Il migliore dei futuri possibili

Il migliore dei futuri possibili

Maria Grazia Mattei ha inventato Meet The Media Guru: abbiamo ripercorso con lei il mix di arte e tecnologia che è riuscita a intercettare prima di chiunque altro

Chi vive a Milano e lavora nel terziario avanzato – o fa un lavoro difficile o impossibile da spiegare ai propri genitori – negli ultimi 13 anni è stato sicuramente a una serata di Meet The Media Guru: un ciclo di incontri organizzati dalla giornalista ed esperta di nuove tecnologie Maria Grazia Mattei dove in oltre un decennio sono sfilati i più grandi nomi della cultura digitale e non.

Un format cresciuto negli anni quello del talk che analizza e spiega le rivoluzioni di cui ancora dobbiamo capire appieno la portata; che da quest’anno grazie a Fondazione Cariplo ha anche una “casa”, un luogo dove ospitare eventi e non solo: è MEET, il centro internazionale per la cultura digitale che prenderà il posto dello Spazio Oberdan in Porta Venezia a Milano.

Nonostante una vita abbastanza sotto i riflettori – e illuminata anche dai riflettori altrui – di Maria Grazia Mattei però si sa poco, ed è un peccato. Perché è una miniera di storie illuminanti, che si intrecciano alle vette più alte della creatività italiana e internazionale degli ultimi 40 anni.

Come va? Un po’ di corsa?
È sempre così la mia vita, si corre sempre.

Maria Grazia Mattei: nata nel 1950, 18 anni nel 1968
Questo mi piace. Certo che me lo ricordo, ero a Pisa, studentessa del liceo classico, ovviamente sulla breccia, figurati se mi tiravo indietro. Pisa era una zona molto calda e noi eravamo studenti e operai uniti nella lotta. Cercavamo di cambiare tutta una serie di schemi che si avvertivano molto stretti in una città come Pisa, una piccola città di provincia: schemi difficili da rompere, figurati per una ragazza che voleva fare delle cose diverse dalla strada segnata, nel mio caso diplomarsi e insegnare.

 

maria grazia mattei intervista maria grazia mattei intervista sapiens vito maria grattacaso
Maria Grazia Mattei © LUZ

 

La tua strada avrebbe dovuto essere quella?
Sì, la prima battaglia l’ho vinta con mia madre. Perché lei chiaramente voleva che io studiassi e mi consigliava le magistrali, perché quella era la strada: “Hai una professione, studi, insegni, hai il tempo libero per la famiglia“, mi diceva. Dopo la terza media le dissi che volevo fare il classico. Fu uno shock. Col diploma magistrale finivi e trovavi il posto; secondo lei col classico dovevi continuare.

Altra data chiave, 27 anni nel 1977: che facevi allora?
Stavo a Milano, mi ero trasferita, facevo lavori più o meno precari, però lavoravo con la radio. Mi ero trasferita con l’università a Milano e una volta laureata sono finita sulle rotte delle avanguardie artistiche, ho cominciato a scoprire la video arte.

 

Facevo poca vita mondana, mi sono persa tutti gli anni ’80, tutti: qualcuno mi ha detto “La Milano da bere, te la ricordi?” ma chi l’ha vista! Mi ero buttata nei mondi virtuali, ho scoperto la realtà virtuale nel 1984.

 

Il tuo primo incontro con i mondi digitali risale a fine anni ’70, giusto?
Sì, è stato alla fine degli anni ’70: avevo cominciato a scrivere per una rivista, Zoom, e mi occupavo di video arte e multimedialità, volevo esplorare nuovi linguaggi. Quell’anno lì finisco a Roma per vedere un gruppo di artisti e incontro i Crudelity Stoffe. Erano due ragazzi, Marco Tecce e Michele Böhm, che nel loro “garage all’italiana” stavano sperimentando un software che avevano creato su un computer Apple. Era un software per disegnare forme e immagini in animazione e trasformava un segno in un altro: sto estremizzando, ma era una specie di pre-morphing. Quando ho visto il loro lavoro e la loro teoria dell’abolizionismo, una forma che abolisce l’arte e ne genera un’altra, ho pensato “Questo è il futuro”. Il mondo sarà digitale.

In quel periodo l’arte “capiva” prima della tecnologia
È vero. Io poi ho avuto la fortuna di fare studi umanistici, ero laureata in critica d’arte, e avendo bazzicato le avanguardie per studio ho visto questo sviluppo del digitale da un punto di vista innovativo. Il taglio che io ho dato era di un valore d’uso espressivo, creativo, non tecnologico. Non ero affascinata dalla tecnologia, ma da quello che ci permetteva di fare. Mi sono divertita!

 

maria grazia mattei intervista maria grazia mattei intervista sapiens vito maria grattacaso
Maria Grazia Mattei © LUZ

 

A proposito di quel che si poteva fare con la tecnologia all’epoca, tu hai lavorato con Studio Azzurro negli anni ’80: un momento irripetibile
Tutti gli ’80 sono stati anni pionieristici per l’Italia. Si sono formati gruppi artistici come Correnti Magnetiche per esempio, e poi c’erano artisti, festival. Lo Studio Azzurro era uno di questi gruppi: negli anni precedenti avevano messo la testa sul tema della comunicazione e della controinformazione. Avevano fatto una serie di operazioni che andavano ad analizzare l’impatto dei media sulle persone, provocando con le loro installazioni una serie di riflessioni. Poi a Palazzo Fortuny a Venezia, a inizio anni ’80, hanno cominciato a fare installazioni più complesse rispetto agli anni precedenti, era video arte che andava a indagare delle modalità narrative non lineari ma interattive, frammentarie, dove la partecipazione del pubblico ricomponeva i pezzi.

 

Nel 1984 Studio Azzurro porta Il nuotatore a Palazzo Fortuny a Venezia: tu c’eri
L’ho vista dal vivo, figurati, ho visto costruire la piscina… Palazzo Fortuny è una storia magica nella storia della nuova arte italiana.

 

A Venezia poi torni nel 1986
Alla Biennale del 1986 ho realizzato un progetto che si chiamava Ubiqua, il network planetario dell’arte, un grande spazio, una scena dove si faceva intuire il cambiamento in atto nel mondo dei linguaggi, delle relazioni, della comunicazione, attraverso una serie di mezzi che andavano dalla grafica 3D al telefax usato per scopi artistici.

Saltiamo in avanti, l’anno è il 1995: organizzi Oltre il villaggio globale in Triennale a Milano
Volevamo studiare le evoluzioni nel mondo dei media, la mediamorfosi nell’impatto con una cosa che oramai era accaduta, la rete, un tema era quello. Poi c’era la grafica computerizzata, gli effetti speciali nel cinema, siamo andati a vedere cosa poteva accadere in tutti i campi dei media. Lì Studio Azzurro aveva portato la sua prima installazione interattiva, Tavoli (Perché queste mani mi toccano?), una narrazione interattiva dove era il tatto a muovere le storie.

Siamo arrivati a metà anni ’90: internet stava per diventare mainstream
Era il 1992 quando si annunciava il web.

Tu intercetti tutto in anticipo sui tempi
Pensa che al tempo, inizio anni ’90, internet mi aveva anche un po’ annoiato!

Addirittura!
Sai perché? Perché negli anni precedenti una delle correnti che avevo più studiato, portandola anche in Triennale, era stato il movimento artistico che ha diffuso nel mondo la telematic art. Era il tentativo da parte di certi artisti di rompere le barriere comunicative classiche, tipo emittente ricevente. La telematic art cosa prevedeva? Che ci fossero gruppi diffusi in tutto il mondo, connessi con le tecnologie di allora, come potevano essere il fax, la radio, lo slow-scan tv, qualsiasi mezzo che mettesse in comunicazione io che ero in Italia e tu che eri in Australia.

Era l’avanguardia di internet
Soprattutto negli anni ’80 gli artisti della telematic art hanno dato vita a performance straordinarie: si collegavano a vicenda, fuso orario o non fuso orario, e facevano queste operazioni sulle immagini, sul testo, transnazionali, senza internet. Nel 1984, ricordo un’esperienza di telefax art, a Pavia, dove avevamo messo in collegamento Sydney, Toronto, l’Austria, l’Inghilterra. Poi abbiamo cominciato a lavorare chiamando artisti che si trasmettevano un’immagine che diventava un’opera collettiva: una cosa da brividi.

 

Mi ricordo che c’era Bruno Munari, che partiva col suo disegno, lo mandava, lo vedeva tornare subito con un intervento, non ci credeva, una magia! Lui era l’espressione di che cosa poteva essere questa vertigine della comunicazione e della collaborazione su piani transnazionali.

 

Ti piace com’è diventato internet oggi?
No, anche se sono convinta che sia un processo inarrestabile e quindi le mutazioni, le trasformazioni che internet ha avuto rispetto ai primi tempi alla fine ci stiano. Si sono potenziate le cose. Prova a mandare un’immagine con il web del 1992… adesso abbiamo degli strumenti che ci danno nelle mani un potere straordinario. Quello che mi spiace è che sono state lasciate indietro le persone.

 

maria grazia mattei intervista maria grazia mattei intervista sapiens vito maria grattacaso
Maria Grazia Mattei © LUZ

 

Molti sono abituati a usare altri codici e hanno in mano uno strumento troppo potente
Uno strumento troppo potente di cui non conoscono le regole, la storia, il contesto, le traiettorie, il futuro. E quindi diventa qualcosa che travolge le persone: questo potere enorme che abbiamo tra le mani non lo sappiamo usare, e siamo usati. Siamo analfabeti rispetto a questo fenomeno. Non c’è stata una crescita organica.

È come se stessimo vivendo un’adolescenza tecnologica
Più che un’adolescenza tecnologica, non siamo maturi, non abbiamo metabolizzato quello che sta succedendo. Non abbiamo metabolizzato il senso di questo cambiamento lo usiamo in maniera acritica, meccanica.

Meet The Media Guru ha 13 anni, quel senso di cambiamento l’ha compreso in pieno
Meet The Media Guru ha intercettato questa mutazione, ha creato un format perché le persone potessero rendersi conto cosa voleva dire stare in una comunicazione interattiva, parcellizzata, ma al tempo stesso coinvolgente, emotiva, nell’epoca del web 2.0. Abbiamo colto tutte queste trasformazioni, e abbiamo dato risposta a una domanda che abbiamo tutti.

 

È la domanda latente in tutti noi, dal più esperto al meno esperto: che cosa ci sta succedendo? Come è accaduto tutto questo? Verso dove stiamo andando? Sono tutti interrogativi non tanto sulla tecnologia, quanto su cosa comporta il cambiamento antropologico.

 

Tutti hanno questa curiosità, un programma come MTMG ha soddisfatto questo bisogno di risposte.

Anche perché una risposta non c’è
Non abbiamo dato ricette, abbiamo detto: orientiamoci insieme. Non c’è una risposta, intercettiamo il cambiamento. Adesso è scattata l’altra fase secondo me: identificare dei filoni delle tendenze e con la lente di MTMG mettere a fuoco questioni, problemi, critiche, e quant’altro. Aiutare a costruire insieme un senso. Dare un po’ un senso a quello che ci sta accadendo.

Hai detto che serve avere “un pensiero ampio
Serve essere curiosi. Alimentare la propria curiosità. Questo è il momento dove ci possiamo permettere di ribaltare gli schemi e provare a vedere ogni cosa da un’angolazione diversa. In questa nostra epoca dove le certezze non esistono vanno cercati angoli nuovi. La curiosità è la prima molla. La curiosità e l’approfondimento.

Di persone speciali in 13 anni di Meet The Media Guru ne hai incontrate un bel po’. Chi ti è rimasto in mente?
John Maeda. È stato forse uno dei primi che mi ha fatto capire come guardare le cose da prospettive diverse può davvero toglierti il paraocchi. E vedere come chiunque di noi può mettere in atto dei processi, delle idee che neanche sa di avere in testa. Devi solo uscire fuori dai luoghi comuni. Il trucco è quello. Tutto lì.

Sapiens
By
Luz