Nuovo mondo Italia

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Luciano Fontana dirige il “Corriere della Sera”: tra Philip Roth e gli inizi a “l’Unità” con D’Alema e Veltroni, gli abbiamo chiesto tutto sull’Italia uscita dalle urne il 4 marzo

Venerdì di fine marzo, tarda mattinata; dentro al Corriere della Sera è in corso la riunione di redazione del quotidiano. Da una porta socchiusa al primo piano si intravede l’interno della Sala Albertini, dove sembra però che nessuno stia effettivamente parlando. Nessuna concitazione, gran silenzio.

In quel preciso istante di gran silenzio a Roma si tenta senza successo di eleggere i presidenti di Camera e Senato. In questo scenario troviamo Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, che amministra la situazione sereno come potremmo esserlo noi la domenica pomeriggio a pranzo appena concluso.

L’esperienza di 30 anni nei giornali conta, se c’è il caos: arrivato al Corriere nel 1997, nel 2015 è stato il successore di Ferruccio de Bortoli in via Solferino 28. Prima? Prima c’era stata la politica a Roma e l’Unità, prima ancora l’ANSA, prima ancora la FGCI, prima ancora Frosinone.

Al momento in libreria con Un paese senza leader, uscito per Longanesi, Fontana è l’uomo giusto per fare il punto sull’Italia uscita fuori dalle elezioni del 4 marzo scorso.

L’Italia è quel che è, direttore; partiamo da altro. È vero che ti piace moltissimo DeLillo?
Don DeLillo sì, ma il libro che mi piace di più in assoluto è Pastorale americana di Roth, quella storia dello “svedese”, la tranquilla famiglia americana, l’addensarsi di un fatto che ti sconvolge la vita, il rapporto con la figlia. Anche se ultimamente faccio una fatica a trovare il tempo di leggere per conto mio… da quando faccio il direttore leggo quasi solo saggistica e i libri che devo presentare.

Sei già bravo che li leggi
Li leggo, li leggo, una caratteristica che ho da quando studiavo al liceo è essere un po’ secchione, è difficile che vada a fare una cosa senza studiare e prepararmi.

I tuoi inizi: primi anni ’80, cronista dell’ANSA a Frosinone
Dell’ANSA e de l’Unità.

Primo giorno di lavoro: che ti ricordi?
Mi mandano a seguire una crisi. Frosinone era un posto dove c’era stato un po’ di sviluppo industriale grazie alla Cassa del Mezzogiorno, e a un certo punto tante crisi industriali. La prima fu quella della Videocolor, ricordo che producevano tubi catodici per la tv. A Frosinone però sono rimasto nemmeno un anno: s’era aperta la possibilità di fare una sostituzione estiva a Roma e sono andato a l’Unità.

 

Dalla provincia a Roma
Tanto lavoro da precario, per quattro, cinque anni. Poi l’assunzione alla cronaca di Roma de l’Unità nel 1986.

 

In quegli anni hai conosciuto bene sia D’Alema che Veltroni: ma dentro a un giornale, a l’Unità
Il primo è stato D’Alema, c’era ancora il PCI: nel 1988 si stava cominciando a discutere del superamento del Partito Comunista, l’anno dopo sarebbe arrivata la caduta del muro e il crollo di tutti i punti di riferimento. D’Alema però l’avevo conosciuto prima ancora come dirigente della FGCI, era un uomo totus politicus, preso dal suo ruolo, molto figlio del PCI, del suo modo di ragionare, dei suoi riti, del suo modo di comportarsi.

D’Alema non viveva bene il periodo a l’Unità
Non era un posto che gradiva, anche perché ha sempre avuto un atteggiamento non molto benevolo nei confronti dei giornalisti. Stava a l’Unità da emissario, da inviato del partito a controllare un giornale che era anche abbastanza in fermento, c’era tanta discussione sull’autonomia del giornale rispetto al partito. Si occupava solo di politica, proprio fisicamente; stava tutta la giornata dentro la redazione politica.

E con Veltroni invece?
Veltroni arriva dopo, era già nato il PDS, e viene a l’Unità con la voglia di misurarsi come giornalista. Un periodo abbastanza vivace, avevo un rapporto intenso, diretto con lui, per fare il giornale. È il momento in cui nasce il supplemento culturale, il momento della figurine Panini, dei film allegati…

Il periodo degli allegati: le cose andavano alla grande
Un periodo che durò un paio d’anni, non è durata tantissimo: ma al tempo l’Unità andava davvero bene.

Veltroni era bravo a fare il giornale?
Era molto attivo, dalla mattina alla sera, e credo che sia anche in quella piccola stagione felice la ragione per cui mi hanno cercato per il Corriere: avevano bisogno di un caporedattore centrale e hanno selezionato – allora ancora si facevano le selezioni – me e degli altri. Ci hanno messo sei, sette mesi a sceglierci, e poi sono arrivato.

 

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Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Siamo al 1997: arrivi al Corriere e a Milano. Conoscevi già la città?
C’ero stato poco, qualche volta per lavoro, ricordo una visita di Gorbačëv, sentivo spesso la redazione milanese, ma non era una città che conoscevo, anzi. Una città diversa da com’è oggi, e il primo impatto per uno che viene da Roma…

Erano anche altri anni e un’altra Milano
La città era un po’ in difficoltà, un po’ “chiusa”: però via via è una città che ho visto cambiare completamente, mutare faccia. Adesso non tornerei più a Roma.

Soprattutto nella Roma dell’ultimo periodo
Milano per quel che mi riguarda è stata molto accogliente e un ottimo luogo di lavoro. Al di là dell’ultimo passaggio – perché da direttore entri in una dinamica un po’ diversa – per tutto il resto della carriera fino a condirettore ho fatto il mio percorso interno senza difficoltà, gradualmente, senza particolari ostacoli. Solo con il lavoro, facendo la propria professione.

 

Hai iniziato in un mondo dove i giornali si facevano in un modo e dove c’erano i partiti di massa: adesso i giornali si fanno in un altro modo e i partiti sono scomparsi
I giornali si fanno in maniera diversa: soprattutto negli ultimi tre, quattro anni, c’è stata l’accelerazione di un lavoro che è fatto di tantissime attività diverse. L’idea che qui si faccia un giornale di carta è una bellissima idea, ma è solo una parte della nostra attività.

 

A che ora si comincia a fare il Corriere?
La riunione del digitale si fa alle 8, ma già dalle 6 alle 7 c’è di turno 1/3 della redazione tra cui un vicedirettore e un caporedattore centrale dedicato, per cui si cominciano a fare tutti i prodotti: le newsletter, gli aggiornamenti del sito, tutto quel che si manda agli abbonati. Poi continua il lavoro anche sul digitale e via via si avvia la carta, adesso abbiamo appena finito la riunione generale. Un mondo del tutto diverso rispetto a quello dove avevo iniziato.

Anche il mondo politico è cambiato parecchio
Il mondo politico in cui ho iniziato il lavoro è scomparso, è un mondo politico che ho vissuto anche intensamente, perché fino a 23, 24 anni sono stato anche a livello regionale un dirigente del PCI. Quei mondi sono finiti per tanti motivi. Per quel che riguarda il PCI è evidente, è finita un’ideologia, sono crollati i punti di riferimento.

A proposito di punti di riferimento: nel tuo libro parti dall’inizio della fine, Tangentopoli e il ’94
In quel periodo un mondo finisce, con tutto quello che aveva di negativo – e ce n’era: la contrapposizione ideologica, i partiti connaturati allo Stato e la corruzione come conseguenza – ma anche con tanti aspetti su cui forse si potrebbe avere qualche rimpianto; come la formazione della classe dirigente, o i partiti politici come punti di mediazione rispetto alla società. Il primo che sconvolge tutto è Berlusconi che inventa un modo nuovo di fare politica, che ha poi permeato tutto un ventennio.

Hai paragonato la fase che stiamo vivendo oggi al ’92/’93
È rimasta una politica molto personalizzata: Berlusconi personalizzava tramite le tv e tramite una classe dirigente che veniva tutta dal suo mondo, con l’idea che c’era un prodotto da vendere e degli acquirenti cui andava venduto. In questo ha fatto un’operazione quasi scientifica, da imprenditore televisivo. Altra analogia rispetto a quel periodo: l’azzeramento di un po’ di tutto quello che è corpo intermedio, di tutti i punti di mediazione tra il politico e la società. Berlusconi ha un rapporto diretto, non ama i partiti, li ha sempre avuti abbastanza in antipatia, anche il suo stesso partito Forza Italia. Tanto è vero che chi conosce Berlusconi sa che sta sempre elaborando l’idea di fondare qualcosa di nuovo.

 

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Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

C’era una volta Berlusconi: adesso ci sono Davide Casaleggio e Di Maio
Al di là delle radici economico-politiche su cui si fondano i 5 Stelle – il tema della contrapposizione all’establishment, che è anche un filone politico globale di cui loro sono gli interpreti in Italia – il massimo di presunta democrazia che è quella della rete alla fine si trasforma nel massimo della personalizzazione. Prima decidevano Grillo e Casaleggio, adesso decidono Di Maio e Casaleggio jr.

Uno vale uno”, ma mica tanto
Per quanto il M5S e Forza Italia sembrino molto diversi, da questo punto di vista sono abbastanza simili; e anzi nonostante il M5S nasca in contrapposizione al mondo che voleva sostituire, il modo di far politica è lo stesso. Niente attenzione ai sindacati, all’associazionismo, alle rappresentanze economiche o industriali. Hanno destrutturato completamente tutto quello che c’era prima.

La Lega invece?
La Lega a differenza dei 5 Stelle e di Forza Italia ha un buon radicamento nel territorio, e poi Salvini le ha cambiato pelle. Salvini è una combinazione di politica old style, di radicamento sul territorio, di incontri, ma sempre con l’iPad o con lo smartphone in mano, per cercare il rimbalzo sui social.

Tempo fa ero stato a una festa della Lega, epoca Bossi, e una donna incinta era andata da lui a farsi accarezzare la pancia. Altra festa, cinque anni dopo, epoca Salvini: quel culto magico e un po’ ruspante del leader era sparito, era una festa di partito come tante altre
Salvini, al di là di come uno può giudicare le sue posizioni politiche, è stato un fenomeno ad aver preso un partito crollato e trasformarlo in un partito localista sulla scia di una destra nazionalista che coglie le paure dominanti – la sicurezza e l’immigrazione – e reinterpreta la questione del nord, anche a livello fiscale.

 

Salvini è da un lato l’interprete degli spiriti animali dell’economia e dall’altro delle grandi paure di sicurezza che sono tipiche delle società di oggi.

 

Hai scritto che dopo il 4 marzo “È finito il mondo della politica italiana che abbiamo conosciuto”: in che mondo siamo oggi?
In un nuovo mondo. Intanto siamo l’unico Paese al mondo in cui ci sono due partiti populisti – a me non piace molto il termine populismo, ma usiamolo per semplificazione –  che hanno più del 50%, cosa che non è accaduta in nessun Paese, forse solo con Trump negli Stati Uniti. È un nuovo mondo perché tutto quello che pensavamo nella Seconda Repubblica, che ci sarebbero stati un polo conservatore o moderato e un polo progressista o liberale, è svanito.

Un governo Lega e 5 Stelle ti sembra realistico?
Ho qualche dubbio che Lega e 5 Stelle si mettano insieme, i loro mondi sono molto diversi: i 5 Stelle sono gli interpreti di un populismo più puro, nel senso che ci può stare dentro tutto, senza alcuna distinzione politico-ideologica. Il senso anti-establishment è la loro radice fondamentale, sono interpreti di una visione statalista e assistenziale dell’economia, e non è un caso che abbiano così sfondato al sud e abbiano più difficoltà in Lombardia e Veneto. Quello della Lega è invece da questo punto di vista un populismo più tradizionale, che si sta affermando in Europa.

Non abbiamo parlato né di Renzi né del PD
Se pensiamo a quanto era rilevante tre anni fa e quanto adesso possiamo anche non parlarne, fa capire perché stiamo parlando di un nuovo mondo. Renzi è stata una incredibile esperienza, quasi inimmaginabile, di leadership. Perché Renzi è stato davvero un leader, non c’è alcun dubbio.

L’Italia era innamorata di lui
Sì, gli ha dato fiducia, riusciva ad assorbire tante cose diverse, anche la componente populista, non è un caso che alle europee il M5S prese una discreta sconfitta… Renzi aveva fatto il miracolo di mettere insieme l’eredità democratico progressista, l’avanzata populista, l’energia di un leader giovane e un establishment innamorato di lui.

 

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Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Cos’è andato storto?
So che la psicologia non dovrebbe essere una scienza da applicare alla politica, ma credo che a un certo punto abbiano pesato molto alcuni limiti del suo carattere. Tendeva a giocare troppo nell’immediato. Nel momento in cui ha esaurito la prima fase dell’ascesa, in cui era vincente, avrebbe avuto bisogno di ragionare su un progetto almeno di medio termine. Invece Renzi cerca sempre la sfida del giorno, e questa sfida deve avere sempre un vincitore o uno sconfitto da annichilire.

Vedi Letta, vedi rottamazioni varie, vedi referendum
Ha applicato questo metodo al modo in cui ha rottamato la sua classe dirigente, qualche volta a ragione e qualche volta no. Ma è anche il modo in cui ha affrontato un tema come la riforma costituzionale: per quanto importante non è riuscito a intuire come non fosse il tema decisivo. Come si è visto dal voto i temi decisivi erano le questioni del lavoro, della ripresa, dell’esclusione sociale. Ha puntato tutto su un obiettivo che non era centrale nelle corde del Paese.

Che errori ha commesso?
Due errori politici: il primo aver rotto con Berlusconi, che gli ha tolto la sponda di centrodestra in parlamento, consegnandolo a tutte le divisioni interne del suo partito. Che erano forti ed erano rimaste: lui li aveva “ammazzati” quasi tutti, ma che qualcuno volesse reagire era nell’ordine delle cose. In secondo luogo avere scelto di dedicarsi completamente al referendum e farne la sua battaglia di sopravvivenza.

 

In quel momento Renzi ha messo insieme tutto quello che si poteva mettere insieme come oppositori. Non ha compreso la situazione, anche dopo la sconfitta al referendum, e lì si è rotta quella magia che si instaura con gli elettori. È diventato qualcuno con cui nessuno voleva avere a che fare.

 

Per un leader non saper cambiare rotta, misurare le azioni, selezionare le priorità rispetto alle condizioni che ti si presentano, è un limite grave. È giovane, ha ancora possibilità di recuperare. Ma non ho visto in questo ultimo anno il tentativo di comprendere quello che stava succedendo.

Renzi è leggendario per gli sms ai direttori dei giornali: non oso immaginare quanti ne avrai ricevuti
All’inizio sì! A un certo punto sono finiti… Renzi con i giornali ha un rapporto complicato, perché non concepisce che i giornali possano, come dire, avere qualche dubbio.

In questo è berlusconiano, non capisce come non possa piacere a tutti
Sì però Berlusconi è meno aggressivo, e poi è uno che se hai uno scontro non porta rancore e riparte; mentre Renzi quando litighi, litighi. Con me nemmeno particolarmente poi, sicuramente è stato più forte lo scontro che ha avuto con Ferruccio de Bortoli, il mio predecessore.

Il libro è illustrato dalle vignette di Giannelli: è vero che vi manda ancora le vignette via fax?
Sì sì, confermo. Pensa che di quelle vignette abbiamo parlato un po’ al telefono, gli ho detto un po’ che libro volevo fare, e dopo, cinque, sei giorni me le ha fatte tutte. Eravamo partiti che avrebbe fatto solo la copertina, poi ha detto lui stesso “te le faccio anche per dentro” un regalo, davvero.

 

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Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Di te hanno detto: “Molto pignolo, rigoroso, e anche un po’ rompiballe”. Ti riconosci?
Rigoroso sì, pignolo sì, sono uno che ci tiene che tutto venga fatto a puntino. Rompiballe sì, ma sempre con giudizio.

Una dote che apprezzi nelle persone che lavorano con te?
Che siano aperte e sincere, che esprimano le proprie opinioni, non che se le tengano per timore che non possano piacere al direttore o al capo di turno. Questo è un posto dove si devono elaborare tantissime idee e progetti su dimensione quotidiana, che il giorno dopo vengono misurati dai lettori in edicola. Avere persone franche, dirette e anche rapide nel dire le cose è fondamentale.

Cosa non ti piace invece?
L’accademia, le discussioni, le lungaggini, non andare dritti al punto. E poi non mi piacciono le chiacchiere di corridoio, i pettegolezzi, sono una cosa che proprio non apprezzo. Infatti non ho mai risposto, che so, a Dagospia… mai in vita mia.

Intanto ci sei finito, in un certo senso è comunque un riconoscimento
Personalmente, ne facevo volentieri a meno. Vivo qui, faccio il mio lavoro e quando finisco di lavorare me ne vado in campagna o in montagna a camminare. Non mi piace andare alle feste, non mi piace frequentare i salotti, questa è la mia vita. Ho un’eta sufficientemente avanzata per non cambiarla.

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Luz