L’ultimo incendiario

L’ultimo incendiario

Scrittura, editoria, politica e misticismo nelle parole di Antonio Moresco, vero e proprio oggetto non identificato del panorama editoriale italiano

Sarà il suo passato da operaio o la lunga militanza politica, sarà il suo pensiero spigoloso e fuori dagli schemi ma Antonio Moresco è una figura di culto della letteratura italiana, un signore con la faccia di un santo ligneo e i modi affabili.

I suoi romanzi sono gravidi di realtà, ma calpestano il realismo. Ha un’inventiva strabordante e una capacità prepotente di penetrare la sostanza del mondo. La sua scrittura incandescente spazia dai romanzi fiume, come Canti del Caos, ai saggi, come L’ardore e la lotta, passando per le fiabe per bambini (e per adulti). Guardato con venerazione e diffidenza, rappresenta un oggetto non identificato nel panorama editoriale.

Siamo riusciti a incontrarlo, anche se non ha un indirizzo email, di fronte a un bicchiere di crema di caffè, per parlare di scrittura, politica, misticismo e del maledetto mondo editoriale.

Partiamo dal libro delle fiabe che hai pubblicato per SEM. Non è la prima volta che lavori sulla materia fiabesca
L’interesse è nato per delle ragioni pratiche, avevo una figlia piccola che mi costringeva ad inventarmi a getto continuo delle fiabe. Per un suo compleanno ho voluto farle un regalo: ho cercato di ricordare le fiabe che le raccontavo, le ho messe in fila e ho fatto rilegare un libro, ci ho messo anche dei disegni. Questo libro intimo è rimasto per venticinque anni nel cassetto, poi una persona di Einaudi lo è venuta a sapere e lo ha pubblicato. È andato bene, ha vinto anche il Premio Andersen. All’inizio sembrava un controsenso, visto che gli altri libri che scrivevo erano spesso aspri, duri. In realtà anche la fiaba ha un contenuto elementare ma estremo. Dopo questo primo libro Fiabe per la Maria, ho scritto Fiabe un po’ da ridere un po’ da piangere, una fiaba unica, piccola ma molto amara. Poi è arrivato quest’ultimo lavoro di riflessione, Fiabe, ma non è finita perché tra un paio di mesi ci sarà una sorpresa.

 

Comunque credo che la grande letteratura abbia a che vedere con la fiaba, nella prefazione del libro faccio una lunga lista di capolavori a cui magari non si pensa come I Promessi Sposi o I Miserabili, che sono fiabe a loro volta.

 

Mi sembra che gli archetipi delle fiabe ritornino nei tuoi romanzi e prendano delle forme nuove. Figure come il Gatto, la Pesca, la Donna dalla Testa Espansa hanno qualcosa in comune con Gretel, la Fanciulla senza Mani, il Pifferaio Magico?
È giusto, ma anche questa è una cosa che ho capito dopo. A me interessava l’elemento emblematico; ad esempio in Canti del Caos i personaggi sono degli emblemi, a volte sono chiamati con il nome di ciò che fanno come La Donna che Canta, oppure con dei nomignoli. Non ho voluto avvicinarmi ai personaggi con la psicologia,  ho voluto far cozzare delle forti componenti di senso le une contro le altre. Sto seguendo una strada che è lontana dal romanzo psicologico e dall’illusione di una rappresentazione realistica. A me interessa andare in verticale, rompere l’apparenza di ciò che si vede e andare al cuore delle cose. Ė questo movimento dell’andare al vertice delle cose che apparenta la fiaba a gran parte della letteratura. Ed è il mio cammino.

E poi ci sono le Fiabe Mistiche…
Mistico è una parola abusata, vuol dire tutto e niente. A me interessa l’aspetto di avvicinamento a qualcosa che rimanda ad altro. Anche descrivendo un paesaggio posso descrivere la mia anima e questo mi interessa molto. Se vogliamo andare al nocciolo del significato, la parola, “mistico” emerge in campo religioso quando si crea un conflitto tra chi detiene le chiavi della dottrina e un altro tipo di figura, in genere monaci o donne, tagliati fuori da questo ruolo, che sostengono che si può accedere direttamente a Dio senza passare dalla dottrina. Io questo approccio lo sento molto, sarà che sono un autodidatta, non ho fatto l’università e ho imparato per passione, da solo, ma mi sento più vicino alle mistiche che ai dottori della Chiesa.

 

antonio moresco intervista sapiens © leonardo cendamo
Antonio Moresco © Leonardo Cendamo / LUZ

 

So che sei anche un camminatore, hai fatto un viaggio a piedi attraverso l’Europa e poi hai dato vita all’associazione Repubblica Nomade, dopo aver fatto un cammino di 15 giorni in Sicilia. Mi interessa la pratica del cammino quando incontra le discipline artistiche
Questa è una cosa che mi è successa inaspettatamente. Sette o otto anni fa ho proposto a degli amici di camminare da Milano a Napoli. Non avevo mai fatto nulla di simile e non avevo un’età in cui in genere si fa una cosa così, però questo cammino era nato dalla necessità di ricucire fisicamente, con i passi, l’Italia, che si voleva sempre più divisa. Invece di farlo attraverso delle parole, le ennesime buone intenzioni, ho detto “buttiamo il cuore al di là della barricata” e significhiamolo con tutta la nostra persona unità-psicofisica, attraverso un cammino. Questa cosa, stranamente, ha avuto molto ascolto. Pensavo che ci sarebbero stati tre disperati, e invece siamo arrivati a sette-ottocento persone, una cosa incredibile. Così è nata un’associazione, Repubblica Nomade.

Cammini non solo simbolici
Ci sono cammini nati dall’esigenza di fare qualcosa di utile, come quello che abbiamo fatto verso l’Aquila. Ne abbiamo fatto uno che è partito da Mantova ed è arrivato a Strasburgo passando le Alpi, così, senza niente, in maglietta sui ghiacciai: siamo arrivati e siamo stati ricevuti al Parlamento Europeo da Martin Schulz. Poi due anni fa abbiamo fatto da Trieste a Sarajevo, abbiamo attraversato zone martoriate, per ricordare i pericoli di guerra che ancora incombono sull’Europa.

 

A sessantaquattro anni, quando ho cominciato, ho avuto il bisogno di rompere i confini della vita, non solo come scrittore – mi pare lo stessi facendo da tempo – ma anche fisicamente. Sempre con quest’idea di non accettare i possibili come qualcosa di chiuso, con la mia idea – e questo è il nucleo della fiaba – che l’impossibile può fare irruzione dentro al possibile.

 

A proposito di possibile e impossibile, sei stato impegnato per anni in una lunga militanza politica e vorrei che mi dessi il tuo punto di vista sullo stato delle cose, anche alla luce delle elezioni appena trascorse.
È un momento di disordine materiale e morale molto profondo per il nostro Paese, dove si gettano lì una serie di semplificazioni che sembrano dare delle soluzioni facili ai problemi e quindi vengono sposate in maniera acritica, fideistica. Io in particolare sono preoccupato per l’Europa. Abbiamo da una parte gli Stati Uniti che hanno eletto una figura inquietante, che sta facendo la guerra contro l’Europa. Propone risposte facili per avere consenso, ma che possono fare molto male. Dall’altra parte c’è la Russia che sta aumentando la sua cupidigia nei confronti dell’Europa, dal lato Sud ci sono cose inquietanti come la Turchia che sembra sognare di nuovo l’impero ottomano. Parlare oggi dell’Europa – fermo restando che ha dato una pessima prova di sé in questi anni, è stata miope e suicida – è importante: se salta, entriamo direttamente nelle dinamiche che hanno preceduto le guerre mondiali, né più né meno.

La lingua e la visione della politica si sono prosciugate, sono forme di reflusso.
Il problema è che non c’è la visione, nel momento in cui ci dovrebbero essere al massimo grado la visione e l’invenzione. In questo momento la politica si è specializzata nella tattica, nel ping pong, nella battuta, nel momento in cui bisognerebbe aprire a una visione che possa conquistare gli animi. Tutte queste visite parziali sono un gioco di specchi, un labirinto in cui si rinchiudono le persone. Tutto il linguaggio della politica sarebbe da reinventare, perché le cose a cui si riferisce sono parziali, sono dei deja vù. Questo dovrebbe attraversare il linguaggio: la visione, il sentimento del mondo. Cercherò di prendere di petto queste cose in un libro. Sarà rischioso, perché poi se scrivi certe cose rischi di prenderle da tutte le parti. Ma anche se questo è il prezzo, qualcuno lo deve fare.

Uso la parola intellettuali, una parola imperfetta, ma penso siano tutti coloro che lavorano con il pensiero immaginifico che hanno il dovere di portare una visione innovativa al mondo. Eppure, malgrado esista una produzione di idee globale, ricca, la politica sembra impermeabile al mondo culturale. È un problema di non ascolto?
Il punto di partenza è giusto. La politica sta chiudendo i possibili, è in un cul-de-sac. In questi momenti, non può emergere niente di forte, di nuovo e dirompente dentro questo terreno.

 

Se può arrivare qualcosa, se può aprirsi una fessura, può arrivare dalla cultura. Come è successo nel passato: quando in pieno Settecento, Goya dipingeva la Quinta del Sordo con le Pitture Nere, mostrava cosa accadeva nel mondo; quando Beethoven componeva la sua musica in una Germania divisa, una palude, una ragazzo lo ascoltava e gli si spalancava il cervello, vedeva un mondo che non conosceva.

 

O il lavoro fatto dagli scrittori russi o francesi, che sono stati la coscienza più avanzata del Paese e anche se sembrava che non avessero un potere diretto, in qualche modo creavano un effetto di trascinamento. Non che venissero ascoltati.

Nemo propheta in patria…
Melville scrive Moby Dick e racconta come sarebbe andato a finire il suo Paese e forse tutta l’umanità, ma chi l’ha ascoltato? Chi ha ascoltato Dante, Leopardi? Si sono affrettati a metterli in una nicchia, esaltandone il valore estetico per disancorarli dal mondo. È stata un’operazione efferata fatta sulla letteratura e sull’arte, che gli scrittori e gli artisti hanno accettato e fatto propria. Dalla fine dell’Ottocento hanno cominciato a teorizzare l’art pour l’art, che da una parte aveva delle ragioni, si trattava di un’arte che non voleva essere immediatamente spendibile per un potere religioso o quello di una borghesia vincente. Il rovescio della medaglia è che si è staccata dal mondo, si è chiusa in una nicchia autoreferenziale. Oggi siamo alla fase finale di quest’arco durato un secolo, tutte le teorie sono andate in quella direzione, nel segno dello spossessamento dell’artista nei confronti del mondo.

E adesso?
Adesso il momento è difficile: da una parte ci siamo abituati a considerare l’artista come un intrattenitore, ossia uno che ti fa passare il tempo in attesa della tua morte, e uno scrittore a cui stia stretto questo orizzonte deve combattere una battaglia a 360 gradi, perché quando viene fuori qualcosa che mette in discussione lo stato delle cose gli saltano addosso, lo “invisibilizzano”, lo attaccano. La stessa letteratura non ha potuto fare da argine a questa deriva perché si era già data sconfitta in partenza. Bisogna cercare di riconquistare questo ruolo dirompente della letteratura all’interno del mondo. Dobbiamo conquistare una possibilità di vita sul pianeta, ma per far questo devi reinventare te stesso, la tua specie in modo completo e totale. Per questo, una letteratura di visione, carica di pensiero ha qualcosa da dire a questa epoca. Se non viene fuori da lì, non può venire fuori da nessuna altra parte, è una cosa che tiene uniti pensiero, visione, invenzione, prefigurazione, precognizione. Non vedo perché oggi uno scrittore dovrebbe essere disincantato, una parola che va tanto di moda. Secondo me deve essere incantato.

 

intervista antonio moresco sapiens © leonardo cendamo
Antonio Moresco © Leonardo Cendamo / LUZ

 

La tua biografia è singolare.  Hai frequentato il seminario, hai lavorato come operaio, coltivando come un “carbonaro” la scrittura, per anni. Cosa è stato e cosa è oggi per te il lavoro?
La mia vita mi ha portato ad avere anche esperienze di lavoro “basso”, come il facchino, e sono molto grato al mio destino perché questo mi ha permesso di entrare dentro nella pancia del mondo, di partecipare alla vita delle persone che lavorano e soffrono, cosa che non mi sarebbe successo se mi fosse stata risparmiata questa esperienza, anche se è stata molto dura. Mi ha lasciato anche una inclinazione mentale a capire come vengono fatte le cose, molto concretamente. Quando lavoravo in fabbrica, si inscatolavano i prodotti, c’erano sterilizzatori e macchinari e io avevo una curiosità spasmodica. Quell’esperienza mi ha lasciato qualcosa anche nella mia attività di scrittore, il capire la tridimensionalità delle cose e non solo la superficie.

Dopo anni di rapporti difficili, con il mondo dell’editoria, sei stato scoperto e sei divenuto una specie di figura di culto. Rimani però un oggetto alieno, fuori dalle logiche dei salotti e dei talk show. Ricordo quando andasti ospite di Daria Bignardi a Le invasioni barbariche, mi sembrava di rivedere il détournement di Carmelo Bene a Macao! Oggi com’è il tuo rapporto con il mondo editoriale?
Io non ho ancora ben capito, la situazione è molto strana. Ho pubblicato tardissimo, a quarantacinque anni, per quindici anni mi hanno chiuso tutte le porte. A un certo punto ho cominciato a pubblicare, seppur tardivamente, con una casa editrice prestigiosa (Bollati Boringhieri, ndr). Da lì a oggi ho pubblicato trentacinque libri, alcuni di dimensioni mostruose usciti con il più grande editore italiano.

 

Lo sanno tutti che ci sono, però nello stesso tempo è come se non ci fossi. Se leggi nella comunicazione spicciola degli altri scrittori, non mi nominano: a volte ho l’impressione di essere come la lettera rubata di Edgar Allan Poe. Sono lì ma nessuno mi vuole vedere.

 

Oltre al romanzo, lavori da sempre sul saggio e la forma breve. Cito un pezzo che mi ha fatto pensare: Ci sono state epoche in cui gli scrittori — o perlomeno molti di essi — sono riusciti a sottrarsi a queste o ad altre “leggi”, hanno forzato il gioco chiuso di tempo e spazio serrati dentro il loro piccolo potere e la loro piccola storia. Così è successo nel Trecento, nel Seicento, nel Sette-Ottocento… C’è stato uno sfondamento, un traboccamento. Gli scrittori si sono liberati dalle loro paralizzanti tutele. Di questo c’è bisogno anche oggi, in questa situazione planetaria mai conosciuta prima. Mi puoi parlare di questo traboccamento?
È una parola chiave per me. Quegli scrittori che cito nel libro, come Cervantes, i russi, Woolf, non sono stati dentro nel loro posticino estetique. Si sono assunti la responsabilità e il compito di dire le cose a tutto campo. Non solo di raccontare storie che fossero il portato di bellezza, di senso ma anche di pensiero. Non hanno detto “noi siamo scrittori e curiamo la poetica del linguaggio, il pensiero è affare dei filosofi”. La letteratura nasce così, da Omero a Dante le cose erano tenute tutte insieme. Dalla fine dell’Ottocento lo scrittore si è rinchiuso in uno spazio più piccolo, quindi il traboccamento è il non stare dentro in questo spazio, uscire fuori e prendersi tutti gli spazi che gli scrittori si sono sempre presi.

Mi viene in mente Petrolio di Pasolini, un esempio di traboccamento…
Sì, è un libro dove lo scrittore sta su un sacco di piani, non si fa rinchiudere. C’è questa volontà, questo desiderio e capacità di prendere di petto il mondo, quello che sta succedendo, mettendo insieme ciò che attiene a una visione artistica ma anche alla storia. È il suo libro in prosa più interessante e importante, purtroppo alla fine della sua vita. Lui poi si è anche disperso, dissipato molto, però lì arriva a fondo come scrittore.

Forse ha provato a traboccare anche da sé stesso.
Sì, è quella cosa lì.

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Luz