La forza gentile

La forza gentile

Alessandra Perrazzelli è vicepresidente di A2A ed è stata la prima banchiera donna d’Italia: partendo ventenne dallo studio legale del fratello di Fabrizio De André

Celati nelle vie più prestigiose di Milano, il Circolo dell’Unione, la Società del Giardino, il Clubino, sono luoghi per pochi. Circoli per gentiluomini deputati al networking d’alto profilo, che nell’elenco dei soci vantano nobiltà, professionisti di buon livello e nel complesso classe dirigente; nulla di male, le relazioni contano.

Il problema è che i gentiluomini spesso sono gli unici ammessi. Le donne, no. Così a un bel momento una donna si è stufata e si è fatta promotrice di un circolo in cui le donne erano ammesse, il Club for Leading Women, all’interno di Clubhouse Brera in Foro Bonaparte. Ecco in breve chi è Alessandra Perrazzelli.

Avvocatessa nata a Genova, curriculum impressionante tra l’Italia, gli Stati Uniti e Bruxelles, ex presidente di Valore D, è stata la prima banchiera donna d’Italia – country manager per Barclays, fino al 2017 – e da gennaio 2018 è vicepresidente di A2A. Di sé dice “Ho cambiato spesso luoghi, professioni e persone. Restando attaccata alle mie origini”.

Alessandra Perrazzelli, lei è stata la prima banchiera d’Italia. Come ha fatto?
Mi sono avvicinata alle banche tanti anni fa e ho fatto un percorso all’interno di Intesa Sanpaolo, il mestiere l’ho imparato lì. Nella posizione di country manager sono stata messa da una banca non italiana ma straniera, che ha voluto investire in un momento di discontinuità nel nostro Paese. E questo dice tanto.

 

Se guardo anche altre amiche e donne che hanno posizioni apicali, nella stragrande maggioranza è perché sono state realtà multinazionali che hanno creduto in loro.

 

Io sono grata a chi a suo tempo mi prese per gestire una realtà straniera in Italia.

Un dettaglio: quanto dura una selezione per un ruolo di quel genere?
Circa sei mesi.

Quanti colloqui?
Non ricordo neanche più quanti: gli esami non finiscono mai. Se non ricordo male tra i 10 e i 12 colloqui, un processo senza fine, che in sé fu un’esperienza. Fu veramente lunga e strutturata.

So che è un periodo di cambiamenti, da Barclays ad A2A; ma so anche che nella sua vita il cambiamento è una costante. Come si affronta?
Credo che ci siano delle stagioni diverse nel cambiamento. Le modalità del cambiamento riflettono molto le stagioni della vita. Cerco sempre di mantenere viva la curiosità, e considerare sempre il nuovo come un’opportunità.

A proposito di cambiamenti: laureata in Italia è andata a New York subito, sul finire degli anni ‘80
Crescendo avevo avuto come modello uno zio che aveva girato il mondo, ed era arrivato a New York; ma quello zio, nel mio immaginario di bambina, era stato lo zio della Nigeria, lo zio avventuroso, che tornava a casa in Liguria portandosi dietro un mondo esotico. Un anno tornò con una bellissima fidanzata nera, io e mia sorella rimanemmo incantate, pensando che fosse una principessa. Passammo due giorni sperando di diventare nere anche noi.

Immagino ci sarà stato anche un elemento più razionale
Sì, mi sono laureata con una tesi sui bilanci consolidati, e al tempo il bilancio consolidato era una novità. L’idea di andare negli Stati Uniti a studiare questa parte del diritto mi sembrava fondamentale.

 

intervista alessandra perrazzelli
Alessandra Perrazzelli, vicepresidente di A2A. © LUZ

 

A proposito degli studi, ha detto che bisogna coltivare “l’arte della critica” e il “dissenso operoso”. Cosa sono e soprattutto, come si imparano?
Intanto, leggendo sempre anche altri libri, non solo testi scolastici. Capire che il dissenso, il non andare d’accordo con un’idea mainstream, non può ridursi a una critica, deve essere operoso. Bisogna sempre portare idee nuove, alternative, avere sempre il coraggio non solo di criticare, ma anche di proporre. È un bene contrastare, ma è un bene portare una propria idea. Credo che questo sia un tema che nella scuola italiana si coltiva poco, ma credo sia fondamentale per il pensiero strategico.

Ha girato il mondo, New York, Bruxelles, Roma, ed è finita a Milano: che cosa ha di speciale Milano in questi anni?
Intanto avevo il desiderio di tornare a casa, sono anche madre di due figli, che sono nati in Belgio e sono per metà irlandesi e metà italiani. Volevo fargli conoscere le loro radici italiane. Quando sono rientrata era ancora la Milano pre-Pisapia: dopo le elezioni del 2011 ho visto cambiare la città in una maniera incredibile. Mi sono sentita parte di un cambiamento e mi sono riappropriata della mia identità italiana attraverso la rinascita di questa città. Sono arrivata nel momento giusto.

Sempre a proposito di scuola: ha detto che l’università è meritocratica, mentre il mondo del lavoro meno
È uno shock che i ragazzi hanno quando escono dall’università. All’università studi, sei bravo e vai avanti. Quando entri in azienda intanto c’è una grande differenza tra i generi.

 

La disparità salariale tra donne e uomini si manifesta immediatamente al momento dell’entrata nel posto di lavoro, ed è il contrario della modalità meritocratica alla quale gli studenti sono abituati.

 

Si entra a pari livello, molto spesso si fanno percorsi di carriera diversi.

È stata a capo di Valore D fino al 2013: in termini di occupazione femminile, gender gap, riduzione delle disparità di genere a che punto siamo in Italia?
Siamo messi male. Le ultime rilevazioni del WEF ci danno molto indietro dal punto di vista del rapporto di gender gap tra uomini e donne, pur in presenza di leggi come le quote nei cda, che sono benchmark europeo. Il vero problema è la cultura. Un tema di cultura del Paese, del ruolo che alla donna viene ancora assegnato: sentiamo anche i toni della campagna elettorale. Le donne a far le mamme, gli uomini a divertirsi.

Stereotipi di genere che fanno ancora leva?
Fanno leva, come fa leva l’idea dell’esistenza di una razza, o parlando della Lombardia, fa leva spingere sul pericolo dei migranti invece di guardare alle infiltrazioni mafiose e della ‘ndrangheta. Sono elementi che hanno una solida base nell’inconscio collettivo, ma sono pregiudizi irrazionali, in Italia particolarmente radicati, proprio perché esiste ancora una cultura molto patriarcale, molto maschile. Una cultura che tiene lontana la donna da centri decisionali e centri di potere.

Quando cambieranno davvero le cose?
Inesorabilmente cambieranno, ma se noi non acceleriamo questo cambiamento anche con delle misure positive, delle azioni affermative, rimaniamo un Paese molto lontano dallo sviluppo e dall’utilizzo dei talenti che si fa altrove. Ci perdiamo.

Lo scandalo Weinstein, #MeToo, sono uno spartiacque? O tempo sei mesi e tutto torna come prima?
No, è uno spartiacque. Dobbiamo fare una differenza tra Italia, Europa, mondo. In determinati Paesi c’è già una cultura molto avanzata sulle diversità di genere, o sulla diversità di orientamento sessuale. Colpisce molto che laddove negli Stati uniti, in UK, le donne che hanno parlato hanno ricevuto attenzione, in Italia Asia Argento è stata rimbrottata e travolta dai “se” e dai “ma”.

 

intervista alessandra perrazzelli
Alessandra Perrazzelli, vicepresidente di A2A. © LUZ

 

Alessandra Perrazzelli, l’eloquio ce l’ha: mai pensato di entrare in politica?
Me lo sono domandata molte volte. Il problema è che l’offerta politica oggi nel nostro Paese non lascia tanto spazio. Non esiste lo spazio per un’offerta concreta al di fuori dei grandi partiti, che hanno delle logiche diciamo molto particolari. La paura – soprattutto per chi come me ha costruito con grande fatica una vita professionale – è imbarcarsi in un’esperienza che termina con un segno negativo.

Carriera e famiglia: leggendo in giro sembra che sia riuscita a non rinunciare a niente. Qual è il segreto? Lo dica anche a noi. Vede anche le serie tv?
Adesso sì, ho cominciato anche con le serie! Però le rinunce ci sono state eccome. La scelta per una donna di lavorare a questi livelli e di avere una famiglia passa attraverso il fisico, nel senso che bisogna davvero avere tanta forza, e anche avere una disponibilità economica per avere aiuto. Perché senza la possibilità di avere in casa una persona che ti possa aiutare, che possa esserci quando tu non ci sei… vorrei che questo fosse chiaro.

Da soli e da sole non si va da nessuna parte
L’altra cosa fondamentale per una donna è la scelta del padre per i propri figli.

 

Bisogna scegliere persone che abbiano una condivisione profonda del progetto famigliare, che siano disposte a prendersi una parte del lavoro e della responsabilità che compete a un genitore.

 

Le donne che hanno uomini che si disinteressano completamente alla famiglia hanno una strada in salita.

È nata e cresciuta a Genova: le manca?
Per anni quando ero molto lontana mi mancavano la luce, il mare. Quella possibilità di avere davanti il mare. A Genova sapevo dove andare perché mi guardavo intorno e vedevo il mare. Mi mancava la luce della Liguria, certe giornate di sole. Adesso che sono qui non mi manca più.

Ha vissuto per anni a New York
New York, dopo Genova, è la città della mia nascita. Io sono nata a Genova e rinata a New York, ci vado sempre, ho tanti amici, li ho coltivati nel corso degli anni. È la città che mi ha fatto capire che tutto ciò che desideravo era possibile, è stata la città che mi ha fatto capire che ero ok. Da lì è partito tutto.

Altra tappa della sua carriera: Bruxelles
Lì mi sono trovata bene, Bruxelles è anche il luogo dove sono nati i miei figli, dove ho fatto una famiglia, è legata al ricordo personale del ritorno a casa con i bambini. Se ripenso a Bruxelles, penso a un senso di unità. Se New York era il pallino dell’energia, Bruxelles è stata più un focolare.

Roma?
Roma è stata per me l’incontro con lo Stato, con le istituzioni, con le grandi aziende del settore pubblico. Quindi con tempistiche completamente diverse. È stato uno shock, ma ho capito tante cose.

Più che a New York, se uno ce la fa a Roma ce la può fare ovunque
Assolutamente sì. Perché lì ci sono i tempi della politica, applicati al business. È tutta un’altra storia, lì l’ho dovuta imparare. Roma l’ho approcciata andando a lavorare insieme a Corrado Passera con Poste Italiane, era il grande momento della liberalizzazione dei servizi postali. Bilancio positivo comunque.

Prima di cominciare la nostra chiacchierata, parlavamo di De André. Ha lavorato nello studio legale del fratello Mauro
Sono andata a lavorare lì prima di laurearmi, al tempo bastava un anno di pratica di avvocato e l’ho fatta lì. Mauro De André era un avvocato importante all’epoca, era la controfigura di Fabrizio; mentre Fabrizio era un artista, un po’ sregolato, con la camicia fuori dai pantaloni. Anche Mauro però aveva una parte della personalità completamente creativa, cantava anche lui, tra l’altro con una voce stupenda, l’ho sentito a un matrimonio e sono rimasta incantata. Poi ho scoperto che aveva scritto anche delle canzoni col fratello.

Che personaggio era Mauro De André?
Mi incuteva un timore pazzesco, un uomo asciuttissimo nella comunicazione. Ne avevo anche un po’ paura. È stata una scuola interessantissima, lui è stato l’avvocato di Raul Gardini, col quale si cominciavano a fare le grandi acquisizioni. Avevamo un ottimo rapporto. Poi però avevo il sogno di andare negli Stati Uniti, quando stavo per partire mi disse “Tra un anno torna”. Tornai 25 anni dopo.

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Luz