Carlo Mollino: il sogno sublime di progettare la vita

Carlo Mollino: il sogno sublime di progettare la vita

È stato architetto, designer, aviatore, fotografo: Fulvio Ferrari ne ha raccolto l’eredità e ci ha fatto scoprire le magnifiche ossessioni di un esteta

Quante vite ha vissuto Carlo Mollino? Non importa.

Perché tutto si tiene nella biografia di questo esteta e architetto torinese, nato il 6 maggio 1905 in una famiglia sabauda più che borghese, e più che benestante – grazie al padre Eugenio, ingegnere e costruttore di fama. Carlo Mollino tra i figli di quella borghesia però è stato più speciale degli altri e ha vissuto – potendo farlo – stabilendo da solo l’altezza dell’asticella che dovevano raggiungere e superare le sue ossessioni. Altezza irraggiungibile per chiunque altro.

Come architetto Mollino non ha poi costruito moltissimo, conta il come ha costruito. Da ricordare a Cervinia c’è la sua “Casa del Sole”, una struttura modernista di 9 piani edificata nel 1955, a Torino passeggiando per il centro si incrocia la sua Camera di Commercio del 1964, ma sarebbe meglio prendere un biglietto ed entrare al Teatro Regio, dove a inizio anni ’70 Mollino “Dopo aver concordemente concertato il complesso dell’edificio nelle sue linee generali […] si dedicò al settore destinato al pubblico, cioè sala, atrio, ridotti e all’architettura in generale.

Il Teatro fu inaugurato il 10 aprile 1973. Lui morì l’anno stesso, il 27 agosto. Al Regio aveva disegnato lui tutto, si dice maniglie delle porte comprese; il Regio è di Mollino.

Più che per un curioso manuale di sci – Introduzione al discesismo, del 1951 – o per gli edifici, o i mobili dalle forme surrealiste, o per il progetto di un’auto incredibile – il Bisiluro – o le imprese aeronautiche, Mollino è però ricordato da una ristretta cerchia di estimatori per le sue Polaroid. Riscoperte dopo la sua morte, pressoché segrete quando era in vita, quelle foto sono infatti il mezzo visivamente più immediato per conoscerlo, l’esca che Mollino ci lancia e a cui abbocchiamo.

 

Gli interni della casa di Carlo Mollino in via Napione 2 a Torino © Vito Maria Grattacaso / LUZ
Gli interni della casa di Carlo Mollino in via Napione 2 a Torino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Nelle istantanee scattate nelle sue abitazioni torinesi troviamo infatti ritratte a centinaia donne, amiche, amanti, languidamente spogliate, o vestite, o agghindate a seconda delle fantasie di Mollino. Quelle Polaroid dove le scattava? Essenzialmente nel villino di strada di Revigliasco. Nell’appartamento al piano nobile della villa di via Napione 2 certamente le conservava. L’appartamento pazientemente riportato alle condizioni originali, affacciato sul lungo Po, è oggi un museo gestito da Fulvio Ferrari e dal figlio Napoleone.

Nessuno al mondo conosce bene Mollino come Fulvio Ferrari: fondatore del Museo Casa Mollino e autore di una dozzina di volumi tradotti in tutto il mondo sul nostro.

Prima di chiederti di Mollino, vorrei sapere qualcosa in più su di te
Di formazione sono un chimico, ma nella vita mi sono occupato di tante cose; sono abituato a montare e smontare le molecole e giunto ormai alla fine della mia lunga esistenza, monto e smonto le storie, che sono molto più complicate delle molecole. Le mie esperienze mi hanno portato a un certo punto della vita a interessarmi di design – negli anni ’70 ho avuto un’azienda che produceva lampade, e le disegnavo anche io – e di lì passo dopo passo sono arrivato a conoscere il lavoro di Carlo Mollino.

Chi è per te Carlo Mollino?
Da quando è stato possibile capire, decifrare la casa dove ci troviamo ora, mi è parso che questo uomo abbia vissuto la vita a un livello molto alto. Per me nel tempo Mollino è diventato l’utensile con cui io stesso tento di decifrare la mia vita.

 

La frequentazione quotidiana che ho di Mollino, questa continua attenzione che ho per quello che lui ha fatto, per me sono capitoli di una scuola sublime a cui ho avuto la fortuna di accedere. Mollino può aprire porte incredibili.

 

In che anni incontri la sua storia?
All’inizio degli anni ’80: l’architetto Toni Cordero mi aveva commissionato di cercargli i mobili di Mollino. Era una richiesta particolare, perché al tempo Mollino era un personaggio abbandonato, dimenticato, sconosciuto. Pensa che alla veglia funebre di Mollino nel 1973 c’erano 5 persone: questo dice molto di com’era considerato al momento della morte, e di lì in poi le cose andarono ancora peggio. La mia conoscenza di Mollino partiva così da un fatto pratico: cercare i suoi clienti, le sue case, i suoi mobili. E scoprire questa casa, in via Napione 2, in cui ci troviamo ora, fu un grande passo in avanti. Anche se non c’erano mobili di Mollino. Al tempo era lo studio di un brillante ingegnere, Aldo Vandomi. Non c’erano mobili di Mollino ma l’ingegnere mi vendette una notevole quantità di materiali fotografici del nostro.

Qual era la relazione tra questo architetto esteta e la fotografia?
Mollino pubblica il suo libro sulla fotografia – Il messaggio della camera oscura – nel 1949, dopodiché nella sua vita non scriverà mai più di fotografia.

Il lavoro fotografico di Mollino prosegue per decenni, ed è complesso: c’è di tutto
Ci sono molte fotografie di architettura, ma poi ci sono le foto che tutti conoscono di donne, e altro ancora: è materiale eterogeneo, non facilmente classificabile. Da quel momento però, quando Vandomi mi vende le foto, le storie che circondano la figura di Mollino cominciano a intrigarmi, anche per come mi vengono raccontate in maniera contraddittoria. Perché capisco che al di là del Mollino architetto, designer, fotografo c’è anche questo Mollino “umano”, pieno di presenza, ma anche di assenza, un uomo che era stravagante, ma ha sempre tenuto molto i piedi per terra.

 

carlo mollino casa museo fulvio ferrari Fulvio Ferrari, fondatore del Museo Casa Mollino di Torino © Vito Maria Grattacaso / LUZ
Fulvio Ferrari, fondatore del Museo Casa Mollino di Torino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Il Mollino emerso negli ultimi dieci anni sembra un po’ un dandy, un po’ un “architetto puttaniere”: ma è una visione semplicistica
Molto spesso le cose di Mollino sembrano contraddittorie, invece si vede che tutto appartiene a un progetto molto raffinato, molto sofisticato, da ingegnere. Mollino era sì architetto, ma aveva un papà ingegnere: da cui aveva tratto un’impostazione ingegneristica della sua vita. Nella sua vita tutto è razionale, tutto è progetto, tutto ha un senso, ma un senso molto profondo, per niente banale.

Dicevi che la casa dove ci troviamo ora era lo studio di un ingegnere: fino a che anni?
Fino al 1999. Dopo il 1973, anno della morte di Mollino, questa casa divenne lo studio dell’ingegnere Vandomi e parte degli arredi furono venduti, la casa trasformata in uno studio. Anche se tante cose di Mollino erano rimaste, e l’ingegnere le conservava in maniera perfetta. Nel 1999 poi l’ingegnere andò in pensione, chiuse l’attività, e in qualche modo scelse me pensando che non avrei distrutto l’interno, o venduto quello che ancora era rimasto. Pensava che avrei fatto come aveva fatto lui, conservato quello che era rimasto, portando avanti un po’ questa storia.

Mollino aveva quattro case a Torino: ma in questa dove ci troviamo non ha mai vissuto
Sì, abbiamo scoperto che Mollino qui non ha mai vissuto. La casa era tenuta da lui segreta. La pittrice Carol Rama abitava di fronte alla casa di Mollino, al 15 di via Napione, e non ha mai saputo che il suo amico Carlo avesse un appartamento davanti a lei. Questo la dice lunga su quanto questo fosse un luogo misterioso.

 

Nessuno si cura di questo aspetto: una persona che ridisegna e arreda con un grande e dispendioso lavoro un interno, per – apparentemente – non farci nulla. La mia molla era tentare di capire che cosa diavolo facesse Mollino in questa casa.

 

Che alla fine non era neanche una casa…
La chiave per svelare il mistero di questa casa è un simbolo che ci ha permesso di aprire la porta della reale conoscenza di chi è stato Mollino. E questo simbolo, come accade spesso in tutta la vita di Mollino, apparentemente è una cosa “slegata” dalla casa.

Qual era il simbolo per capire questo luogo?
La chiave per capire che cosa nasconda questo luogo è dentro il libro Il messaggio della camera oscura che lui pubblica nel 1949, ma che scrive nel 1943, ben 17 anni prima che inizi il progetto di ricostruzione di questo appartamento. Il simbolo è la testa di una regina egizia, che Mollino inserisce nel frontespizio, anche se è evidente, la relazione tra gli egiziani e la fotografia non c’è.

A questo punto entra in gioco la relazione tra Mollino e il mondo dell’occulto
Sì, qui abbiamo una prova di Mollino occultista, non perché Mollino faccia ballare i tavoli o si intenda di cose esoteriche. Semplicemente perché nella nostra vita tutto ci è occulto quando noi nasciamo, è poi nel nostro percorso esistenziale che “apriamo le tende”.

 

carlo mollino casa museo fulvio ferrari Gli interni della casa di Carlo Mollino in via Napione 2 a Torino © Vito Maria Grattacaso / LUZ
Due dei volumi dedicati alle Polaroid di Carlo Mollino nella casa museo di via Napione 2 a Torino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In che genere di percorso simbolico ci vuole accompagnare?
Il percorso di Mollino è un percorso esistenziale, e l’antico Egitto e gli egiziani sono fondamentali. Per tanti motivi, il più importante dei quali è che gli egiziani, 5000 anni fa, inventano il giudizio finale. Alla fine della nostra vita noi saremo giudicati: questo ci dice che la nostra vita è nelle nostre mani, e noi la dobbiamo sapere costruire, a un certo punto dovremo renderne conto. Questo darà alla vita di Mollino un taglio, diciamo, particolare.

Qual è il significato della casa in cui ci troviamo?
La casa dove ci troviamo può essere considerata come una sorta di tesi di laurea finale di Mollino in cui lui riassume quello che è stato capace di capire nella vita, lo riporta in realtà tangibile, visibile, in cui possiamo girare, possiamo vedere, in cui ci possiamo porre delle domande. È un po’ un suo testamento non lasciato a noi, perché Mollino non fa certo questo lavoro per lasciarlo a noi.

Di Mollino molti ricordano le Polaroid e le donne: ci sei tu dietro quei libri meravigliosi
Tutti conoscono le fotografie che vengono definite erotiche di Mollino. Nel 1985 ci fu un primo, piccolissimo libro, dove Daniela Palazzoli e Giovanni Arpino pubblicarono un paio di testi, dicevano che quelle fotografie erano noiose, ripetitive, con un che di tombale addirittura. Una visione per niente erotica, una visione colta di questo materiale. Un punto di vista comunque molto acuto.

 

Tu invece sostieni che Mollino completi se stesso fotografando il femminile
È un completamento della conoscenza che Mollino ha della vita, di tutto quello che sta intorno a noi, e quindi anche della sua parte femminile.

 

Perché fotografa centinaia e centinaia di donne?
Non per il sesso, ci sono molte prove che la sessualità di Mollino fosse assolutamente normale, anzi pare che alle donne fosse un pochino meno interessato rispetto alla media.

Il sesso non c’entra
Abbiamo in mano alcune prove che ci dicono che Mollino non fa questo lavoro perché interessato al sesso, quindi bisogna cercare di capire come mai questo uomo impieghi così tanto tempo per arredare delle case, fotografare delle donne, comprare vestiti e diciamo così progettare una fotografia che poi alla fine lui tiene segreta. Non la usa, non la fa vedere, non la pubblica, e quindi noi stessi non dovremmo vederla.

Come mai in vita tiene segrete le sue Polaroid?
Perché quel lavoro deve essere considerato come la costruzione di una visione di se stesso, in cui lui riflette la parte che manca a ognuno di noi. Non è materiale che lui produce come gli arredi o i mobili, che costruisce per una fruizione, sono immagini non firmate, quindi vuol dire non opere d’arte, non le dichiara come tali; ma evidentemente sono opere d’arte, perché Mollino è un grande artista anche quando si allaccia le scarpe, ma non è questa la direzione in cui lui imposta questo suo lavoro. Mollino cerca la completezza dell’essere umano.

 

carlo mollino casa museo fulvio ferrari Gli interni della casa di Carlo Mollino in via Napione 2 a Torino © Vito Maria Grattacaso / LUZ
Gli interni della casa di Carlo Mollino in via Napione 2 a Torino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In che modo?
Esattamente come spesso fa Mollino usando gli specchi veri, reali – e in questa casa ce n’è in abbondanza – Mollino rispecchia se stesso in un corpo femminile, usando modelle che erano entraîneuse di locali notturni, ballerine, ragazze che sanno muovere il corpo, e su questo corpo possiamo dire che lui veste se stesso, la sua parte femminile.

E torniamo al simbolico
Molto spesso nella vita di Mollino le cose rappresentano simboli: tutto questo lavoro è un autoritratto, è un fluire di autoritratti, è la vita che continua ad andare avanti costruita da Mollino ingegnere in un progetto in cui lui si riflette in questa sua parte femminile che può essere ironica, che può essere, non so, un pochino anche equivoca; è una lettura che ognuno può fare guardando le fotografie, a questo punto non più di donne nude, ma fotografie che celano l’altro animo di Mollino. È un lavoro non facile da capire.

Del resto Mollino aveva scritto la sua autobiografia a 28 anni
La sua vita Mollino la pubblica in un’autobiografia, Vita di Oberon pubblicata su Casabella nel 1932, quando ha 28 anni; e Mollino già descrive la sua vita, la sua vita è tutta progettata. E questa parte del lavoro che lui fa è esattamente la costruzione di una parte fondamentale della sua vita.

 

carlo mollino casa museo fulvio ferrari Gli interni della casa di Carlo Mollino in via Napione 2 a Torino © Vito Maria Grattacaso / LUZ
Gli interni della casa di Carlo Mollino in via Napione 2 a Torino © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Qual è l’eredità di Mollino, il senso di quello che ci ha lasciato?
Capire che nella nostra vita noi dobbiamo approfittare di queste ore che ci passano tra le mani per comprendere che cosa? La famosa parola che tutti usano, la bellezza. Ma non si sa tanto bene che cosa sia la bellezza. Grazie a Mollino ho capito che cos’è la bellezza, e la bellezza non è nient’altro che la bellezza della natura. Quando noi siamo di fronte alla natura siamo di fronte a una bellezza che nessun essere umano è in grado di produrre. Ogni tanto faccio questo esempio. Se mettiamo la più bella scultura di Michelangelo in un angolo e di fianco mettiamo una donna qualsiasi, tutto il mondo prima guarda la donna, poi guarda Michelangelo. La bellezza di quella natura non ha confronto con la bellezza di una pietra; bellissima, ma pur sempre una pietra. Ed è quello che fa Mollino quando fotografando le donne cerca di capire la legge meccanica che fa sì che quell’oggetto, il corpo della donna, contenga queste leggi di una bellezza ineffabile, che ci fanno e faranno sempre girare la testa.

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Luz