Il desiderio di essere come Mara

Il desiderio di essere come Mara

Mara Maionchi si racconta: dagli esordi ai successi, e nel mezzo tutto, Morricone, Battisti, Tiziano Ferro e Fedez compresi. Perché è sempre meglio “essere circondati da persone più brave di te, che pensare siano tutte pippe”

Ride nei nostri schermi casalinghi ormai da anni. Anzi: esercita quella risata sincopata, ritmata, scandita da tre distinti “ah” consecutivi che è una delle sue cifre. Piange nei nostri schermi da anni. Si commuove perché così va, perché qualcuno “le è arrivato” o ha captato – con le sue antenne – un disagio nascosto nella melodia. È coinvolta, e lo mostra; oppure non è affatto impressionata, qualcosa non l’ha convinta, guarda in basso verso il plico di fogli spillati sul tavolo dei giudici, chiude le labbra dipinte da una striscia di rossetto arancio, o rosa acceso, o rosso ogni volta che non approva quanto ha visto e ascoltato. È bellissima: davvero, lo è. A 76 anni. Con quella messa in piega eterna, i capelli rame, le camicie ampie con il colletto alzato e gli orecchini didascalici a forma di stella o di nota musicale. Non è una macchietta, nonostante dopo tanto tempo continui a essere assolutamente se stessa e sia dunque assai riconoscibile nelle sue idiosincrasie. Dice “cazzo” ogni due minuti. È Mara Maionchi. Che ho intervistato a casa sua.

Prima dell’incontro ho letto l’autobiografia di Mara, Non ho l’età (Baldini & Castoldi, 2009). E mi sono venute in mente talmente tante domande da farle che sono arrivata con una scaletta lunga due pagine di Word che ricostruivano la sua vita dalla nascita a oggi. Non sorprende neppure me che sia riuscita a fargliene soltanto una manciata: Maionchi è una donna autorevole dal pensiero vorticoso e, seduta sul suo divano fantasia, a un certo punto ho gettato la spugna consentendole di dettare la direzione della conversazione. I miei appunti non li ho guardati più anche perché quando Mara ti parla ti fissa, ti vede. E forse questo è, in parte, il segreto della sua maieutica: la stessa che ha dato origini al successo di innumerevoli musicisti.

Mi sono appassionata a una serie tv che si chiama Downton Abbey“, dice prima che comincino le vere e proprie domande, come se fosse un prologo all’intervista. Il suo televisore, al contrario di quanto ci si aspetterebbe da un personaggio del mondo dello spettacolo, non è particolarmente grande; ma è soverchiato da una libreria piena di volumi, fotografie e Tapiri d’oro. “I nostri nobili non erano neanche come i loro, e poi questo concetto che hanno gli inglesi almeno nell’epoca, come ognuno è dignitoso nel proprio lavoro, benché io non sia così favorevole al cazzo di inglese, ma… Cioè, non è che non sia favorevole ma credo che quella anglosassone sia un’altra cultura. Non tutte le nostre parole sono traducibili nelle loro e viceversa. Volete un caffè?“. Mara allude a uno dei suoi mantra in X Factor: “cantate in italiano.

Una soddisfazione che arrivati ai bootcamp dell’undicesima edizione del talent in cui è riapparsa – dopo una pausa – nella veste di giudice le regalano sempre più concorrenti. “Sì, comunque mi piace da matti Downton Abbey. È fatto molto bene. Devo dire che queste emittenti… Sky e gli altri… hanno un modo di fare televisione molto moderno, eh. Si vede un po’ di differenza. Cioè, vedere la serie tv è come vedere un film. Adesso dimmi“.

Il tuo libro, Non ho l’età, è divertente. Accessibile. 
Be’, tanti mi dicono che potrei scrivere qualcos’altro. Però ci sono dei fatti che accadono e riguardano da vicino anche altre persone, è meglio non essere esagerati. Io sono sovente esagerata ma preferisco esserlo con quello che mi gioco io. 

È il racconto della tua carriera, ed è di ispirazione. Perché nel lavoro ti sei mossa come una freccia: verso l’alto. Si resta abbastanza affascinati.
Devo dirti che anche io sono affascinata dalla mia stessa carriera, non so come ho fatto. Rido, ma è vero! Ho cominciato a lavorare nel 1959. Sono sessant’anni fa, quasi. E lavorare è una delle cose che amo. Ho avuto la fortuna di cominciare nella musica per caso. Ho letto un annuncio sul Corriere della Sera. Mi sono presentata che avevo già fatto altre cose. Pensa che due anni fa al Ciak mi ha invitato l’amministratore delegato dell’azienda per cui ho iniziato a Milano. Facevo le relazioni sull’effetto degli anticrittogamici su una coltivazione per esempio di tabacco, parlavo con gli entomologi. Hanno fatto una cena dopo una convention finale e mi sono divertita. Cioè, l’amministratore delegato era il nipote del mio capo, eh. Sono stati carini, si sono ricordati. 

Nel 1965 ti sei trasferita da Bologna a Milano. Vivevi a casa di tua sorella e hai trovato lavoro presso un’azienda che produceva antiparassitari, appunto. Due anni dopo, in seguito a una sfuriata da parte del tuo capo di allora, hai cercato altrove. Hai letto su un giornale che la Ariston Records cercava una segretaria per l’ufficio stampa.
Ho avuto la fortuna di incontrare delle persone capaci. Voglio dire, quando ho lavorato con Alfredo Rossi che era il proprietario dell’etichetta, un grande editore, ho imparato moltissimo. In ufficio eravamo io e la Rosanna Mani, che fa ridere perché lei adesso sta a Tv Sorrisi e Canzoni. Io facevo la stampa e lei la produzione dei dischi. Guarda che parliamo proprio della preistoria. 

Da segretaria di ufficio stampa sei diventata responsabile. Nel 1969 ti sei spostata alla Numero Uno, etichetta di Battisiti e Mogol, appunto, dove sei stata assunta come ufficio stampa.
Sì, nel 1976 mi sono anche sposata. Tardi. Ma sai, non l’ho fatto scientificamente: mi sembrava sempre di essere giovanissima, poi a un certo punto ho guardato l’orologio e mi sono accorta che erano passati un sacco di anni.

 

Non so, mi sentivo una ragazzina. In effetti mi sento una ragazzina anche adesso. Si vede che è un modo di essere. Il corpo mi ricorda ogni tanto del tempo: magari mi fa male un ginocchio, come in questi giorni, e penso che forse è arrivato il momento di smettere. 

 

Nel tuo libro parli spesso di quanto sia importante l’intraprendenza.
Sì, e saper cogliere le opportunità senza paura. Ammazza, mi viene in mente quando sono andata a Sanremo la prima volta, che nessuno mi conosceva. Mi presentavo a tutti e dicevo: “Salve, sono Mara Maionchi, faccio l’ufficio stampa“. L’avrò detto 825 volte. Sono nate tante amicizie. Spesso proprio dal fatto che mi sono buttata. 

Quindi anche la faccia tosta ha giocato un ruolo non indifferente. Ho letto un aneddoto interessante: dovevi occuparti di Ornella Vanoni che teneva molto a una copertina sulla rivista Oggi. Averla era difficile, perché c’era da competere con un’altra grande artista, così facesti letteralmente la posta al direttore per due giorni.
Poveretto il direttore Buttafava, me lo ricordo con grande amore! Che pazienza. Ma la Ornella era disperata. Era il grande momento di Mina, tirava tantissimo e non c’è dubbio che la copertina di Oggi era una cosa che secondo la Vanoni – parliamo della fine degli anni Sessanta – era importantissima, ci teneva da matti. Buttafava me la fece per rassegnazione. Ricordo benissimo che mi disse: “La faccio solo se lei va via“. Aveva ragione. Era come se fosse stato preso d’assedio. Ma non chiedevo niente, stavo seduta lì e basta. Non avevo bisogno di parlare, sapeva già cosa volevo. 

Nel 1975 hai fatto il salto: da ufficio stampa ti sei trasformata in editrice. A cavallo del passaggio da Numero Uno a Ricordi hai conosciuto Gianna Nannini. Un’artista che hai capito, e con cui hai lottato per fare emergere e dar forma al potenziale sovversivo che oggi conosciamo. Molti anni dopo avresti intuito anche il talento di un ragazzo impacciato che si era presentato (senza successo) alle selezioni dell’Accademia della Canzone di Sanremo, Tiziano Ferro. 
Devo dire che sempre la determinazione mi è stata utile con Gianna e Tiziano, sia come valore proprio che come valore da passare. A diciotto anni veniva a far sentire le canzoni a me e Alberto, si sentiva dire continuamente di no, fa schifo, non va bene due volte a settimana, facendo avanti e indietro da Latina.

 

Tiziano mi ha odiato per un periodo, quando si è presentato a Sanremo e non è passato, ma non era pronto. È arrivato decimo. Ha avuto un piccolo premio che lo ha ripagato di alcune spese che sicuramente avevano fatto i suoi genitori, ma la verità è che gli è andata bene a non essere scelto. Quella timbrica speciale che aveva avuto sempre era una cosa, ma la qualità delle canzoni l’ha guadagnata.

 

Se gli fosse andata bene immediatamente il tempo non gli avrebbe concesso di scrivere pezzi così particolari. E Gianna… Mamma mia, ‘na pippa che l’avrei ammazzata. Però la volontà la devono avere tutti. Ed è per questo che i ragazzi di X Factor di oggi possono essere meno fortunati, perché hanno subito successo e gli manca quel pezzetto di marciapiede di mestiere, come si diceva una volta, che ti consente di imparare a sfruttare meglio le occasioni. 

La tua materia è sempre stata, in qualche modo, il successo degli altri. Lo è ancora.
È bello. È molto piacevole perché quando lavori molto tempo su un’artista hai una soddisfazione immensa. Mi ricordo quando abbiamo ascoltato Tiziano in classifica in Italia, in Francia. È stato un regalo. E oggi tutti dicono i talent di qua, i talent di là… Ma accanto a Sanremo e alle radio, i talent servono. Possono servire specie se uno non ha trovato immediatamente una strada. È un’occasione per mettersi in gioco non tanto con il pubblico ma con il lavoro che vorrebbero fare. Un grande vantaggio. Mica è semplice entrare in contatto con dei grandi professionisti. Se poi uno ha le capacità può succedere di tutto, ma l’impegno viene prima. Il senso di show come X Factor si vede nel percorso di persone che hanno davvero e già scelto la musica come professione. L’importante è sapere che si tratta un lavoro. Ci si diverte per poco tempo quando si ha il risultato, poi arrivano i problemi: quando bisogna mantenerlo.

 

Intervista Mara Maionchi
Mara Maionchi e Alberto Salerno nella loro casa © Alberto Bernasconi / LUZ

 

A volte parli di come l’industria discografica abbia attraversato momenti alterni di sperimentazione e conservazione.
Un po’ tutto il mondo, dai. La musica è la colonna sonora della nostra vita. I tempi cambiano. Dal 1965 alla fine degli anni Settanta c’è stata la rivoluzione culturale, la contestazione… La storia è entrata nelle canzoni, il linguaggio si modifica in base alle modifiche sociali. Vola, colomba! nasce dal fatto che gli americani erano a Trieste. Niente accade a caso. Se uno sta attento, trova la società anche nella maniera di raccontare i sentimenti. ‘Mazza, la Nannini con America impose che la donna era libera di fare la stessa vita degli uomini. Voglio dire: le canzoni sono più importanti di quanto la gente non pensi. E se non pensa è perché non ne ha capito la dimensione, appunto, sociale. Forniscono un racconto dell’epoca in cui si vive. E vabbe’, se uno non lo capisce… pazienza. Bob Dylan oggi ha avuto un riconoscimento letterario. Potrebbero averne, da noi, Guccini e De Gregori. Mio marito ha scritto Io, vagabondo dei Nomadi e ti assicuro che al funerale di Guccini… No, tocchiamo ferro. Di Muccioli, i ragazzi del recupero la cantavano. Dio è morto dei Nomadi, cazzo, è ancora attualità. Le canzoni raccontano lo spirito del tempo. Del modo di vestire, del modo di apparire, delle possibilità di un certo momento storico. Tutte le canzoni. 

Secondo te la musica, nel 2017, sta vivendo un momento di sperimentazione o conservazione?
Be’, adesso ci sono i rapper. Fedez è uno bravo. Sta nel suo tempo. Io non so se sono altrettanto brava a essere nel tempo, ma lui è un figlio del suo tempo. Poi, certo, una canzone può piacere o non piacere, ma ciò che conta è che sia giusta per la persona che la canta. Parlando dei giudici che sono con me a X Factor, mi è piaciuta anche Levante. È una ragazza che ha cantato delle canzoni coraggiose. Eh, ci vuole coraggio per cantare “Che vita di merda” o “Sei un pezzo di merda“. Cioè, capita di pensarlo. È una buona sintesi. Ed è molto meglio gridare a un fidanzato “sei un pezzo di merda” che piangere tutta la vita, eh. 

Levante, Nannini hanno in comune, quindi… 
Ma certo, le donne possono essere come gli uomini. Abbiamo però delle differenze. La donna crea e conserva. L’uomo invece è più un pirlaccione in giro per il mondo, ma questo fa parte della natura. Un giorno gli è stato detto “va’ e procrea“, e lui è andato e ha procreato, ma mica ci ha guardato tanto a che cazzo procreava, non gliene fregava niente, il suo compito era quello. La donna fa altro, ecco, ha un compito diverso, più lungo. Gli uomini un attimo ed è tutto finito. Perché i padri sono presenti, sì, ma… Mio marito è stato bravo, io però lo tenevo come grande riserva. L’accordo era: io vado avanti, e se la richiesta delle ragazze è normale dico di ““; se deve essere “no” si ricorre invece al padre, si passa dal Salerno. Se vuoi avere un rapporto buono con le tue figlie – aperto, in cui ti raccontano delle cose – non puoi essere l’ultimo banco di autorizzazione, perché non si fidano. Con questo metodo, invece, rimane che il papà è cattivo. E vabbe’, chi se ne frega, per una volta. Per me anche era così. Mio padre era l’ultimo baluardo. Se diceva di no il discorso era chiuso. 

Mara, ti definisci una ribelle?
No. Preferisco la parola “controcorrente”. Io sono una persona ubbidiente perché se prendi un impegno e conosci le regole del gioco quelle regole le devi rispettare. 

Sempre in Non ho l’età parli della tua giovinezza a Bologna: vedevi davanti a te un destino preciso che non desideravi, sposarsi e avere figli.
Tutta la provincia mi dà questa sensazione. Milano mi dava quella della possibilità. Non avevo esperienza, non sapevo cosa mi aspettava. Non è che non ami Bologna, mi piace, ma mi faceva pensare a una struttura preesistente: le donne si sposano, fanno i figli… Non mi sembrava che fosse il massimo. Cioè, io mi sono sposata poi. E i figli li ho avuti. 

 

Non bisogna fare le cose perché qualcuno ci dice che bisogna farle, né come bisogna farle. Sposarsi è anche una rottura di coglioni. È una vita di regole e le regole hanno un bel po’ di rotture di coglioni. È brutto dirlo?

 

Per niente. 
Certo, tante cose poi ti ricambiano della rottura di coglioni. È un equilibrio. 

Un’altra scelta controcorrente: Alberto Salerno, tuo marito, ha dieci anni meno di te. Vi siete sposati negli anni ’70 dopo molte esitazioni da parte tua.
Eh, se io ne avevo 25 Alberto era a 15, era un po’ prestino, insomma. Nisa, suo padre, è morto giovane, nel 1969. Mio marito ho continuato a vederlo perché faceva l’autore. Erano anni elettrizzanti. C’era Nanni Ricordi per la scuola genovese (Paoli, Tenco) e c’era il signor Ennio Melis. Ancora oggi mi viene difficile dargli del tu, anche parlando di lui e non con lui. Era incredibile. Imparavi il mestiere soltanto guardando la sua faccia, le sue reazioni. Ha fatto tutto il cantautorato italiano. Ha creato dei colossi. Poi tutto è cambiato, va bene. Comunque sì, quarant’anni fa non era normale fidanzarsi con uno di dieci anni più giovane. Adesso lo è un po’ di più. Secondo me è giusto che le donne siano più grandi. Pensavo tra me e me a cosa sarebbe successo se Salerno – che quando l’ho sposato aveva 26 anni, io 35 – fosse stato con una più piccola, lui che ama stare a casa sempre. Pensa se quella gli chiedeva “usciamo stasera”. Che rottura di coglioni. Si sarebbero rotti i coglioni lui e lei. A me piace uscire, andare in giro. Io vado.

È una questione di indipendenza.
Le donne devono essere più indipendenti. Specie nel matrimonio bisogna essere entrambi indipendenti. Se uno cade vittima dell’altro, se uno deve chiedere… Non va bene. Bisogna confrontarsi sulle cose fondamentali ma ognuno deve avere la propria vita, perché altrimenti si arriva inesorabilmente a un momento difficile. Io e Alberto avremmo potuto divorziare 422.322 volte. È capitato di dirsi “hai rotto il cazzo, adesso basta“. Perché secondo me l’ultima speranza, quella che non muore mai… è il divorzio. Non devi mai mollare quella cosa lì che dà un influsso al proseguimento della storia. Se vivessimo sapendo di non poter divorziare sarebbe tragico. Io non è che mi sia sposata pensando che avrei potuto divorziare ma ce lo siamo detti pure, spesso. Solo che non è mai successo perché lui cercava sempre il famoso residence, come si chiama. Residence Principessa Clotilde, ecco. Non ci è mai andato. 41 anni insieme. Non è una passeggiata per nessuno. Facevamo delle risse tremende ma alla fine ridevamo perché il motivo scatenante di solito era abbastanza stupido. In quel momento, quello della litigata, però, era sempre importante. Difendevi le tue posizioni. 

Tu e Alberto siete stati e siete ancora quella che si dice in inglese “power couple”. Due persone molto forti nel loro campo, che nel vostro caso era anche lo stesso.
Sul potere non lo so, ma abbiamo lavorato insieme. Abbiamo litigato parecchio anche in quel caso. La prova nel nostro mestiere ce l’hai solo se l’artista arriva in classifica, e poteva essere dura convincere l’altro che qualcuno poteva funzionare se non ci credeva. Che poi c’è una grossa responsabilità morale anche nei confronti di un artista, è una cosa cui penso di frequente. Si danno consigli, si spinge a migliorare… E se poi, invece, non va bene? Il dubbio terribile di far fare a qualcuno la cosa sbagliata pone problemi grossi. Non c’è da avere il cuor leggero. 

 

Intervista Mara Maionchi
Mara Maionchi © Alberto Bernasconi / LUZ

 

E come si fa? È questione di istinto?
Eh, sì. Il successo non si fa quando si ha una bella voce. Ci vogliono più ingredienti, è un’alchimia. 

Sei d’accordo quando Levante, per esempio, chiama i concorrenti di X Factor “artisti”?
È giovane, dai. Cazzo, quanti artisti ci sono allora? E vabbe’. È una forma carina “avanti il prossimo artista” perché lei pensa alla parte artistica di ciascuno di loro. Tutti ce l’abbiamo. Però la parola in sé designa più uno che ha già dato qualche soddisfazione. Lo apprezzo; ma non sono capace di farlo io. Prima di chiamare qualcuno artista devo aver passato un lungo tempo di convinzione. Non è che basti fare una canzone di successo per essere un artista. Giorgio Gaber è un artista. Jannacci è un artista. Sono persone che hanno fatto cambiamenti. Morricone ha detto una cosa interessante a proposito. Sai che l’ho conosciuto in Rca? Era un interno, faceva arrangiamenti anche di Paoli o Vianello. Ha detto “Uno si siede per fare un film e…” come si dice? Non mi viene. Aspetta che vado a chiedere al Salerno perché mi è piaciuto da matti. Cazzo. 

[Mara si alza davvero e va a chiedere ad Alberto, nell’altra parte della casa, ndr]
L’ispirazione. “Non è che uno si siede e ha l’ispirazione: è nella tenacia e nel lavoro che trova la soluzione“. Ecco, uno magari ha la capacità, ma senza lavoro non serve a niente. Bisogna imparare a guardarsi attorno. Io non ho molto la concezione dell’aura poetica dell’artista.

 

Per me quelli bravi sono quelli che lavorano tanto. Battisti, con cui ho lavorato cinque anni, era un impiegato della canzone. Si alzava la mattina alle nove e andava a dormire alle nove la sera dopo essere stato su una canzone per due giorni. È faticoso fare l’artista.

 

Nel mio caso, quando si fa un mestiere da un po’ di anni ci si accorge quando uno scrive in maniera diversa. Da lì lo segnali e parte il processo di creazione fino ad arrivare alla completezza. Capisci facilmente se un artista ha qualcosa da dire, ma non sai quanto ha da dire. Non ancora. È di nuovo il risultato della sua perseveranza a contare. Ci sono le idee ma quelle idee bisogna trattenerle e raffinarle. 

Sei stata una delle prime donne dirigenti nella discografia italiana, del resto.
Non la prima, però. C’è stata la Mimma Gaspari. In assoluto la più forte di tutti. Era il capo della promozione della Rca, e ha lanciato Renato Zero. C’è stata Caterina Caselli che è stata bravissima. Quando è entrata in azienda non la voleva nessuno perché aveva sposato il figlio del padrone, cosa che le creava problemi enormi perché sembrava fosse imposta. Invece ha resistito, e a muso duro è riuscita a spaccare. Perché la Compagnia Generale del Disco era una grande venditrice, ma di singoli; lei invece ha fatto l’Ascolto, ha confezionato l’album di Pierangelo Bertoli. Ha combattuto molto però, eh, i dirigenti erano tutti contro perché aveva sposato Piero Sugar. Ma io non mi sono sentita in difficoltà in quanto donna pure lavorando in un ambiente che era composto all’80% dagli uomini. Ero abituata a giocare con i maschi fin da piccola. 

E con tutti i tuoi successi alle spalle, e la tua vita controcorrente come dicevamo, quale consiglio daresti a una donna che vuole farsi strada, nel 2017?
Non bisogna pensare alla carriera, bisogna lavorare. La carriera se viene viene, e se non viene pazienza. L’importante è andare a letto alla sera contento di aver fatto le proprie scelte. Lascerei perdere la programmazione, penserei piuttosto a essere curiosa e soprattutto a non avere paura di spostarsi. Ci sono dei posti dove crescere è difficile o impossibile. E poi: bisogna avere il coraggio di alzare la mano. Di dire “Ci sono io, lo faccio io” anche se non si sa fare qualcosa benissimo, se non ci si sente perfettamente esperti. Tanto impari. Ti abitui. Non dico di mentire, ma di farsi avanti e sfidarsi. Se non sei un maestro in qualcosa ma se stai attento, se copi, se ti industri ce la fai. Ci sono persone più geniali di altre, ma è l’eccezione. Le persone normali invece devono vivere nel presente, non nel futuro. Però c’è anche una cosa che mi ricordo mi disse Guido Rignano, ai tempi amministratore delegato di Ricordi. Quando gli chiesi qual era il segreto della sua carriera mi rispose: “L’unica cosa di cui ho avuto veramente bisogno è stata la salute“. Perché volava di qua e di là, non stava mai fermo. Ecco. Prima di tutto credo sia indispensabile la salute. E la fortuna non guasta. 

Anche la fiducia in se stessi, il coraggio di portare avanti le proprie opinioni.
Ma io sulla fiducia in me stessa qualche volta ho barato. Sulla libertà no, bisogna essere liberi. E guardarsi attorno. Mentre percorri una strada, osserva: potrebbe esserci qualcuno che ti può essere d’aiuto. L’importante è essere sempre allerta, se si vuol fare qualcosa. Sempre attenti a quel che accade nel proprio ambiente. Quando sono arrivata nella musica non era una mia passione. Se non fossi stata aperta non avrei capito che era la mia strada. Quando ero giovane ero arrogante. Forse un po’ troppo. Per fortuna ho trovato chi mi ha messo a posto. Mi ha fatto male lì per lì, ma è stato utile. 

Quindi secondo te contano anche l’umiltà, e la modestia?
No. Conta la consapevolezza. Dei propri meriti. Anche dei propri limiti, che conviene ammettere. Perché magari trovi qualcuno che ti dà una mano a superarli. Che poi, cosa vuol dire umiltà? È molto meglio essere, appunto consapevole di non essere né nessuno né qualcuno. Di avere da imparare. Secondo me ci si trova meglio a pensare di essere circondati da persone che sono più brave di te che a pensare che siano tutte pippe.