L’uomo in più

L’uomo in più

Il telecronista sportivo simbolo di Mediaset è anche il più amato dell’internet: racconto di una carriera “‘Ccezionale”, dagli esordi a Teleroma 56 alle finali di Champions. Fino ai mondiali senza l’Italia

Soffitti altissimi, pareti bianche, pochi mobili. L’abitazione milanese di Sandro Piccinini è essenziale, non c’è nulla oltre lo stretto necessario. Le tv sono tutte accese su eventi sportivi a un volume impercettibile, giusto a ricordare che è impossibile staccarsi del tutto dallo sport. Del resto Piccinini nella sua carriera non ha mai staccato.

Diventato nel tempo il telecronista simbolo di Mediaset grazie anche a un vocabolario entrato nell’immaginario di tutti gli appassionati di calcio, Piccinini è una bandiera della propria azienda, in controtendenza con il mondo del pallone che racconta da decenni; dove le bandiere sono da tempo ammainate.

Negli ultimi anni Piccinini poi è diventato anche altro. Dal tormentone al meme il passo è breve, e “Non va!“, “‘Ccezionale!“, “Proprio lui!“, sono passati con la massima tranquillità dalla telecronaca calcistica ai social media. Lui l’ha presa bene, e in passato ha anche voluto giocarci, per esempio con l’ormai leggendaria pagina Shottini con Piccinini.

Passo indietro: era il 1978 quando iniziava a collaborare con le prime tv private. Qualche anno di riscaldamento e poi la svolta, con l’ingresso nella redazione di Teleroma 56, dove incontra Fabio Caressa e Massimo Marianella, oggi colonne di Sky Sport. Punto di partenza comune incredibile, per rubare le sue stesse parole.

Tre dei migliori telecronisti italiani cominciano tutti insieme in una tv locale romana: come è stato possibile?
È difficile dire perché sia nata proprio lì. Le prime tv private forti sono nate a Roma e siccome il calcio era una specie di attrazione fatale per tanti ragazzi, è stato quasi automatico mettere insieme la passione e quelle nuove realtà. Io mi sono avvicinato perché volevo fare un po’ di pratica mentre studiavo alla scuola di giornalismo di Urbino, pensando di fare del giornalismo “normale”. Al tempo nessuno poteva immaginare che una tv locale potesse darti un lavoro vero: mia mamma mi guardava sempre un po’ storto, ma mi lasciava fare perché pensava potesse essere utile per la scuola che stavo frequentando. Ben presto si creò una forza propulsiva pazzesca, perché i ragazzi davano energie, tempo e facevano di tutto. Era un far west, un territorio incontaminato dove potevi dare idee per trasmissioni e sfogare la tua creatività. E ti davano retta perché c’erano 24 ore da coprire, senza soldi. La cosa fondamentale era l’idea, poi poteva capitare di tutto.

Perché il calcio?
La chiave calcistica era vincente, perché andavamo a coprire dei buchi della RAI. È difficile immaginarlo oggi, ma non c’era niente: ai tempi la RAI faceva Tutto il calcio minuto per minuto, ma cominciava nei secondi tempi. Il conduttore Roberto Bortoluzzi iniziava dicendo come si erano conclusi i primi tempi e poi andava avanti con la cronaca. Non c’era modo di sapere cosa stesse facendo la propria squadra prima dell’intervallo, bisognava avere un amico alla stadio che uscisse, andasse al bar e con il telefono a gettoni chiamasse casa per dare la notizia. Iniziammo a fare radiocronaca diretta della partita della Roma per 90 minuti e ci fu la svolta. Ci arrangiavamo come potevamo, il tema dei diritti non era nemmeno contemplato ai tempi.

 

Ci fu una partita in cui io non vedevo nemmeno il campo: un collega andava a vedere la partita e faceva avanti e indietro per portarmi dei bigliettini su cui scriveva quello che succedeva. Dal bar dello stadio io facevo una sorta di differita senza aver visto la partita: sperai che finisse zero a zero, invece purtroppo ci furono due gol che raccontai trenta secondi dopo. Nessuno se ne accorse.

 

Ai tempi il lavoro del giornalista sportivo era raccontare quello che nessuno poteva vedere: oggi tutti vedono tutto nell’esatto istante in cui accade o un secondo dopo che è accaduto. In che modo è cambiato il ruolo del giornalista sportivo?
C’è molta più responsabilità adesso, perché sei giudicato continuamente da milioni di persone. Devi provare a essere impeccabile dal punto di vista del regolamento, delle moviole, del VAR, dei giocatori che adesso conoscono tutti e se sbagli mezzo nome è finita. Ai tempi c’erano telecronisti RAI che quando commentavano una squadra straniera sbagliavano venti nomi a partita.

Come si faceva a essere preparati prima di internet?
Era un dramma. Avevamo solo le riviste di calcio internazionale, ogni paese ne aveva una di riferimento, in Italia era il Guerin Sportivo. Le facevamo arrivare da tutti i paesi e con Fabio Caressa e Massimo Marianella mettemmo su un archivio cartaceo: avevamo ingaggiato anche degli studenti a cui davamo due lire per le traduzioni dal tedesco o dall’olandese. Il vero dramma però erano le partite: facevamo le telecronache “da tubo”, guardando la partita in televisione, e il problema erano le formazioni. Come le recuperi le formazioni? Oggi è scontato, ma non era così: puoi guardare su un sito? No, perché non c’era. Hai i numeri delle maglie? No, perché al tempo andavano da 1 a 11 a ogni partita, non c’era la numerazione fissa. Prima della partita ti arriva una mail? No, non c’era la mail e nemmeno un messaggio. E allora come si fa?

 

sandro piccinini intervista sapiens © LUZ vito maria grattacaso
Sandro Piccinini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Noi facevamo così: telefonavamo ai custodi degli stadi, che spesso erano accanto allo speaker che doveva leggere la formazione. Da telefono fisso a telefono fisso, solo per le formazioni. Ovviamente se fosse successo qualcosa tra quel momento e l’ingresso in campo delle squadre non l’avremmo mai saputo, si andava al buio. Poi ogni anno andavamo a Modena a fare razzia di tutte le figurine Panini, perché loro avevano album in tutta Europa. Era uno studio artigianale molto più impegnativo, io andavo nei consolati dei paesi più strani per sapere le pronunce esatte dei giocatori polacchi o ucraini. Si faceva un lavoro pazzesco, ma era la nostra passione, il nostro divertimento.

E quando hai avuto la percezione che passione e divertimento potessero diventare qualcosa di più sostanzioso?
A Teleroma 56. Io sono partito da televisioni ancora più piccole, Tvr Voxson e Teleregione, dove si era veramente pionieri, con personaggi meravigliosi e inquietanti. A Teleroma, agli inizi degli anni ‘80, invece c’era una struttura: era la tv del Partito Radicale e a un certo punto capirono che i fili diretti di 24 ore con Marco Pannella non portavano grandi ascolti e allora fecero due canali. Uno era dedicato alla politica e uno era un generalista che puntava molto sullo sport, grazie anche a programmi come Goal di Notte di Michele Plastino che facevano ascolti pazzeschi. Teleroma così divenne molto forte e ogni tanto nei programmi compariva Pannella ospite per cinque minuti. Lì iniziai a vedere i primi soldi, sotto forma di rimborsi spese.

 

Mettemmo anche in piedi la prima società per vendere pubblicità e capimmo che c’era un business… certo, i clienti della pubblicità erano i macellai e i salumieri sotto casa, ma poi nel giro di pochi anni le tv divennero venti e ci fu una crescita vera. Io arrivai a Teleroma nel 1982, quell’anno la Roma vinse lo scudetto e il calcio fu il volano per il canale.

 

Nel tuo modo di lavorare di oggi e nel modo di lavorare dei colleghi che erano con te, c’è ancora una traccia di come eravate quasi 40 anni fa?
Sì, assolutamente. Ancora oggi quando Massimo Marianella fa una telecronaca e lo sento raccontare la vita di un terzino del Tottenham, capisco che gli è rimasta quella mania di andarsi a leggere qualsiasi cosa. Poi gli ho sempre detto di non esagerare, perché a volte durante la partita si fa prendere la mano, però riconosco quella stessa conoscenza che aveva ai tempi. Fabio invece è sempre stato meno topo d’archivio di Marianella, ma aveva preso da Teleroma una funzione quasi politica: gli piaceva incidere, dare giudizi, esagerando a volte. L’ho rivisto da poco in Sky Calcio Club e ho ritrovato l’impronta di Teleroma, la voglia di dire la tua senza troppa diplomazia, ma mostrando personalità, capacità di giudizio.

Mediaset ancora non c’era, ma c’era la RAI: come ti ponevi rispetto a quel modello?
Non mi appassionavano quelle telecronache. Io vedevo le partite con il commento RAI e lo consideravo molto professionale, specialmente Martellini, che aveva un tono di voce e un timbro pazzeschi, lo stesso Pizzul era molto competente di calcio, ma non mi appassionavo. Poi la domenica sentivo Tutto il calcio minuto per minuto e c’era Enrico Ameri che era un radiocronista eccezionale, un fiume in piena. All’inizio pensavo fosse dovuto al mezzo, alla radio, invece poi studiando meglio ho capito che era dovuto al ritmo: lui riusciva a essere in sintonia con l’azione, magari mangiandosi una parola o non costruendo una frase perfetta, però andava a tempo con l’azione.

 

sandro piccinini intervista sapiens © LUZ vito maria grattacaso
Sandro Piccinini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ancora oggi a Tutto il calcio minuto per minuto, quando c’è un gol senti il boato e poi un secondo dopo il radiocronista dice: “Rete!”. Ameri era l’unico che diceva: “Rete!” prima del boato, perché era in sync con l’azione. Allora mi sono chiesto perché non si potesse trasferire quell’approccio nella telecronaca, per portare quel coinvolgimento emotivo anche in televisione. Da Enrico Ameri presi molto, al punto che all’inizio quasi lo imitavo, tanto che un mio direttore una volta mi disse: “Sandro, sei stato bravissimo, solo non capisco quella strana inflessione che avevi”… ero io che cercavo di imitare Ameri. Invece ho sempre cercato di distinguermi dai telecronisti RAI, anche se riconosco, oltre alla professionalità, il fatto che la tv di Stato possa avere uno stile diverso. Ancora oggi è così, con Alberto Rimedio o Gianni Cerqueti: se fossi direttore RAI potrei anche capire quell’approccio, perché l’ambito è importante. Non è Roma Channel, è la RAI, però allora erano davvero molto freddi.

Hai citato il ritmo, che è senz’altro uno degli elementi che ti contraddistingue. L’altro è il linguaggio, aver inventato espressioni diventate un marchio di fabbrica: come sei arrivato alle varie “sciabolate”, ai “non va”?
Per caso. Nelle oltre duemila telecronache che ho fatto ho sempre esplorato il vocabolario per trovare i termini più efficaci per raccontare un’azione e fatalmente qualche termine funziona di più. Magari te ne accorgi perché il giorno dopo il ragazzino al campetto urla: “Incredibile!”. In realtà adesso sto cercando di fare lo sforzo inverso, di non usare più quelle parole, perché vedo che è diventato un tormentone sui social e mi dà quasi fastidio, perché sembra che abbia povertà di vocabolario, che è esattamente il contrario del processo che mi ha portato a questi termini.

 

Non ho mai studiato per trovare la parola a effetto, ma ho sempre studiato il modo per eliminare parole inutili in telecronaca, perché il superfluo è il dramma della telecronaca di oggi. Un tempo si diceva: “Prova il tiro da lontano, ma il pallone sorvola la traversa senza impensierire il portiere”. Ho usato quindici parole. Se dico: “Tiro! Non va”, ne ho usate tre. Questa è un’azione di venti secondi, moltiplica questa situazione per cento minuti: quante parole elimini?

 

Togliere il superfluo è molto più piacevole per chi ascolta: tanti telecronisti sono convinti che aumentare il numero delle parole aumenti anche il ritmo, invece no. Aumentare le parole ti asfissia, ti dà la nausea. Il ritmo lo dai parlando meno, ma magari citando il nome del giocatore nell’istante in cui prende il pallone.

A bruciapelo, qual è la partita più bella che hai commentato, la prima che ti viene in mente?
Due finali di Champions. Quella del 1999 tra Bayern Monaco e Manchester United, con il Manchester che fece due gol nei minuti di recupero. Non vinceva da tantissimi anni, io ho sempre avuto un debole per il calcio inglese e quindi ci fu proprio un’emozione un po’ di parte. E poi la finale Juventus – Milan del 2003 perché era esclusiva Canale 5 e sentivo tutta la responsabilità, c’era una tensione incredibile, anche perché noi comunque eravamo considerati “la televisione del Milan”. La ricordo come un incubo, anche se andò tutto bene e risentendola oggi è una delle telecronache di cui vado più fiero. Però mi ricordo la tensione al momento del rigore di Shevchenko, in quella estate caldissima. Oppure mi devo ricordare qualcosa del passato remoto, un gol di Fiorini con cui la Lazio evitò la serie C, in uno stadio impazzito.

E il campione più grande?
Da piccolo ero pazzo di Omar Sivori, che era il più estroso, il più matto. Un personaggio eccezionale, mi divertiva il suo talento pazzesco, il modo in cui irrideva gli avversari facendo i tunnel, il suo essere cattivo in campo. Poi mi sono innamorato di Maradona e a livello emotivo sono molto legato a lui, però Messi e Ronaldo sono due mostri: abbiamo vissuto i loro dieci anni e siamo stati dei privilegiati. Si sono divisi gli ultimi dieci anni di Palloni d’Oro e succederà lo stesso anche quest’anno, per il calcio è un’era. Maradona, Pelé, Messi e Ronaldo. Sono questi quattro, gli altri, i Van Basten, i Sivori sono un’altra cosa.

 

sandro piccinini intervista sapiens © LUZ vito maria grattacaso
Sandro Piccinini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

C’è qualcuno su cui scommettere per la successione?
Non c’è, non è ancora nato. Questi in genere nascono ogni trent’anni, noi ne abbiamo avuti due insieme, quindi non so quanto dovremo aspettare.

Hai mai pensato di lasciare Mediaset?
Un paio di volte sono stato vicino al tradimento, ma per quello che è stato il passato non posso avere rimpianti. Sky da settembre avrà tutti i diritti possibili e immaginabili, quindi la situazione per chi fa sport a Mediaset oggi è diversa, ma in questi 30 anni dal punto di vista delle possibilità, degli anni d’oro che abbiamo vissuto, della meritocrazia che c’era dentro, dei soldi… non c’è né RAI, né Sky che tenga come qualità del lavoro. Almeno fino adesso. Poi è chiaro che mi è mancato un campionato del mondo, però è un mese ogni quattro anni e invece quello che conta la qualità di quello che fai ogni giorno.

Ecco, quella della Nazionale è stata una mancanza grossa?
Ogni due anni, per Europei e Mondiali, sentire l’inno e pensare al telecronista che è lì… per chi fa questo lavoro è il massimo. Però per la mia indole non so come avrei potuto fare una partita dell’Italia in un Mondiale. Se fai la telecronaca per Roma Channel, non puoi non tifare per la Roma. Così come quando facciamo le partite di coppa, non puoi non avere un’attenzione maggiore per le italiane. Però in un Mondiale si è creato spesso un tifo pazzesco da parte dei telecronisti: non dico che abbiano fatto male, secondo me è anche giusto, ma non è nelle mie corde. Mi consolo così.

l’Italia non sarà ai Mondiali: 15 anni fa in finale di Champions c’erano due italiane e nell’arco di poco avremmo vinto il Mondiale. Impresa della Roma sul Barcellona a parte, come sta il calcio italiano?
Posso dire di essere stato testimone di questo declino evidente, che è stato certificato in modo brutale dall’eliminazione dal Mondiale, che non avremmo meritato perché non siamo inferiori alla Svezia. È un risultato bugiardo, ma è indicativo del declino netto dell’Italia come paese e dell’Italia calcistica.

 

Viaggiando spesso ho visto crescere a livello di strutture tutti i paesi, in Europa e nel mondo: in Turchia c’erano delle città come Trebisonda in cui gli stadi erano catapecchie, adesso vedo stadi bellissimi e nuovissimi in Polonia, in Ucraina, in Romania. Dal punto di vista delle strutture siamo rimasti indietro e siamo peggiorati: vent’anni fa il San Paolo era dignitoso, oggi cade a pezzi, prima o poi accadrà un dramma e lo chiuderanno.

 

Perché questo? Perché i dirigenti sono mezzi avventurieri, stanno lì a sperare nell’accordo televisivo altrimenti rischiano il fallimento. Poi c’è stata Calciopoli, che ha fatto perdere credibilità all’intero sistema, poi il blocco anche a livello politico della Federazione: adesso alla presidenza di Lega è stato eletto un banchiere, per dire. Il risultato sportivo è la fotografia di quello che è successo in questi anni. Quindi sì, la risposta è che è un momento tragico. L’eliminazione è stato uno schiaffo esagerato dal punto di vista tecnico, ma ce la siamo un po’ cercata.

Ma è possibile sperare in un cambiamento?
No, perché dovrebbe essere a monte, dovrebbe arrivare dalla politica, ma è evidente che lì la situazione è ancora peggiore. Dovrebbe essere interesse della politica creare una struttura forte, che possa tutelare il sistema calcio, invece vogliono tutelare solo gli interessi dei vari presidenti. Il calcio è la fotografia del paese, in tutti i suoi aspetti e sopravvive perché abbiamo una tradizione molto forte, con club che hanno una storia importante. Però la Juventus che arriva in due finali di Champions è un miracolo gestionale: si sono fatti lo stadio, forse anche grazie al potere politico degli Agnelli, forse hanno avuto corsie preferenziali. Ma Inter, Milan e Roma sono in mano agli stranieri: imprenditori italiani non ce l’hanno fatta e sarà sempre peggio.

 

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Sandro Piccinini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Negli anni ‘90, nel momento migliore del calcio italiano, le grandi squadre erano in mano a delle famiglie: è quello il modello migliore per il nostro paese?
Ci sono dei concorrenti con i quali non puoi competere. Quando lo sceicco compra Neymar per 222 milioni, non c’è famiglia italiana che possa fare concorrenza. L’entrata degli sceicchi ha sballato tutto: il Manchester City spende regolarmente 400 milioni all’anno per i calciatori, è chiaro che è tutto falsato. La FIFA e l’UEFA non sono intervenute, hanno messo giusto lo specchietto per le allodole del fair play finanziario, che è stato aggirato in un attimo. Tutto questo ha impedito ai Moratti, ai Berlusconi, ai Sensi di essere competitivi. Loro l’hanno capito e hanno venduto, ma non c’è possibilità di ricambio, a meno che tu non abbassi le aspettative e trasformi il calcio nella tua attività principale, da cui vuoi guadagnare, come fa Lotito, come fa l’Udinese, ma puoi farlo in piazze in cui se arrivi settimo o decimo va bene. Il mecenate alla Moratti, alla Berlusconi non esiste più e non può più esistere a un certo livello.

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