Deckard, chi era costui?

Deckard, chi era costui?

Per prepararsi a “Blade Runner 2049”, divagazioni a corpo libero fra Philip K. Dick e Ridley Scott

C’è la selezione che infonde scioltezza, solide certezze e un rigoroso atteggiamento professionale; per affrontare come si deve la giornata, meglio impostarla sul livello D, il più intenso.

C’è la selezione 34, un eccitante talamico per stizzirsi il giusto, quanto basta per prevalere in ogni discussione. La preferita di chi scrive, la selezione 594, stimola nella moglie un riconoscimento compiaciuto della superiore saggezza del marito in tutti i campi. Non bastasse, è consigliata la selezione 104, da gustarsi insieme lui e lei.

Volendo, e anche alla portata dei bambini – di cui comunque non c’è traccia, tranquilli -, c’è sempre pronta una bella dose di suggestione autoaccusatoria, selezione 382, che amplifica ogni sensazione di disagio e trasporta dritti nelle lande fangose della depressione.

Poi, quasi ovvio, per i pigri o gli indecisi ci sono la selezione 888, il desiderio di guardare la televisione qualsiasi cosa trasmetta, e dulcis in fundo la 3, che esalta la voglia di selezionare selezioni.

Sono queste le meraviglie con cui Philip Kindred Dick decide di aprire, già quando inizia a scriverlo, nel 1966, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Nato nel 1928, lo scrittore è fresco di matrimonio – uno dei suoi 5 – e a sei anni dal suo primo tentativo di ammazzarsi. Non è comunque un buon momento per lui. Anche perché non lo sarà mai, nemmeno quando diverrà chiaro a tutti che la sua penna ha cambiato per sempre la letteratura fantascientifica (e forse non solo quella): da intrattenimento pulp per ragazzini, prima, ad avanguardia delle elucubrazioni controculturali, poi.

 

E insomma, al solito, nel ’66 Dick sta sotto un treno. Per questo inizia Ma gli androidi… dispensando un elenco di selezioni meravigliose. Paradisi artificiali, a voler essere precisi.

 

Sono gli stati d’animo garantiti dall’apparecchio Penfield, l’organo degli umori, un generatore elettrochimico di sensazioni tanto efficace da essere (diventato) l’interfaccia obbligatoria per tutto il genere umano. Almeno quello, e sono solo gli scampoli, rimasto sulla Terra, un pianeta agonizzante, lacerato e corroso da una guerra atomica di cui nessuno ricorda più motivi ed esito, ma di cui tutti conoscono le conseguenze – “i primi a morire furono i gufi” svelerà l’androide Rachel qualche pagina dopo. È una Terra in cui ogni cosa testimonia quanto gli errori dell’Uomo pesino: dal fuggi fuggi delle persone sane, le uniche ammesse alle colonie extraterrestri, agli animali finti, di cui è bene essere provvisti per dimostrarsi amorevoli.

Non è un caso che come ogni altra sensazione, lo stimolatore Penfield fornisca anche l’accesso al lato mistico dell’Umano, una visione condivisa e partecipata in cui il nuovo profeta dell’empatia, il dio catodico Wilbur Mercer, invita a provare il suo dolore mentre, salendo una collina, lo lapidano.

La chiave è tutta lì: nell’empatia. La capacità di sentire qualcosa con e per gli altri. Di percepirne il fremito, la gioia o il trambusto di vivere. Siano pure, gli altri, pecore elettriche.

 

Harrison Ford, settembre 1981 © Edoardo Fornaciari / LUZ

 

È un talento, chiamiamolo così, estraneo a chi sia fatto di circuiti, cavi e valvole. Tipo gli androidi, per dire, e a prescindere da quanto avanzati siano. Vedi il modello Nexus-6.

Per questo, e solo per questo, a loro dà la caccia Rick Deckard, il bounty hunter rimasto sulla Terra con pochissimi altri, fra cui la moglie Iran, che sembra detestarlo quando non gli è indifferente: il lavoro di Deckard consiste nel ripulire ciò che rimane del mondo da quegli oggetti antropomorfi, quei manichini del tutto identici all’uomo salvo che per l’incapacità di sentire l’altro da sé.

È un cacciatore di androidi, lui. E loro subumani al cui confronto sono meglio anche le “teste di gallina”, le persone cui le radiazioni, la polvere e chissà cos’altro hanno offeso il cervello per sempre.

La chiave di Ma gli androidi…, si diceva, è tutta lì.

Eppure in Blade Runner sembra non essercene traccia.

 

“Una testuggine? Che cos’è”?

 

Nella trasposizione cinematografica del 1982, Ridley Scott e la giostra di sceneggiatori alternatisi prima di arrivare alle immagini, quella da cui Dick venne tenuto ben alla larga, il Penfield non lo menzionano mai. A farne le veci rimane il ben noto Voight Kampff, il test per misurare la reattività emotiva dei presunti replicanti – non androidi, si annoti. Ma è un far le veci parziale. Meglio, è un cambio di prospettiva che se da una parte conserva una delle intuizioni più potenti dell’opera scritta, quella contiguità fra umano, artefatto e coscienza su cui Dick ha sempre invitato a riflettere, dall’altra ne ribalta il senso.

Sembrerà un azzardo, ma per dirla in breve Blade Runner è il negativo di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Film e libro restituiscono la stessa immagine, ma ne invertono i colori.

La cartina tornasole ha un nome e un cognome: guarda un po’, è proprio Rick Deckard.

Tanto per cominciare, e non è un caso, nel libro il personaggio non è mai descritto. Non c’è una riga che lo definisca grasso, alto, o pelato. Non c’è un paragrafo che suggerisca quanto opportuna è stata la scelta di Harrison Ford per interpretarlo.

Tanto che prima di Ford, a Scott e collaboratori vennero in mente Robert Mitchum, Burt Reynolds, Clint Eastwood, addirittura Sean Connery, Jack Nicholson e Paul Newman. A un certo punto, la scelta sembrò cadere su Dustin Hoffman; esistono tantissimi schizzi che lo ritraggono già negli ambienti e con i costumi definitivi. Hoffman sarebbe stato perfetto per dar corpo alle inquietudini di un cacciatore a premio qualunque, un cane di paglia da marciapiede cyberpunk. Perfetto per tutti, ma non per Scott.

 

Harrison Ford, settembre 1981 © Edoardo Fornaciari / LUZ

 

Il regista britannico era convinto non avesse il physique du rôle del detective che lui aveva in mente. Perché forse, e qui il punto torna, secondo lui Blade Runner avrebbe dovuto esplodere il personaggio. Avrebbe dovuto portarlo là dove Dick non voleva affatto approdasse: alla soluzione di una metafora travestita da indagine. Detto in breve, all’amore.

Che sia quello per una donna, anche se replica, o per la vita, in fondo, che differenza fa?

A insistere sulla complessità del personaggio fu proprio Ford. A Londra, mentre stava girando Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, si presentò a Scott e al primo sceneggiatore, Hampton Fancher, con in testa il celebre cappellaccio dell’archeologo. Ridley non ne fu felice; voleva che il suo Deckard, fedele allo stile delle detective story anni 30 e 40 con Humphrey Bogart, si distinguesse portandone uno identico – peraltro, il gioco di specchi avrebbe intrigato non poco Dick.

Fu ben più soddisfatto nel constatare come la nascente star, l’unica davvero diventata tale fra gli interpreti di Star Wars, controllasse perfettamente la mimica facciale, fosse parecchio sveglia e soprattutto attratta dalle caratteristiche del personaggio. “È un detective che non indaga mai – sottolineò Ford dopo aver letto lo script originale – facciamogli scoprire qualcosa”.

 

Quelle caratteristiche e la voglia di Ford di confrontarsi con un registro drammatico fino ad allora a lui poco proposto, devono aver convinto il regista: per tutto il film Deckard sarebbe stato alla ricerca di qualcosa finitogli dentro. Anche nel senso di “esaurito”, o almeno interrotto.

 

Qualcosa di tanto pericoloso da permettere di chiamare il cacciatore di “lavori in pelle” – altra intuizione splendente – “Blade Runner”. Uno che corre sul filo del rasoio, alla faccia di William S. Burroughs – cui il titolo fu rubato – e con buona pace di Dick, che non fosse morto 3 mesi prima, nel giugno 1982 avrebbe visto il suo protagonista ribaltargli i pensieri. O forse estenderli. Questo, a Scott, doveva interessare un sacco.

Sia chiaro, nel libro gli androidi sono stronzi; e lo sono tutti, compreso il loro capo, che si chiama Roy Baty (re pipistrello), con una “T” in meno del Batty di Rutger Hauer (re folle), e non a caso è una figura marginale, notturna. Sono imitazioni spietate, egoiste, soprattutto pavide.

Per loro confondersi con l’uomo è un vezzo pericoloso, non una disperata ricerca del senso di sé, il desiderio di confrontarsi con il mistero della propria creazione. Addirittura il rapporto fra Deckard e Rachel ha un che di squallido. La loro unica notte di sesso, in un albergo, diventa il trionfo delle macchinazioni di lei sulle insicurezze di lui.

Eppure è il segno di un disvelamento progressivo, frequente in tutta l’opera di Philip Dick: Deckard si rende conto di dover combattere quanto lo sta disumanizzando. Fa sempre più fatica a capire cosa lo distingua dalle macchine che disprezza. Non che abbia dubbi veri sul proprio corpo di carne e sangue, il che a pensarci bene è anche peggio.

Ma si perde, come un personaggio di Kafka (e dickiano fino al midollo), nella vana ricerca di un senso della realtà. Di più, si strugge nell’anelito verso qualcosa di vero – a un certo punto, come sempre in Dick, la crescente paranoia si traduce in una finta centrale di polizia, che fa credere a tutti, lettore compreso, che Deckard sia un androide a sua volta. Un dubbio a dire il vero sollevato da ogni androide “ritirato” dal cacciatore.

 

Harrison Ford, settembre 1981 © Edoardo Fornaciari / LUZ

 

Beninteso, il punto non è scoprire se il protagonista sia artificiale a sua volta. Perché tolto anche l’ultimo brandello di spiritualità, il mercerianesimo rivelatosi fasullo, non rimane comunque più niente di effettivo a separare l’uomo dall’inanimato.

Lungi dal replicarsi, l’umano non è nemmeno più capace di definirsi.

Blade Runner non suggerisce forse l’opposto?

 

“Have you ever retired a human by mistake?”

 

Nel film di Scott, Deckard ritrova la vita, l’universo e tutto quanto dentro chi pensava inorganico, bell’e morto. O comunque vivo a metà.

Roy Batty e Rachel non sono che lo specchio pulsante, il negativo, anzi, il positivo, del predatore che dovrebbe ritirarli. È attraverso di loro che Deckard scopre cosa sia o si possa definire umano.

È su di loro che lui si riflette. Letteralmente: facendo l’amore con l’una e scambiandosi con l’altro, in un montaggio formale che ne sottolinea l’identità, alla fine del film. Quando infatti è Batty a dargli la caccia, ad avere, come lui, una mano ferita e il dubbio che il tempo a propria disposizione sia agli sgoccioli.

E non serve ribadire quanto la teoria che ritiene Deckard un replicante sia non solo legittima, ma auspicabile – un’altra volta nel film, non nel libro. Non serve nemmeno ricordare che uno dei monologhi più potenti e belli della storia del cinema – “Io ne ho viste cose…” – si dissolve nel manifesto più toccante della finitezza dell’Uomo – “…e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia” (a proposito, sì, la chiusa fu improvvisata da Hauer sul set).

Data per scontata una contiguità sempre più spinta fra virtuale e realtà, serve capire come distillare quel che ci rende non replicabili. E poi proteggerlo. Serve imparare che la missione della nostra specie, forse, è costruire un mondo più pacifico, empatico e compassionevole. Sulla Terra come in qualsiasi colonia extramondo.

Difficile trovare qualcosa di tanto lontano da Dick, eppure così fedele al suo spirito. Sembra quasi di leggerne L’esegesi. Nel senso del suo testo testamento.

Esatto, “Più umano dell’umano”.

O così, o spero che la selezione 594 funzioni davvero.