L’uomo che ha visto tutto 

L’uomo che ha visto tutto 

Reagan e Saragat, la Londra anni ‘60 dei Beatles, De Gaulle e il ’68 parigino, l’URSS in disfacimento: da Mosca a Washington, Sergio Romano è stato ovunque. E ricorda ogni dettaglio

Sergio Romano, classe 1929, diplomatico, scrittore, storico e giornalista. Si è presentato con puntualità impressionante a ogni appuntamento con la Storia: ha visto tutto, conosciuto tutti. Una carriera diplomatica che comincia alla Farnesina nel 1954 e si allunga per decenni, sempre nei luoghi chiave del cambiamento nel secolo breve: Londra, Parigi, Mosca.

Titolare di una rubrica di posta sul Corriere della Sera proseguita per 11 anni, ha insegnato ad Harvard e in Bocconi, dato alle stampe una quantità di saggi storici, appunti e memorie che per elencare adeguatamente servirebbe un articolo a parte. A dover scegliere un’opera: Memorie di un conservatore, del 2002. Ultimo libro: Trump, edito da Longanesi, un ritratto del Presidente imprevisto, a un anno dalla sua elezione.

Nato a Vicenza, vive a Milano in un grande e luminoso appartamento a pochi passi dal Duomo: tra pendole gigantesche che rintoccano ogni mezz’ora e librerie sconfinate dove accumula migliaia di tomi, a occhio di altri secoli.

Professor Romano: questo momento le ricorda qualcosa del passato?
Negli studi storici si possono sempre trovare delle analogie, la totale originalità della storia non esiste, molte vicende si assomigliano. Ma attenzione, sono sempre diverse.

Passo indietro: novembre 2016, il mondo viene sorpreso dall’elezione di Donald Trump. Se lo aspettava?
Io sì, non sono stato totalmente sorpreso. Avevo l’impressione che vi fosse negli Stati Uniti un malumore, uno scontento, nei confronti di Obama. In molti hanno sottovalutato l’impopolarità di Obama.

Non arrivava in Europa
L’Europa non la capiva. Il Presidente faceva cose che noi, in Europa, ritenevamo giuste: non potevamo immaginare che ci fossero degli americani a cui queste cose non andavano giù. Detto questo, noi conoscevamo molto male Trump. Ogni tanto era arrivato giusto alle pagine di cronaca…

A noi italiani ricordava Berlusconi
Quando mi hanno chiesto se Trump assomigliasse a Berlusconi, ho detto che al confronto Berlusconi è un gentiluomo.

Primo anno di presidenza Trump: un bilancio
Una lunga sequenza di decisioni e controdecisioni, l’uomo ha dimostrato la sua totale imprevedibilità. Ci sono due costanti su cui possiamo fare conto quando parliamo di Trump.

 

La prima costante di Trump è che farà sempre il contrario di quello che ha fatto Obama: è una specie di reazione automatica, è come se gli colpissero il ginocchio con un martelletto.

 

In secondo luogo non si può prevedere davvero quello che farà, perché è fondamentalmente un uomo d’affari con una fortissima spregiudicatezza, e una capacità di abbandonare l’affare nel momento in cui è convinto che non si vada da nessuna parte.

Ribalta il tavolo
Esattamente. Ma se intuisce che c’è un minimo di convenienza nell’affare che prima aveva accantonato, lo fa. Lo fa senza problemi. E poi naturalmente, attenzione, Trump avrà già scoperto che un Presidente degli Stati Uniti non governa.

In campagna elettorale aveva ovviamente puntato sul contrario
È molto curioso come questo Presidente abbia divinizzato l’inquilino della Casa Bianca, ne ha fatto un padrone del mondo: in effetti il diritto di fare la guerra ce l’ha lui, ma in realtà i pesi e contrappesi nella Costituzione americana sono tali per cui viene arginato in tutti i modi. Guardi quel che sta facendo il Segretario di Stato: gli ha dato del “Moron”, dell’idiota. Ha osato dire che il suo capo è un idiota.

Sulla comunicazione, sembra che in questa presidenza vero e falso non abbiano più importanza
Ah certo, anche se lui continua a dire che le notizie che lo riguardano sono false, sono delle fake news. A un certo punto accusare le notizie di essere false fa parte di questo gioco, in cui nessuna notizia è vera…

Tutto vero e falso allo stesso tempo
Certamente. Io credo che sia un dato dovuto alle nuove tecnologie e alla rivoluzione del mondo dell’informazione. La durata di vita delle notizie si è enormemente accorciata. E poi tutti gli uomini di Stato di quel tipo sono affascinati dalla possibilità di lanciare messaggi che vengono immediatamente letti, e che per la loro brevità possono essere letti da un numero considerevole di persone.

 

leonardo cendamo sergio romano © luz
Sergio Romano nel 2002 © Leonardo Cendamo / LUZ

 

Un parallelo che volevo chiederle: Reagan e Trump
Con Reagan siamo rimasti molto colpiti dal fatto che un attore fosse diventato Governatore della California e poi Presidente. L’altro giorno qualcuno mi ha detto “Sa che anche Cheney potrebbe aspirare a diventare Presidente”. Be’, io ho risposto che Reagan era un cattivo attore ed è stato un buon presidente, mentre Cheney potrebbe essere un eccellente attore, ma rischia di essere un pessimo presidente.

Ha incontrato Reagan più volte
Reagan lo ricordo bene. Nel 1967 ero nel gabinetto di Saragat e accompagnavo il Presidente nei suoi viaggi, così a un certo punto finiamo in California, a Los Angeles. Lui era Governatore della California: accolse Saragat ed era chiaro da come parlava che quell’uomo non stava semplicemente recitando un copione; tanto più che lui le ossa se le era fatte come sindacalista degli attori.

Nel libro parla di due Americhe che hanno sostenuto Trump
Se lei guarda la carta geografica è evidente. Trump è stato votato da una parte degli Stati Uniti rurale, in qualche modo non veramente moderna, ancora legata a vecchi principi e criteri, e che grossomodo copre un’area che è quella centrale, con l’unica eccezione dell’Illinois. E con l’unica eccezione di Chicago.

 

I voti elettorali dell’Illinois sono andati così tutti alla signora Clinton; anche se non la amavano molto; ma detestavano di più Trump, più di quanto amassero la Clinton.

 

Se lei poi va a vedere tutta l’America centrale e gran parte del sud ha votato per Trump, ed è guarda caso l’America meno dinamica, meno immaginativa economicamente, che non ha veramente ancora assorbito le nuove tecnologie. E che è stata duramente colpita dalla globalizzazione.

Un’america rimasta indietro
Proprio così, un’America che ha visto malissimo quell’eccesso di regolamentazione che Obama si è portato dietro. Quello che loro detestano, per esempio del trattato sul clima… il trattato sul clima impone una serie di regole che possono essere relativamente tollerate da quelle aziende che bene o male vedono nella globalizzazione delle occasioni da cogliere. Ma quelle che non vedono nella globalizzazione delle occasioni da cogliere, le detestano.

Nel libro lei cita una frase di Angela Merkel: “Noi europei dobbiamo prendere in mano il nostro destino”. Come si fa?
Quella frase era volutamente generica non specifica, tutti sono liberi di dare a quella frase una interpretazione. Prendere in mano il proprio destino significa assumersi la capacità di difendersi, non delegare ad altri il compito di difenderci. Se quella frase ha un senso, e la signora Merkel ha i meriti che noi le attribuiamo anche intellettuali, quella frase significa: basta con la NATO.

Per fare i famosi Stati Uniti d’Europa
Sì. Anche se a questo punto meglio non chiamarli così, la parola “Stati Uniti” ha forse perso quel tono magico che aveva. Meglio adottare un’altra forma, Unione Europea e basta. Dare un contributo federale all’Unione Europea; non è necessario cambiare nome.

Perché l’Europa ha ancora paura della Russia?
Siamo davvero tenuti a giudicare la Russia? È quello il problema. Io credo che i problemi nei rapporti delle potenze siano “Posso o non posso stabilire con quel paese dei rapporti che servano a lui, ma che servano anche a noi?”. I Paesi che non sono affidabili sono Paesi con cui è meglio fare meno affari possibile.

 

È inaffidabile la Russia? A me è sempre sembrata molto affidabile. Perché mi è sempre sembrata infinitamente più cauta e prudente di quanto non si creda.

 

Quale ruolo per la NATO in questi equilibri?
La NATO non è un’alleanza militare come le altre, è un’alleanza politico-militare costituita con un Capo di Stato Maggiore, comandante supremo dell’alleanza permanente. È uno che va in ufficio tutte la mattine e fa esattamente quello che fanno i Capi di Stato Maggiore: prepara la prossima guerra. È quello il suo mestiere. Per preparare la prossima guerra, la corporazione militare ha bisogno di un nemico. Su quali basi può preparare una guerra se non sa contro chi la deve fare?

È stato a Mosca tra il 1985 e il 1989: quando è tornato l’ultima volta?
C’era già Putin, sono passati 3 o 4 anni. Grandi magazzini, lusso, denaro che in qualche modo circolava, rispetto ai ricordi che avevo dell’Unione Sovietica, un altro mondo. Edilizia di lusso, le vecchie dacie che diventavano ville…

Nel posto giusto al momento giusto
Sono arrivato che Gorbačëv era Segretario Generale da 4/5 mesi, proprio agli inizi.

Fine della Guerra Fredda, fine dell’Unione Sovietica: qualcuno parlava di “fine della Storia”
Ha commesso un errore Fukuyama, un errore generoso, in un certo senso. Anche una provocazione.

Si riesce mai a conoscere la Russia?
Per quanto mi riguarda “i compiti” li ho fatti, cercando di vedere il massimo possibile e capire il massimo possibile.

 

La Russia è un Paese grosso e complicato, non c’è niente da fare. Qualche volta lo è anche per loro, nel senso che anche tra loro hanno dei problemi di comprensione e di comunicazione. Un Paese multietnico, multireligioso. C’è tutto e il contrario di tutto. Un Paese che si governa soltanto dal centro.

 

Terminata la carriera diplomatica, ha tenuto per 11 anni una rubrica di posta sul Corriere: le manca?
Sì, mi manca. Direi una bugia se le dicessi che non mi manca.

Era meravigliosa
La ringrazio. Il Corriere però aveva una nuova proprietà, che voleva cambiare: e i giornali devono cambiare, è normale, e d’altro canto io da qualche tempo avevo cominciato a chiedermi come si fa a uscire da una cosa che funziona. Tutto ha una fine. Tranne il wurstel che ne ha due: “Alles hat ein Ende, nur die Wurst hat zwei”. È un proverbio tedesco. Cosa vuole, non ha molto senso piangerci sopra.

Il sogno americano è finito?
L’America si è immaginata come esportatrice di valori democratici, di virtù democratiche, civili. Il Paese che poteva veramente insegnare qualche cosa al mondo, e naturalmente la Seconda Guerra Mondiale ha enormemente rafforzato questa convinzione. Si è autorappresentata come portatrice di grandi valori civili, istituzionali, morali. Volevano essere un paese diverso, forse lo sono stati, e comunque ci hanno creduto. Questo ha oscurato l’esistenza ai nostri occhi di un’altra America: razzista, di Ku Klux Klan, di suprematismo bianco…

 

leonardo cendamo sergio romano © luz
Sergio Romano nel 2002 © Leonardo Cendamo / LUZ

 

Ce lo siamo sempre un po’ dimenticato.
Virtù e valori comunque c’erano, e compensavano. In questo modo però noi non abbiamo voluto vedere tante altre cose, non abbiamo voluto vedere che esistevano servizi di intelligence che un certo lavoro sporco l’hanno fatto. Faccio un piccolo salto a lato.

Certamente
Lei sa che in questo momento negli Stati Uniti cercano di, come dire, eliminare Trump con un continuo riferimento al ruolo che la Russia avrebbe avuto nella sua vittoria, naturalmente, gli hacker russi… e a un certo punto il New York Times ha ritirato fuori la storia di Radio Free Europe.

Una stazione radio sovvenzionata dalla CIA
Era una creatura della CIA, ma con una novità: l’avevano presentata come una creazione spontanea dell’opinione pubblica americana. E sono andati avanti così per anni, e anni, e anni, e per meglio accreditare la tesi che Radio Free Europe fosse una organizzazione spontanea della società americana, hanno messo in scena ogni anno una raccolta di fondi che produceva grossomodo 1 milione di dollari. Peccato che per organizzare la raccolta ne spendessero di più. Il vero bilancio di Radio Free Europe era di 30 milioni di dollari! Che oggi fingano di scandalizzarsi perché la Russia andava a leggersi le carte del Comitato Centrale Democratico e le passava a qualcuno che potesse intorpidire le acque… francamente, niente di strano.

È stato a Londra fino al 1964
Sono arrivato a Londra nel 1958, due anni dopo Suez. E anche lì, la cosa interessante è che dal fallimento della spedizione di Suez l’Inghilterra è uscita con una sorta di rivoluzione dei costumi. Ha cambiato se stessa. Se lei va vedere quello è l’anno degli angry young man, in cui la moda è cambiata, con la minigonna per esempio. Quando lei andava in quegli anni a Portobello, il mercato antiquario, la cosa buffa era che vedeva la bandiera britannica come motivo ornamentale per camicie e gonne. Un orgoglio, ma anche tanta spregiudicatezza nel trattare la bandiera non come un oggetto sacro, ma come un oggetto popolare. La spregiudicatezza nei costumi, la rivoluzione sessuale che noi abbiamo cominciato a fare col ’68, da loro è arrivata prima.

 

Come con la Brexit: l’Inghilterra anticipa sempre
Guardi che l’Inghilterra parte sempre per prima, è una cosa buffa, riesce sempre a farle prima queste cose. E le fa a modo suo, con la sua finezza, la sua intelligenza, la sua spregiudicatezza.

 

A Londra negli anni dei Beatles: mai visti dal vivo?
No, non amavo quella musica.

Altro appuntamento con la storia: tra il 1968 e il 1977 era a Parigi
Sono arrivato con De Gaulle. A un certo punto l’Ambasciatore, per dirle come era diverso quel mondo, annunciò all’Eliseo la sua partenza. Il Generale De Gaulle lo invitò a colazione con i suoi maggiori collaboratori, tra cui io, e le signore: che avrebbero dovuto mettere il cappello. Mia moglie non ha mai messo un cappello in vita sua, quindi di corsa a cercare un cappello per la colazione con De Gaulle… Dopodiché il Generale ci ricevette e ci dissero che aveva l’abitudine di chiedere in queste occasioni un piccolo curriculum di ciascuno degli ospiti. Aveva l’abitudine di fare conversazione come fosse in una vecchia corte; come non fu con Pompidou, come non lo fu Giscard D’Estaing. C’era stato il ’68, e il ‘68 è una frontiera.

Il ’68 a Parigi. Perfetto
Molto entusiasmante. Io non ho mai amato il disordine, e lì di disordine ce n’era, ce n’era parecchio. Ma quando è fatto con tanta eleganza…

Tra il 1985 e il 1989: Ambasciatore italiano a Mosca
Anche lì, le cose stavano cambiando. I tempi si erano fortemente accelerati, nella prima fase non ancora, c’era una certa gradualità. Ligaciov aveva persuaso Gorbačëv a fare una campagna contro l’alcool. Guardi che le campagne contro l’alcool sono una di quelle cose ricorrenti in Russia, a un certo punto c’è sempre qualcuno che si scandalizza, che dice “Non è possibile che da noi l’operaio quando esce al pomeriggio dalla fabbrica, va subito a comprarsi la bottiglia” accadeva così. In generale nei negozi degli alcolici arrivavano tra le 17 e le 18, si guardavano in giro e compravano una bottiglia in tre. Non perché ci fossero dei limiti, ma perché la compravano e la bevevano subito, sul posto. In tre: era il numero giusto per dividere una bottiglia di vodka in mezz’ora.

Dicevamo della campagna anti-alcool in Russia
Quando io arrivai c’erano già progettati da tempo dei ricevimenti in Ambasciata. E noi offrivamo tutto quel che c’era da offrire: vino, liquori, aperitivi…

Ai russi piace il vino?
No, il vino è una roba georgiana per loro. Georgiana o moldava, perché anche quella parte romena della Moldavia aveva le vigne. Non era vino di grandissima qualità, ma lo Zar Nicola aveva fatto a Tbilisi una scuola di enologia: un tentativo l’avevano fatto di portarli sul vino e sottrarli alla vodka. Al ricevimento, abbiamo scoperto che i nostri ospiti russi avevano paura, eh sì, perché non è che ci fossero degli ordini, ma il clima in quel momento era “no alla vodka”. Siccome non avevano ancora capito chi fosse Gorbačëv avevano ancora un po’, come dire… di precauzione. Al buffet andavano per il succo d’arancia. La campagna è durata neanche 6 mesi.

Poi abbiamo visto Eltsin
Eh eh, anche lì: scoraggiarlo a bere era impossibile.

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Luz