Da Gutenberg a Instagram

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Carlo Freccero racconta: media e potere, ’68 e serie tv, social media ed editoria, futuro della Rai e accordi tra Sky e Mediaset. Visti dal provocatore più situazionista della televisione italiana

Attento osservatore, studioso della comunicazione, intelligente provocatore: Carlo Freccero ha attraversato gli ultimi 40 anni di media, tv e potere passando dai palinsesti Fininvest negli anni ’80 a dirigere Rai 2 nel 1996, dando il via a una stagione leggendaria di Guzzanti, Santoro e Luttazzi sul secondo canale.

Allontanato dalla tv di Stato per qualche anno, torna in viale Mazzini e si inventa Rai 4. Nel mezzo: l’insegnamento, i libri – anche sulla sua passione per Debord e il situazionismo – fino all’ingresso nel consiglio di amministrazione della Rai nel 2015.

Abbiamo parlato di ’68 e serie tv, social media ed editoria, futuro della Rai e ultimi rivoluzionari accordi tra Sky e Mediaset: e anche di uno show su Rai 1 abbastanza folle che ha in mente.

Una delle sue teorie è che ogni mezzo di comunicazione che l’uomo ha utilizzato nel corso della sua storia ha la sua specificità e, in quanto tale, è sempre stato criticato dagli eredi del mezzo che dominava l’era precedente
Mi sono ispirato alla teoria di McLuhan. Se è vero che “il medium è il messaggio”, allora ogni nuovo medium che si affaccia alla storia porta con sé logiche diverse, perché ci insegna a pensare diversamente. La naturale conseguenza è il rigetto spontaneo che il nuovo medium causa nei cultori del medium precedente. È inevitabile. Per questo cito sempre l’esempio di Socrate che se la prende con la scrittura che rifiuta di usarla; nel nostro immaginario, ancora molto “gutenberghiano”, la scrittura rappresenta il massimo.

Le ultime elezioni hanno visto questo passaggio tra la tv e internet
C’è stato un passaggio di testimone dalla televisione come medium di riferimento alla diretta internet, che, tra l’altro, colma in qualche modo il divario nell’accesso a un medium generalista che la classe dirigente tende a monopolizzare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Berlusconi, simbolo della tv commerciale, è stato ridimensionato rispetto a Salvini che, a detta di tutti i commentatori, è stato il più efficace nell’utilizzo di internet e in special modo di Facebook. Ma già si manifesta l’isteria verso il nuovo medium.

Basta vedere anche le reazioni, soprattutto in Italia, sulla questione Cambridge Analytica
La cessione dei dati da Facebook a Cambridge Analytica in effetti ha fatto scandalo. Ma per me, che studio l’importanza della propaganda politica nelle campagne “all’americana”, in realtà non è successo niente di diverso rispetto al passato. La manipolazione c’era prima e ci sarà sempre.

Se prima era “lo ha detto la televisione (quindi è vero)”, oggi è “era nella mia timeline (e quindi è ancora più vero)”
Il motivo è evidente. L’interattività ci porta a pensare che le nostre decisioni siano frutto delle nostre stesse azioni. Di qui il mito originario di internet come libero accesso di tutti alla verità e al sapere.

 

Oggi si è più critici anche verso internet. Ogni mezzo è strumentalizzabile a partire dalle sue regole e dal suo funzionamento. E i dati di cui dispone internet su tutti noi sono più precisi e quantitativamente rilevanti rispetto ai dati raccolti della vecchia tv generalista tramite il meccanismo approssimativo dell’audience.

 

A ben pensare una certa cultura della rete basata sui like, sui numeri, sulla maggioranza come verità, è perfetta per “l’uno vale uno” del Movimento 5 stelle e anche della Lega, ma in qualche modo tradisce la tutela delle minoranze e l’inclusività che era alla base della cultura iniziale della rete
Però coincide ancora con una potenzialità di accesso molto superiore rispetto alla televisione. Oggi più che il potere economico e politico conta la capacità di interagire con il medium, di diventare visibili e poi virali. Così come illustri sconosciuti diventano star di Youtube, così chiunque può rendersi visibile se ben consigliato.

Anche a livello di linguaggio le cose sono molto cambiate. Le vecchie tribune politiche sono state sostituite dalle dirette Facebook che sono state l’arma vincente
In fondo la televisione include solo marginalmente lo spettatore. Nella diretta Facebook il candidato parla direttamente a noi potenziali elettori, ci fa sentire partecipi del suo sforzo e coautori della sua campagna.

Appunto, tutto questo è avvenuto durante la campagna elettorale: secondo lei la rete e i social saranno così efficaci e funzionali anche con un nuovo governo?
Dipenderà dalla capacità di comunicazione di questo governo. Solitamente, finita la campagna elettorale, il governo del Paese va avanti in automatico e per rappresentanza, senza più coinvolgere l’elettorato. Questo è il dramma della post-democrazia, in cui i cittadini non partecipano alla gestione del bene comune, se non con il loro voto. In questo senso va detto che i 5 stelle attraverso la piattaforma Rousseau e prima con il blog di Grillo, hanno sperimentato una sorta di comunità che non si esaurisce col voto, ma tiene aperto il dibattito pubblico.

Il funzionamento e il regolamento interno della piattaforma non sono proprio perfetti
La democrazia diretta resta un mito, ma l’uso politico da parte dei 5 Stelle è stato innovativo e ha fatto scuola.

 

intervista carlo freccero sapiens © leonardo cendamo
Carlo Freccero © Leonardo Cendamo / LUZ

 

Quale social media segue di più?
A livello mediatico mi affascina Instagram, perché è lo specchio fedele di una società del narcisismo che vuole solo apparire: se nei secoli scorsi vigeva la formula cartesiana del “penso dunque sono”, oggi nell’era dei social la frase madre sull’identità è “appaio dunque sono”. In pratica Instagram è l’evoluzione in immagini di Facebook da cui sono espulsi i contenuti. Non a caso è in corso una migrazione da Facebook a Instagram soprattutto da parte dei più giovani. Personalmente io uso molto Facebook ma in modo improprio, cioè non per apparire o stabilire rapporti, ma per avere notizie nei campi più disparati.

Negli ultimi mesi Zuckerberg ha modificato l’algoritmo per ripristinare il ruolo di comunicazione “tra amici e parenti” di Facebook e ridimensionare le fake news
Ho visto e me ne dispiaccio, infatti sono proprio le fake news che mi interessano. Perché se sono veramente false sono comunque lo specchio dello spirito del tempo, quando invece contraddicono lo zeitgeist, in genere le news sono vere. Il mio sogno è un social di controinformazione, senza censure, in cui la scelta delle notizie non venga calata dall’alto con gli algoritmi e marchingegni. Meglio una notizia falsa in più che la soppressione delle notizie “vere”, ma “politicamente scorrette”.

Cambiamo argomento. Nei prossimi mesi si parlerà molto del cinquantenario del ’68. Di lei si inizia a raccontare a partire del suo approdo in Fininvest fine anni ’70 inizi anni ’80, ma mai dei suoi trascorsi di gioventù. Come ricorda quel 1968?
La ringrazio infinitamente per la domanda, è un tema che personalmente ritengo ancora molto attuale. Partendo dal mito contemporaneo della meritocrazia, oggi si critica l’accesso di massa alle università che si produsse allora per la generazione dei baby boomers.

 

Nel ’68 si dice che la cultura crollò sotto il peso di una moltitudine di ignoranti. Ma la cultura e il sapere non sono beni scarsi che devono essere razionati, sono qualcosa di condivisibile e che cresce con la partecipazione di tutti. Il ’68 ha prodotto il boom economico degli anni ’80.

 

Per quanto mi riguarda, i miei interessi extrascolastici di allora mi hanno formato come esperto della comunicazione, quando in Italia non esisteva nemmeno la facoltà di scienze della comunicazione. Ci interessavamo di politica, ma anche di filosofia e di cinema. Questa è stata la mia vera scuola. Quel periodo mi ha formato tantissimo e soffro ogni volta che leggo che il ’68 col suo processo distruttivo nei confronti della tradizione, ha aperto le porte al pensiero unico. Il ’68 nasce dal pensiero critico, e il pensiero critico è un metodo che non si ferma mai di fronte a qualsiasi risultato raggiunto. Per questo è il contrario del pensiero unico.

La novità più dirompente del ’68?
Il ’68 ha anticipato i tempi, perché ha intuito che la rivoluzione non riguardava tanto la sfera materiale, cioè la conquista per l’operaio dei mezzi di produzione in fabbrica. Riguardava piuttosto la sfera del sapere e della conoscenza. Il sapere è potere. E il sapere aperto a tutti è frutto di volontà e di sforzo, riguarda ogni cittadino e non solo le élite economiche. Non solo, le élite economiche hanno tutte un posto nella comunicazione e sono venute su dal nulla tramite creatività e competenza. Un ulteriore incentivo a potenziare la conoscenza, la scuola, la creatività.

Cosa è rimasto oggi del ’68?
Oggi si è smantellato tutto. La scuola è vista come avviamento al lavoro, gli studi di élite si identificano con scuole private a pagamento in cui la formazione dei cittadini cede il posto a un sapere pratico, spendibile materialmente in azienda. Questa non è la realizzazione del ’68, ma il suo esatto contrario. Eppure, in un contesto in cui le tecniche diventano obsolete in tempi brevi, il mito del ’68 di condivisione del sapere, oggi produrrebbe, come produsse allora, innovazione e ricchezza.

 

intervista carlo freccero sapiens © leonardo cendamo
Carlo Freccero © Leonardo Cendamo / LUZ

 

Parliamo di televisione. Da una parte c’è l’evoluzione tecnologica basata sulla convergenza con la rete, lo streaming, la programmazione non lineare, dall’altra c’è il successo strepitoso del Festival di Sanremo e del Commissario Montalbano. Come lo vogliamo spiegare?
In una società multimediale come quella attuale, che ha la sua base nel comune supporto digitale, i media non vengono sostituiti ma coesistono, esibendo ciascuno la propria specificità. Sanremo e Montalbano sono la tv generalista. Se vuole sopravvivere la tv generalista devo conservare la propria tipicità.

La notizia di questi giorni è l’accordo tra Sky e Mediaset
Faccio i miei personali complimenti a chi ha architettato questo accordo. Un’operazione di questo tipo va innanzitutto a risolvere i problemi di entrambi: da una parte c’è Sky che si trova di fronte a una crisi economica che non accenna a finire, in cui pagare la televisione viene ancora percepito come un lusso. Dall’altra c’è Mediaset Premium che così può rivalutare la ricca library di serie tv e film che in passato non ha saputo valorizzare. Ma sopratutto questo accordo è l’unica difesa nei confronti degli over the top che oggi si chiamano Netflix e Amazon, ma domani saranno Google e Facebook.

Prevede delle prossime trasformazioni in Rai?
Qualche anno fa scrissi un mio personale progetto per rinnovare il servizio pubblico. È pubblicato in appendice al libro Televisione. La Rai servizio pubblico dovrebbe recuperare il ruolo pedagogico per cui è nata, come complemento della pubblica istruzione. Viceversa, in questi anni, la politica ha occupato la televisione e ha proceduto a smantellare anche la scuola.

 

Che ruolo vorrebbe avere nel futuro della Rai?
Per colpa del Vaticano e del centro sinistra democristiano non sono mai arrivato alla direzione di Raiuno, ma finalmente oggi ho una cosa su cui sto lavorando. È una notizia che do in anteprima a lei.

 

La ascolto…
Sto lavorando a un programma su Raiuno con Grillo, Celentano e la voce fuoricampo di Mina. Il titolo sarà Il domani: paradiso o inferno? in cui Grillo torna a fare il futurologo, mentre Celentano la voce della decrescita. È un sogno che sta per diventare realtà. Per adesso non posso dire di più.

Serie tv: un tempo si diceva che la tv on demand avrebbe portato alla fine delle biografie su santi, carabinieri ed eroi nazionali. Sento in giro però che Netflix in Italia chieda produzioni molto nazional-popolari, perché è l’unico modo per aumentare il proprio bacino d’utenza
Lo trovo corretto. Mi spiego. Mentre il cinema fornisce da sempre prodotti globalizzati, la televisione ha, sin dalle origini, una marcata immagine locale che fonda le sue radici nell’immaginario storico del Paese di cui è espressione. Non a caso anche i format, che rappresentano la standardizzazione di prototipi di successo, devono poi essere sviluppati nei vari contesti locali e secondo la cultura del posto. E’ un principio di cui io ho sempre tenuto conto.

Anche quando negli anni ’90 fu responsabile della programmazione di France 2 e France 3
Esatto. Nella mia esperienza francese ho messo da parte i programmi di successo italiani che non potevano piacere al pubblico, per ispirarmi invece allo spirito della Francia profonda.

Stiamo sulle serie tv…
Per vincere in televisione e conquistare nuovi mercati, la conoscenza della cultura locale è importante. Detto questo, Suburra, la prima produzione italiana di Netflix, è in qualche modo la versione popolare di Gomorra di Sky. Siamo più in linea col nuovo telefilm italiano iniziato con Romanzo Criminale che con la narrativa agiografica della televisione generalista prima maniera.

 

Netflix ha un pubblico piuttosto adolescenziale di fan dei supereroi e del fumetto; se vedremo anche santi e carabinieri come supereroi, potremmo assistere a una revisione del genere in chiave pop.

 

C’è qualche serie che le piace particolarmente?
Altered Carbon su Netflix mi ha intrigato molto. È tratta da un romanzo contemporaneo di fantascienza e ovviamente descrive una società distopica, che è il grande genere di questi anni. Il tema qui è l’immortalità che è da sempre l’aspirazione umana: la soluzione per sopravvivere alla distruzione del corpo fisico sta nel concentrare l’identità in un supporto digitale. Il corpo è ormai così scisso dall’identità, da essere definito “custodia”, e solo i più ricchi possono sopravvivere più volte, acquistando sempre corpi nuovi. Il tema è attualissimo perché il movimento transumanista è molto vivo nella Silicon Valley: Google sta lavorando molto nel campo delle biotecnologie e il magnate russo dei media Dmitry Itskov ha deciso di dedicarsi alla ricerca sull’immortalità.

Dall’immortalità alla decadenza, l’editoria. Tra tutti i media sembra quello che soffre di più
L’editoria soffre attualmente la stessa crisi che ha colpito tutti gli strumenti di intermediazione, dai partiti, ai sindacati, ai taxi, eccetera. Internet ha invecchiato di colpo tutto il lavoro di editoria che sta alle spalle di un bestseller. Oggi la promozione diretta e spontanea, da Youtube a IlMioLibro, chiunque può decidere di diventare scrittore e non a caso, mentre l’editoria è in crisi, le scuole di scrittura conoscono un successo prima impensabile. Anch’io insegno televisione alla scuola di scrittura Holden. L’editoria è legata a una visione elitaria della scrittura. Dobbiamo arrenderci: oggi ci sono più scrittori che lettori.

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Luz