Generazione Benedetta

Generazione Benedetta

Da “Tutto può succedere” alle baby squillo dei Parioli, da Rai1 a Netflix, passando per recitazione, provini e Instagram. Il nostro incontro con Benedetta Porcaroli

Ma posso fare le foto con questi capelli?”. Nonostante possa suonare strano, la domanda non ha niente a che vedere con piega o taglio, ma con il colore. Benedetta Porcaroli si presenta allo shooting biondissima, un cambio netto di look rispetto al passato, dovuto a un ruolo che al momento dell’intervista era ancora riservato. Si tratta di Baby, serie tv prodotta da Netflix che la vedrà protagonista assoluta, nei panni di una giovane pariolina che entra in un giro di baby squillo.

Non il primo ruolo da protagonista, ma senz’altro un ruolo importante, che fa coppia con quello di Federica Ferraro, che a giugno tornerà a interpretare nella terza stagione di Tutto può succedere, su Rai 1.

Dopo il colore dei capelli, la prima cosa a colpire di Benedetta è la sua tranquillità di fronte alla macchina fotografica: classe 1998, vent’anni ancora da compiere e una naturalezza che si fatica a trovare in tanti suoi colleghi ben più esperti.

Partiamo dalle foto che hai appena fatto: sei sembrata del tutto a tuo agio, da dove viene questa tranquillità?
Ho iniziato facendo la semi-modella, quindi fare le foto mi diverte da sempre. La fotografia mi ha sempre attratto fin da quando sono bambina, mi piace sia il fatto di stare davanti, sia dietro alla macchina fotografica. Fotografo da quando sono piccola, ho fatto anche dei corsi.

In che senso semi-modella?
In realtà ero modella davvero, lavoravo per il brand Subdued. Mi hanno trovato loro quando avevo 14 anni e per tre o quattro anni ho lavorato con loro. E poi ho iniziato a recitare.

 

Benedetta Porcaroli intervista
Benedetta Porcaroli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ecco, questo “poi” come è arrivato?
La mia agente, che è la moglie di Paolo Calabresi ed è un’amica di mia mamma, voleva aprire un’agenzia di giovani talenti, quindi mi ha chiesto se me la sentivo di fare qualche provino. Io le ho risposto che non sapevo, ma che magari avrei potuto provare. Invece ho fatto il provino per Tutto può succedere e un mese dopo, quando mi ero ormai completamente dimenticata di averlo fatto, mi è arrivata la chiamata e mi hanno fatto un contratto di quattro anni.

Dal nulla ti sei ritrovata su Rai 1, in una delle serie di punta e addirittura con quattro anni di contratto: come hai vissuto questo cambiamento improvviso?
Mi è preso un colpo, anche perché un mese dopo aver firmato il contratto mi hanno spedito sul set senza che avessimo fatto prove, ho conosciuto quasi tutti il primo giorno di riprese e sarebbero dovuti diventare la mia famiglia nella serie. Non sapevo nulla e invece “motore, ciak, azione” mi hanno buttato sul set. Quando dico che non sapevo nulla, intendo davvero nulla: “Ah, quindi questa è la macchina da presa, questo funziona così…”.

 

Piano piano ho imparato a conoscere tutto, credo che alla fine il set sia la scuola migliore, perché assimili tantissime cose tutte insieme. La parte più difficile è capire come incanalarle nel modo giusto, però poi è un gioco che va da sé: una volta che hai capito il meccanismo, è semplicissimo.

 

Hai sentito la mancanza di una gavetta?
In realtà no, perché tutti gli attori e i registi con cui ho lavorato mi sono stati molto vicini. In realtà oltre a me c’erano tanti altri ragazzi esordienti, quindi sapevano di andare incontro a persone che non avevano mai avuto esperienze con tv o cinema. Pietro Sermonti e Camilla Filippi, che in Tutto può succedere interpretano i miei genitori, mi hanno aiutato tantissimo: mi hanno insegnato tutto quanto, da dove si mette la macchina alle intenzioni. A livello di recitazione è stata una scuola.

In Tutto può succedere ci sono tre generazioni di personaggi, che corrispondono a tre generazioni di attori: hai notato differenze tra loro?
Licia Maglietta e Giorgio Colangeli sono proprio old school, hanno dei riti del vecchio cinema e vecchio teatro. Per dire, per Giorgio i copioni sono intoccabili, io invece straccio, copio, ricalco, butto, li perdo in continuazione. Mi ricordo che un giorno ho preso il suo stralcio e gli ho detto: “Scusa Giorgio, prendo la mia scena” e l’ho strappata. Vedo lui che sbianca e poi mi hanno spiegato che per lui lo stralcio è sacro, è come se fosse parte di un vero e proprio rituale. Noi invece ormai abbiamo tutto sul telefono. Poi sanno gestire l’attesa, sanno che devono stare lì ad aspettare e non hanno problemi a farlo, io invece dopo mezz’ora in camerino senza fare niente esco e chiedo a tutti: “Che facciamo?”. È proprio un altro mondo.

 

Benedetta Porcaroli intervista
Benedetta Porcaroli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

L’ingresso in Tutto può succedere in che modo ha cambiato la tua vita quotidiana?
La scuola è stato il primo problema: frequentavo una scuola pubblica e ho subito dovuto cambiare e andare in una privata. La scuola è stata un po’ un massacro, perché quando lavoravamo di pomeriggio e facevamo le notti io comunque la mattina dopo andavo a scuola o almeno cercavo di andare tutte le volte che mi era possibile. Poi inizi a relazionarti con persone che sono molto più grandi di te e quando torni sui banchi di scuola con i tuoi coetanei fai fatica. Sono due approcci molto diversi, ma adesso non potrei rinunciare a nessuno dei due, mi mancherebbero. Mi piace stare con i miei coetanei che sono i miei amici, non fanno parte del mio lavoro e con cui mi svago, ma anche con tutte le persone che ho conosciuto con questo lavoro. Ovviamente tutti i miei amici adesso sono universitari e io sono l’unica che lavora, sento loro che parlano di esami e io non so neanche che cosa sono.

Non hai gli esami classici, ma hai – e continuerai ad avere a lungo – i provini, ovvero un momento alla fine del quale c’è qualcuno che ti dice sì oppure no. Come li affronti?
Credo che il provino sia il momento più brutto della vita di qualunque attore, almeno per me è così. Ti giochi tutto in una giornata, che magari può essere anche una giornata no. Poi sul momento sono anche fin troppo tranquilla, non perché non ci tenga, ma perché probabilmente è una mia caratteristica.

 

A seconda del provino il livello di adrenalina è diverso, ma non lo vivo mai con angoscia, anche se sotto sotto c’è un’ansietta, un retropensiero che ti scava nell’inconscio. È un momento orrendo, lo sintetizzerei così.

 

Il tuo primo ruolo al cinema invece è stato in Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese: anche in quel caso, partenza subito a livelli altissimi. Sul set si percepiva la possibilità che diventasse un successo così clamoroso?
No, non lo sapevamo, si capiva che il film era scritto benissimo e l’idea sotto era geniale, ma il risultato è stato molto più alto di quello che avevamo previsto. L’atmosfera era perfetta. Da quando ho iniziato a lavorare, non ho mai incontrato un attore che sia stato scortese nei miei confronti o che non abbia avuto un’attenzione per il fatto che sono più piccola, che sono l’ultima arrivata. In tutti gli ambienti in cui sono finita, mi hanno sempre accolto molto bene e anche su quel set ho trovato persone meravigliose, che ancora oggi frequento e a cui sono legata. Mi ha fatto più paura l’idea di lavorare lì, rispetto al fatto di lavorarci davvero.

Hai finito di girare da poco Tutte le mie notti di Manfredi Lucibello. Finora hai sempre lavorato in film o serie molto corali, qui invece sei al primo ruolo da protagonista: hai sentito responsabilità maggiori?
Sono morta di paura. Fino a quel momento me l’ero cavata con qualche piccolo ruolo, potevo sempre buttarla in caciara, qui invece avevo un intero film sulle spalle. Ho avuto una paura tremenda, anche perché è un thriller psicologico con un tema molto pesante e quindi andava raccontato bene. È la storia di una ragazza più piccola di me, che si trova a dover gestire una situazione enorme. Per essere il mio primo ruolo da protagonista, è stato anche un ruolo molto difficile, però ho lavorato con Barbora Bobulova che è un’attrice meravigliosa e una donna straordinaria, mi ha insegnato tantissimo. È stato fondamentale avere una spalla con cui fare non solo il film, ma con cui creare un rapporto quasi simbiotico durante i giorni di set, in cui magari fai la notte, sei stanco. Anche il regista è stato bravissimo, ha voluto raccontare l’anima di queste due donne con tutte le loro sfaccettature e ha curato ogni dettaglio come un esteta.

 

Benedetta Porcaroli intervista
Benedetta Porcaroli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In questo caso hai avuto un rapporto molto più stretto con il regista, come ti sei trovata a essere seguita passo passo? Ti sei sentita troppo accerchiata o ti sei trovata a tuo agio?
Sento di aver bisogno di qualcuno che mi segua: può anche non dirmi niente, purché mi segua, purché io sappia che ha un’attenzione nei miei confronti. È molto importante sapere che ci sia. Anche con gli altri registi avevo legato tanto, anche quando avevo parti molto piccole. Credo che sia nella mia natura rapportarmi non solo a livello professionale, ma anche a livello umano: il primo contatto che cerco è quello umano, quello lavorativo è un prolungamento.

Per cosa non ti senti ancora pronta?
Non mi sento ancora pronta per tante cose, ma non mi piace ragionare in questo modo, proprio come filosofia di vita. Se si presenta una sfida difficile, per cui non sento di essere pronta, diventa per me uno stimolo maggiore, mi metto in moto per fare tutto il possibile per affrontarla.

 

So di dover fare tanto, imparare di più, so di fare un lavoro difficile in cui non si finisce mai di imparare e in cui sta a te rielaborare tutto quello che ti arriva e portarlo in scena. Si può sempre andare un gradino più in profondità, su qualunque cosa e su qualunque personaggio. È il bello di questo lavoro.

 

Avendo carta bianca e potendo scegliere qualsiasi progetto, cosa vorresti fare?
Mi piacerebbe tanto fare un film internazionale, anche in un’altra lingua, che sia l’inglese o il francese. Mi piacerebbe perché mi permetterebbe di catapultarmi anche in un’altra cultura. Poi se devo parlare di sogni mi piacerebbe lavorare con Daniel Day-Lewis, mentre un regista giovane che mi piace tanto è Xavier Dolan.

Secondo te esiste già una generazione di attori della tua età, nel senso di un gruppo forte con elementi in comune?
Sì, assolutamente sì. Anzi, penso sia proprio una bella generazione di attori. Non ho mai visto un attore di questo ipotetico gruppo che non sia bravo. Siamo tutti molto determinati, molto consapevoli, che è una cosa non scontata nemmeno negli adulti, invece noi sembriamo molto più consapevoli di tante persone più grandi e questo secondo me è proprio il nostro punto di forza. Il fatto di vivere in un momento storico molto particolare è stato uno stimolo per avere più consapevolezza del mondo in cui viviamo, del lavoro che facciamo e di quello che è giusto o non giusto fare. Ci ha educati molto.

All’interno di questo gruppo, mi fai il nome di un attore e di un’attrice che secondo te sono i più bravi?
Come attrici mi piacciono tanto Matilda De Angelis e le gemelle Fontana. Attore invece Giulio Beranek.

 

Benedetta Porcaroli intervista
Benedetta Porcaroli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Hai iniziato a fare Tutto può succedere a sedici anni, quindi fin da subito hai avuto una vita pubblica affiancata a una vita privata: in che modo questo si è riflesso sul tuo modo di concepire i social network e la tua presenza online?
Se io sto su Instagram sono consapevole che le persone che mi seguono vedono i fatti miei e comunque decido io cosa pubblicare. Al di là che tu faccia un lavoro pubblico o meno, se sei una persona riservata non usi i social. Devo dire che questo non è mai stato un pensiero per me: metto la mia foto al giorno perché mi piace, ma non metto troppe cose della mia vita privata, né sto a controllare in modo ossessivo. Instagram è la forma di pubblicità più grande che abbiamo e quindi vedere che quello che faccio con i miei amici o i miei colleghi ha un riscontro in chi ci segue mi fa piacere. Credo sia una generazione interessante, perché al di là del problema della tecnologia che può diventare morbosa, siamo in un momento in cui il personaggio famoso è alla pari con il non-famoso.

Tu abiti con i tuoi?
Parte una guerra famigliare se rispondo male a queste domande. Comunque sì.

Cosa vuol dire fare un lavoro in un mondo adulto e poi tornare a casa la sera come qualsiasi ragazza della tua età?
Significa che da un momento all’altro, non si sa per quale motivo, cambia completamente lo scenario e la tua famiglia diventano i tuoi coinquilini. Pur essendo molto giovane mi sento di vivere su un binario parallelo. Li incrocio nei corridoi per caso una volta ogni tre giorni, passano settimane senza vedere mia mamma, mio papà mi chiama e mi chiede in che città sono. Mi seguono tantissimo, ma più che vederci ci sentiamo: “Stammi bene, fatti sentire… mi ha fatto piacere”. È strano, però è anche bello quando ci si ritrova: con mio fratello che ha 13 anni io mi sono sempre trasformata in una bambina di due anni, lo stuzzico, invece adesso quando li incontro è un momento di raccolta, di tranquillità, perché è meno scontato.

 

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