulo, e mentre i primi cicli li reggi meglio man mano diventa sempre più pesante. E a pensarci è proprio in questo apice che diventa per me importante documentare, mi aiuta davvero molto.

Non è possibile prescindere dalla conseguenza del gesto: l’immagine che ti viene restituita, la tua immagine, ti aiuta?
Mi aiuta sì. In consapevolezza. Però c’è anche da dire che a volte c’è l’effetto sorpresa perché in fondo conservo ancora una memoria del me precedente, insomma, un certo effetto straniante.

Quasi ci fosse una distanza della quale prendi davvero consapevolezza nel momento della restituzione dell’immagine?
Sì, un po’ sì, pensandoci adesso. Però mi serve molto perché mi certifica una attualità rispetto alla quale devo rimanere molto vigile. Anche perché la sto prendendo un po’ come una battaglia.

Alcune tue immagini sanno di “guerriero”, e a proposito: hai anche qualche t-shirt con in mezzo la tua dichiarazione di guerra: #attack

 

© Giovanni Picchi. All rights reserved.


[ride di gusto, ndr] Sì sì… quella con l’hashtag me l’hanno regalata i colleghi, poi una i cugini e altre: è diventato anche un gioco divertente tutto sommato. È una vera battaglia insomma, e come in tutte le battaglie occorre avere una certa lucidità, e forse guardarsi restituito ha anche questo scopo: non perdere di vista l’obiettivo.

Prima ti ho ritratto, molto tranquillamente niente computer, tutto in macchina. Però le immagini le abbiamo guardate sul display, non abbiamo evitato, e soprattutto non hai evitato tu. Immagini dirette, che hanno una certa coerenza con alcune tue, eppure guardandole hai avuto un sobbalzo che ho avvertito e mi ha sorpreso: cos’è successo? Cosa cambia rispetto ai tuoi autoritratti? Di fatto stiamo parlando di immagini parenti…
Bah, sì vero, ho avuto un sussulto, ma forse perché come dicevo rispetto alla memoria che ho di me: insomma non sempre sono così agganciato all’attualità, o forse è un po’ l’effetto specchio perché mentre mi sto fotografando con l’iPhone mi vedo e mi concentro forse di più sullo scontro col tumore e anche quando prima si diceva del guerriero, non escludo che un po’ di recitazione ci sia da parte mia. Mentre quando mi hai fotografato tu non avevo alcun controllo.

Può essere che mentre ti stai ritraendo trascuri alcuni elementi che al momento reputi marginali? Se ci penso ti focalizzi molto sul tuo sguardo, mentre l’immagine poi è tutta quanta dentro quel perimetro. E a proposito dello specchio, penso che sia una autoriflessione parziale, perché quello sguardo sembra invece essere rivolto a qualcuno o qualcosa che è altro, che è esterno
Ma in effetti rimanendo sulla metafora della battaglia, mi è chiaro che nella circostanza io tendo a caricarmi, a darmi maggiori munizioni nell’affrontare il nemico che ho di fronte. E che però è anche dentro. Tu sei l’unico che mi ha ritratto, non ho precedenti, forse anche questo.

D’accordo l’immagine del guerriero e la metafora della battaglia, comprendo perfettamente: esagerando un po’ una figura epica e…
Be’ a me piacciono molto i Supereroi, così mi sono anche divertito a usare certe magliette, che però indossavo anche prima. Credo che consciamente o anche no, affiancarsi all’immagine dell’eroe in qualche modo mi aiuti a combattere questa battaglia.

 

© Giovanni Picchi. All rights reserved.

 

Ti sei mai posto il problema della reazione di altri, estranei allo stretto giro che ti appartiene, e che magari potrebbero essere inclini a pensare a un atteggiamento voyeuristico?
Francamente non è questo e quindi non mi sono mai neanche posto il problema.

Se sfogliamo le pagine nobili o per nulla della fotografia, ogni tanto incontriamo autori e  autrici che si sono ritratti con l’intento di interpretare il proprio malessere, restituendo immagini inclini all’autocommiserazione. Invece guardando le tue immagini non trovo alcuna interpretazione del malessere, e anzi è l’esatto contrario: l’interpretazione di un combattimento
Assolutamente sì per quello che mi riguarda. Io cerco il positivo di questo percorso.

Alcune tue immagini sono violente. O forti se vogliamo usare un eufemismo: e un conto è produrle, un altro pubblicarle. Davvero non ti sei mai posto alcun problema?
No, sinceramente no. Ribadisco poi la convinzione di rimanere entro i confini del mio network, che è fatto di conoscenze dirette.

Questa perdonami è un’illusione. Le immagini circolano liberamente in rete
Allora diciamo che non ho ricevuto alcun ritorno da parte di altri, di persone insomma con le quali non ho rapporto diretto. Però nell’eventualità non avrei alcun problema ad affrontare la questione. Quindi no, non mi sono mai posto il problema.

Se uno decide di raccontare sé stesso, a questo livello, lo fa senza schermo alcuno. Altrimenti diventa solo la parodia di un racconto. Può essere che proprio la criticità della condizione abbia sciolto qualsiasi ritrosia da parte tua? In fondo è come oltrepassare un confine avendone piena coscienza. A me sta bene eh…
Anche a me sta bene: se posso dire mi starebbe bene anche da fruitore. I social network sono strumenti un po’ omologanti, è proprio nelle loro regole: se il 50% pubblica ciò che mangia anche io mi adeguo. Nulla da scardinare, però da fruitore mi piacerebbe vedere qualcosa di più sincero, diretto e anche umanamente coinvolgente.

In che misura secondo te questa produzione ha una valenza fotografica? Ti interessa che l’abbia? Perché oltre qualsiasi discorso, una scelta estetica l’hai fatta
Mah… in un certo senso mi interessa anche uscire da una certa omologazione, da certi cliché anche comportamentali nei confronti della fotografia sui social. Però non c’è altro, non ricerco consenso.

Tu sei co-fondatore di Luz, e hai una abitudine professionale all’immagine. Questa tua produzione, che non ha nessuna pretesa se non quella di riguardarti intimamente, è secondo te in qualche modo in conflitto con la tua figura professionale?
No, non c’è conflitto: a me la fotografia piace e mi piace farla anche se non sono un fotografo. Sono una persona di questo tempo e con questo tempo mi misuro. Uso la fotografia, questa fotografia, per ottenerne un beneficio. E poi per me è un tutt’uno: non vedo conflitto con la mia figura professionale, anzi direi che c’è coerenza.

Ti interrompo perché se no dimentico una cosa per me importante. Forse vediamo e produciamo tantissime fotografie e poca fotografia. Qui vedo invece una persona che si appropria davvero della propria soggettività e la traduce con un linguaggio che gli appartiene…
Un linguaggio che mi è famigliare, sì, in qualche modo è così.

In alcune tue immagini noto un certo cinismo e mi riferisco a quelle che almeno a me hanno immediatamente evocato la morte: poi per pudore possiamo tutti far finta che non è così e non se ne parla…
No, parliamone.

Per esempio quel video che sembra quasi una GIF animata, nella cattedrale di Santo Stefano a Vienna, col sottofondo del Requiem di Mozart: più che una modulazione ironica mi è parsa cinica
Vedere la morte e raffigurarla è anche un modo per esorcizzarla: sai, saperla sempre presente e non vederla perché si nasconde, insomma se la vedi ne prendi una immediata consapevolezza e provi a difenderti, in qualche modo rapportandoti.

Questa rappresentazione cinica in qualche modo mi ha evocato una dialettica con la morte, una dialettica per nulla evitata
Ne ho semplicemente preso atto. Del resto la trasformazione fisica, un certo deperimento, questo asciugarsi, insomma è un’immagine sinistra, indubbiamente. E allora questa dialettica che dici è stata inevitabile: se lei, la morte, si nasconde ma è presente, voglio stanarla. Far finta, nascondermi a mia volta, non è utile alla causa. Poi ci sono circostanze casuali: per esempio mi sono trovato davanti a La vita e la morte di Klimt e mi sono messo in mezzo, un gesto che ritengo semplicemente ironico. 

Stai in qualche modo didascalizzando, anche? Non so, alcune immagini le sento decisamente più intime e tue, altre, forse le più facili, mi sembrano più a uso esterno, rivolte ad altri mi viene da dire
Non c’è una premeditazione, però sì, è vero. Questa di Klimt certamente lo è. Quelle che invece mi appartengono intimamente, come dici tu Efrem, sono quelle relative ai momenti di solitudine, in genere post-terapia, quando sono lì da solo un po’ a rimuginare, con però la determinazione a resistere: vale sempre la metafora bellica. Se mi viene detto, come mi è stato detto, che la settimana post chemio è quella nella quale ci si lascia un po’ andare, non si ha voglia di far niente, anche perché oggettivamente indebolito, ecco questa è la settimana nella quale lotto di più.

Un fattore reattivo insomma
Assolutamente sì.

C’è poi un fatto di linguaggio estetico che tu comunque non trascuri. E che io riconduco a una matrice espressiva punk: diretta, non leziosa, di glam manco a parlarne. Secondo te Giovanni, potrebbero queste immagini fare testo a sé? Indipendentemente dalla malattia…
Ma in effetti anche questo, moderatamente ovviamente. Però se vuoi il percorso clinico è stato anche questo: cioè l’opportunità di affrontare in prima persona un’altra fotografia, e di misurarmi anche da questo punto di vista sulle mie intenzioni espressive, intorno a una questione che mi riguarda profondamente. Volendo esternare con l’immagine, ho dovuto necessariamente farmi carico anche del modo espressivo. A ben pensarci il motivo iniziale è terapeutico, poi però ho cominciato a immaginare che potevo avere in mano anche un qualcosa con una valenza iconografica… che avesse una certa coerenza.

Ultima domanda: perché hai accettato questo confronto, qui sul mio blog?
Be’ innanzitutto perché quando ci siamo sentiti le cose che mi hai detto, poche ma chiare, ho sentito che proprio mi riguardavano e riguardavano quello che sto facendo sia di fotografico e anche come gesto diciamo poco consueto. Per quanto esista una ricca letteratura a riguardo, cioè di protagonisti di storie simili che ne scrivono e parlano pubblicamente, più o meno come sto facendo io. E poi mi interessava molto sia parlarne sia essere fotografato da te, da un’altra persona con una visione diversa, esterna. E sento già esserci un beneficio, un momento di arricchimento di questo mio percorso di vita. Perché è di vita che abbiamo parlato, e per questo ti ringrazio molto.

Milano, aprile 2016

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

© Foto di apertura: Giovanni Picchi. All rights reserved.

 

© Giovanni Picchi. All rights reserved.

 

So che ho dimenticato di chiedere qualcosa.

E forse Giovanni di rispondere.

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