Essere Umberto Eco

Essere Umberto Eco

La memoria, le università, “Il nome della rosa” e i pericoli del web. Umberto Eco nelle sue stesse parole: 1000 per l’esattezza.

“I professori sono più liberi dei giornalisti. Ma non perché siano migliori. Nell’ateneo ci sono gli Einstein e gli imbecilli”.
La Stampa, 18 settembre 2004.

“I media soffrono tutti di pettegolezzo e spettacolo. Si cominciò con il faccia a faccia Kennedy-Nixon, uno parlava meglio e l’altro non sapeva farsi la barba. Oggi siamo ben oltre; si è esautorato il Parlamento, i politici, a partire dal Presidente del Consiglio, stanno più in tv che a Montecitorio o a Palazzo Madama”.
La Stampa, 18 settembre 2004.

 

“Oggi è diverso, si ricorda tutto e nel web c’è quello che vi mettono insigni studiosi come quello che scrivono i peggiori cretini, ci sono i negazionisti e i testimoni del lager, e questa massa di informazioni ci impedisce di capire subito cosa conservare e cosa no”.
La Repubblica, 16 maggio 2010.

 

“Fino a sei anni volevo fare il tranviere. Poi a otto anni ho cominciato a leggere Salgari e i libri di mia nonna, da Il piccolo alpino a Papà Goriot. Cosi iniziai a scrivere dei racconti con tanto di casa editrice personale: Matenna, cioè matita e penna”.
L’appuntamento, Tmc, 1991.

 

Essere Umberto Eco
Umberto Eco © Leonardo Cendamo / LUZ

 

[Parlando del fascismo] “È stato un periodo strano. Mussolini era molto carismatico e, come ogni scolaretto italiano in quel momento, ero iscritto al movimento giovanile fascista. Siamo stati tutti obbligati a indossare uniformi in stile militare e partecipare ai raduni di sabato, e ci siamo sentiti felici di farlo. Oggi sarebbe come vestire un ragazzo americano come un marine – lo troverebbe divertente. L’intero movimento per noi da bambini era qualcosa di naturale, come la neve in inverno e il caldo in estate. Non potevamo immaginare che esistesse un altro modo di vivere. […] Quando tutto finì nel 1943, con il primo crollo del fascismo, scoprii sui giornali democratici l’esistenza di diversi partiti e punti di vista politici”.
The Paris Review, 2008.

“Immagini la scena: uno di noi aveva appena scritto una pagina e veniva in pubblico a discuterla. Se oggi uno facesse una cosa simile sarebbe preso per le orecchie dal suo editor. È cambiata l’atmosfera generale. Il gusto del confronto forse è rimasto solo nell’università: lì i giovani si confrontano, fanno seminari, si attaccano, litigano. Ma solo perché non c’è da guadagnarci. Uno può fare un feroce dibattito sulla sua interpretazione di Heidegger, ma questo non fa salire le sue vendite”.
Il Venerdì, 2013.

 

“Leggete ad alta voce i libri che preferite. Imparate poesie a memoria: oggi non lo si fa più, ma in questo modo il cervello va in acqua. Ogni giorno occorre mandare a memoria alcuni versi. In mancanza di versi va bene anche la formazione di una squadra di calcio”.
La Repubblica, 24 novembre 1999.

 

“Succede per i propri scritti quel che succede per i libri altrui. Ci sono testi di Pavese o di Calvino che ti hanno entusiasmato, ma leggendoli dieci anni dopo pensi: beh tutto qui… Poi passano ancora dieci anni, li riapri e dici: no no, sono molto belli. Dipende dall’umore, dal clima, dall’umidità che c’è nell’aria, come le sciatiche. Così, leggi una tua pagina e ti dici: guarda che roba schifosa che ho fatto, la rileggi un anno dopo e pensi: mica male. Ho riletto Il fu Mattia Pascal pochi mesi fa e mi sono detto: mah, niente di speciale. Per questo bisognerebbe impedire l’esistenza della critica militante”.
Corriere della Sera, 31 gennaio 2012.

“Mi sento uno studioso che scrive romanzi solo con la mano sinistra”.
The New York Times, 25 novembre 2007.

“Il primo romanzo che ho lavorato al computer è stato Il pendolo di Foucalt, ma con un sistema di scrittura che non consentiva il controllo. L’isola del giorno prima invece l’ho scritto in Word e sia pure capitolo per capitolo potevo andare a cercare le ripetizioni. Chissà cosa avrebbe fatto Manzoni se avesse avuto Word: il suo lessico era poverissimo e con le concordanze si è scoperto che bene e buono vengono ripetuti un numero impressionante di volte… Ma era la scelta stilistica di un linguaggio popolare e affabile o un accidente precomputer?”.
Corriere della Sera, 31 gennaio 2012.

 

Essere Umberto Eco
Umberto Eco, New York, 2008 © Leonardo Cendamo / LUZ

 

[Parlando de Il nome della rosa]“È vero che a tavola con amici dissi che potevo dare il mio romanzo a Franco Maria Ricci per la sua Biblioteca Blu, un’ottima e dignitosissima sede. […] Sono successi alcuni episodi. Primo: nella presentazione annuale i librai ne prenotarono 80 mila copie sulla fiducia o per curiosità. Secondo: io dicevo che non volevo darlo alla Bompiani, perché essendo il mio editore mi sembrava troppo facile, e volevo sottometterlo al giudizio di altri editori. Tre giorni dopo mi chiama Giulio Einaudi: mi hanno detto che scrivi un romanzo, te lo prendo subito. Poi mi telefona (se ben ricordo) Paolini da Mondadori: è vero che hai scritto un romanzo? Lo prendiamo. A quel punto era inutile fare la mammoletta, non c’era più gusto né a farlo vedere ad altri né a farlo con Ricci. Allora l’ho dato da leggere a Vittorio Di Giuro, direttore di Bompiani. Fu lui il primo a pronunciare le parole magiche: ne faccio trentamila copie”.
Corriere della Sera, 31 gennaio 2012.

“Se qualcuno scrive un libro e non si cura della sopravvivenza di quel libro, non è altro che un imbecille”.
The New York Times, 25 novembre 2007.

“Oltre a custodire la memoria storica, gli strumenti multimediali possono essere dei dispositivi per rinforzare la capacità di ricordare. Una delle tragedie del nostro tempo è che si conosce solo il presente. La perdita della memoria è un problema specie in America, dove i ragazzi non vanno oltre George Washington e confondono i centurioni romani con i tre moschettieri. L’assenza di memoria è un male per il futuro”.
Famiglia Cristiana, agosto 2012.

 

Sapiens
By
Luz