Mariangela Melato: un’educazione milanese

Mariangela Melato: un’educazione milanese

“La gente di me sa quello che deve sapere”: una biografia che è un compendio di milanesità, tra lavoro, risate, libertà. E la fama vissuta come accidente

Milano non sa raccontarsi e, per proprietà transitiva, anche i milanesi non ci riescono tanto bene. Ma ciò non significa che Milano non proietti un immaginario, che non esista un’idea diffusa di milanesità o che i suoi figli non siano stati in grado di testimoniare quel carattere sfuggente eppure connotato, il perpetuo divenire che è il marchio della città della Madonnina.

La letteratura che l’ha raccontata non abbonda, le canzoni si contano sulle dita di una mano, nel cinema è quasi sempre stata uno sfondo, raramente protagonista. Eppure, Milano ha prodotto tanto in termini culturali e non, e pur avendo il pudore di non parlarsi addosso, ha i cassetti pieni di storie.

Tra queste storie, quella di Mariangela Melato è un paradigma. È una storia fatta di cose che sono un compendio di Milano: tanto lavoro, molte risate, grande libertà e la fama vissuta come accidente. Melato è stata un’emanazione dell’attitudine più profonda della città, un impasto di popolarità asciutta ed eleganza borghese, umanità, stravaganza. Caratteri che si ritrovano nelle pagine di Testori, Bianciardi, Buzzati, Scerbanenco, in certe cronache del Corriere della Sera e che l’hanno accomunata ad altri milanesi eccellenti: Piero Manzoni, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Franca Valeri.

Come loro, aveva il dono dell’umorismo: sapeva essere divertente senza cercare la risata consolatoria, il berciare, la battuta grassa. Come loro, aveva una nobiltà che viene dal quartiere, che si costruisce sull’abitudine all’essenziale e una pragmaticità lombarda unita alla passione per il mestiere, che significa non voler mai andare a casa, neanche quando si saluta l’ultimo tecnico luci e si spegne la sigaretta sul selciato della porta di servizio.

 

Tra tutti, è quella che ha impersonato meglio il volto femminile della Milano a cavallo tra tradizione e contemporaneità, tra Italia e Europa, tra creatività colta e cultura operaia.

 

Milano tre milioni
respiro di un polmone solo
che come un uccello
gli sparano
ma anche riprende il volo
Milano lontana dal cielo
tra la vita e la morte
continua il tuo mistero.

Lucio Dalla, Milano (1979)

Che Mariangela Melato fosse qualcosa fuori dal comune si era capito subito. Nata nel 1941 in zona San Marco, domicilio in via Montebello, vicino all’Accademia di Belle Arti di Brera dove studierà pittura, sotto un cielo illuminato dai pathfinder e dai bombardamenti.

Famiglia come si dice di estrazioni umili, figlia di un “ghisa” – quelli che una volta erano vigili urbani e oggi polizia locale – e di una sarta molto abile, un fratello più grande e una sorella più piccola. Mariangela è una bambina musona, timida, non riesce a frequentare le scuole in maniera regolare: “Non giravano tanti soldi a casa mia. Ricordo anche molte sale d’aspetto dei medici e, nella prima adolescenza, noiosissimi ricoveri in ospedale, tra adulti ai quali non avevo molto da dire. Non ci sono ville nella mia infanzia. Non ci sono governanti né viaggi nelle capitali d’Europa”.

E ancora, a proposito dei suoi primi anni: “La mia infanzia non è stata felice, avevo una malattia che mi ha sempre fatto sentire diversa. Questo ha fatto scattare in me una gran voglia di rivincita nei confronti delle fragilità che riconosco di aver avuto.

Si mantiene all’Accademia facendo la vetrinista alla Rinascente, poi nel tempo libero frequenta lo storico Bar Giamaica dove canta con la sua caratteristica voce roca – quella che lei stessa definisce “la mia voce da camionista” – e passa il tempo con gli amici artisti, che il padre non vede di buon occhio. “Mi coloravo e mi bistravo tanto che, quando arrivavo al Bar Giamaica, si stupivano perfino i pittori: Manzoni, Dova, Migneco, Recalcati. Mi avevano affibbiato un soprannome “l’occhio che vuole la sua parte”. Riuscivo a far restare a bocca aperta perfino il mio innamorato, un fotografo. Per tanti anni, la gente nel mio quartiere ha continuato a ricordarmi così.

Con il fagotto della sua vocazione acerba percorre tutti i giorni la strada verso la Rinascente, strada che passa davanti all’Accademia dei Filodrammatici ed è lì a ricordarle il suo desiderio più profondo: recitare. Si prepara in segreto agli esami, da sola, e convince Esperia Sperani, che ne intuisce subito il talento, leggendo due poesie di Prévert.

 

Mariangela Melato nel 1999 © Roberto Grazioli / LUZ mariangela melato biografia
Mariangela Melato nel 1999 © Roberto Grazioli / LUZ

 

Sarà la curiosa omonimia con Maria Melato, la celebre diva degli anni ‘20, che le fa da nume tutelare, ma la ragazza comincia a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo e a farsi notare, anche grazie alla compagnia di Fantasio Piccoli. Viene chiamata per una particina a Bolzano ma i genitori sono contrari, perciò scappa senza valigie e per un anno intero perfeziona allo sfinimento quel microscopico ruolo.

Il rapporto con la famiglia non è un idillio, soprattutto la madre sembra non capire le ragioni di quella figlia “tuta matta”: “Mia madre è morta mentre mi stavo riavvicinando a lei. Ha sempre vissuto per la famiglia e, a suo modo, mi è sempre stata vicina. Ma ci siamo capite tardi. Questa che sto per dire è una cosa difficile da confidare, perfino a me stessa. E so che la farebbe soffrire. Eppure io, per anni, da bambina e da ragazza, ho vissuto con la sensazione che lei non riuscisse ad accettarmi”.

 

Da bambina sono stata una diversa mio malgrado. Poi ho voluto esserlo, ho trasformato il mio handicap nella conquista di una faticosa unicità. Ma purtroppo non ho mai avuto la sensazione che mia madre mi fosse complice in questo cammino. Me l’ha trasmessa invece papà: sempre anche quando veniva a tirarmi via dal bar Giamaica, prendendomi per un orecchio e trascinandomi, umiliata, a casa

 

Alla fine i genitori si rassegnano alla sua scelta e le mandano i vestiti e un panettone: la gente di Milano, si sa, è di poche parole e di cuore grande. Nel frattempo, debutta in Binario cieco al Teatro Stabile di Bolzano. Da quel momento non si ferma più. Fino agli anni ‘70 è tutto teatro, un sogno che comincia a prendere forma: prima il cabaret con Dario Fo, poi nel ‘67 con Luchino Visconti ne La monaca di Monza di Giovanni Testori, altro grande milanese.

Visconti che la vede ai provini a Roma, con la testa rasata per farsi notare, il volto lunare senza trucco, dice: “Questa qui è pallidina e smuntarella ma ha due c……!” Poi il 1969, l’anno di una straordinaria Olimpia ne l’Orlando furioso di Ronconi, un pezzo di storia del teatro italiano, un happening collettivo andato in scena nel giorno dello sbarco degli americani sulla luna.

Ė in quell’occasione che si salda quell’affinità elettiva che andrà avanti per tutta la vita e che unirà a doppio filo Mariangela a Luca Ronconi, il regista che le chiederà i maggiori azzardi interpretativi. Una conoscenza che risale ai provini con Visconti e che diventa un legame indissolubile.

Ma le assi scricchiolanti del proscenio non bastano, e Mariangela si fa spazio, provino dopo provino, davanti alla macchina da presa. Esordisce sul grande schermo con Thomas e gli indemoniati di Pupi Avati (1966), film inedito in Italia, girato in una chiesa sconsacrata di Ferrara. Leggenda vuole che Avati scelga l’attrice del film dopo centocinquanta provini al Teatro Piccolo, una bellissima bionda definita “la Grace Kelly milanese”.

Il giorno della convocazione sul set si presenta però lei, bruna, piccina, al posto dell’amica bionda.

 

Mariangela Melato nel 1999 © Roberto Grazioli / LUZ mariangela melato biografia
Mariangela Melato nel 1999 © Roberto Grazioli / LUZ

 

Avati la caccia e la Mariangela rimane tutto il giorno fuori dal teatro, stoica, nel freddo umido ferrarese, finché il regista, forse impietosito, forse colpito dalla determinazione della ragazza, le assegna la parte. Sempre per la cronaca, pare che al primo ciak Mariangela fulmini Avati con un’interpretazione strepitosa, tanto da guadagnarsi l’applauso dell’intera troupe.

La carriera di Mariangela prosegue con Luciano Salce in Basta guardarla, una commedia sgangherata dove recita la parte di Marisa do Sol, spagnola di Porta Ticinese, sodale di Carlo Giuffré nei panni glitterati di Silver Boy.

Il film, che inizialmente vede nel cast un Ugo Tognazzi poi sostituito dallo stesso Luciano Salce, non passa alla storia ma contribuisce a far conoscere l’attrice al pubblico e regala una gustosa apparizione di Loredana Bertè, ancora giovanissima, e una spaccata di Franca Valeri che fa il verso a Wanda Osiris.

Mariangela ha già lavorato in teatro con i grandi ma vuole fare anche il cinema: anche se all’inizio incassa i “No grazie. Lei è troppo brava ci serve un po’ meno impegno”, ovviamente persevera e finalmente arriva la sua occasione: Per grazia ricevuta di Nino Manfredi (1971) vince la Palma d’oro per la miglior regia a Cannes. Il grande pubblico comincia a notarla, viso triangolare, gli occhi grandi e distanti e una bellezza lontana dai canoni che popolano il cinema italiano.

Ci vuole poi il coraggio di Elio Petri per far incazzare la sinistra e farle vincere il Nastro d’Argento, con il ruolo della compagna dell’alienato Lulù, il gigantesco Gian Maria Volontè de La classe operaia va in paradiso (1971). Fino a quel momento, solo Franca Valeri aveva portato quella sonorità dalle vocali aperte (tutte sbagliate, poi) all’orecchio del pubblico.

 

Il cinema parla romano o napoletano mentre lei è la prima milanese vera, capace di recitare in dialetto e conquistare comunque il pubblico.

 

Da questo momento in poi la attende un cinema quasi sempre brillante e l’impegno instancabile in teatro, che le farà vincere due Premi Ubu, due Premi Eleonora Duse, Nastri d’Argento e David di Donatello. Due percorsi paralleli dove il teatro prevale sul cinema, forse perché amore di gioventù e per la libertà che le accorda, offrendole la possibilità di sperimentare di tutto: dai classici ai grandi testi contemporanei, passando per l’avanguardia, con incarnazioni al limite dello spericolato che nessuna altra attrice si permette, interpretando anche megere, transessuali, centaure e bambine.

Senza remore, senza timore, con il suo sconfinato talento e quella capacità di essere assolutamente sincera nella finzione.

L’“oggetto non identificato” Melato naturalmente arriva anche in tv, con uno splendido coup de theatre: appare sul palco di Pippo Baudo in Canzonissima, sbucando come una contorsionista da una valigia, i capelli corti e un formidabile talento da non-ballerina che ruba il cuore di Renzo Arbore, poi suo compagno (quasi) di vita.

Il loro cupido ha il volto di Lucio Battisti, in una di quelle storie che possono succedere solo a Roma negli anni ‘70, quando a una festa in cui sono presenti tutti e tre, Battisti imbraccia la chitarra e guardandoli, gli canta “Io vorrei, non vorrei ma se vuoi”. Sfido poi a non innamorarsi.

La lunga storia tra Mariangela e Renzo Arbore è alle cronache. Sono compagni per anni, poi si allontanano, poi di nuovo insieme fino alla fine. Arbore, dopo la scomparsa di lei, rimpiange di non averla sposata, eppure lei ribadisce più volte il primato del teatro sulla vita personale: “Il lavoro ha sempre avuto la precedenza, sia per me sia per lui. Il teatro è una storia d’amore senza fine. Non so se la vita darebbe esperienze altrettanto appaganti.”.

Ma quando la Melato diventa “la Melato”? L’incontro che dà una svolta definitiva alla sua carriera è quello con Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich, ovvero Lina Wertmüller.

 

Forse è questo il momento in cui il pubblico si accorge davvero di quanto sia bella, oltre che brava. Anzi, bellissima, con gli occhi verdi e quel volto da uccello che le conferisce alterigia, lei che bella non si era considerata mai e con quel viso che Fellini definirà “una via di mezzo tra una divinità egizia e un extraterrestre”.

 

Lei, che riesce nell’ardua impresa di diventare un sex simbol con il cervello e che viene sempre contrapposta all’altra bionda del decennio, la Monica Vitti musa di Antonioni, anche dai produttori che giocano ad alimentare una ipotetica reciproca competizione. L’impatto sul set della Wertmüller è pessimo, l’operatore di macchina si lamenta e dice che Mariangela è quasi infotografabile.

Eppure la regista sa benissimo cosa sta cercando ed è sicura della sua scelta: “Alla fine delle riprese, però, il mio operatore ne era completamente innamorato. E aveva capito perché Federico (Fellini, ndr), che pure non l’ha mai usata nelle sue storie, ne fosse così incuriosito. Mariangela ha un viso con piani laterali non opposti, senza incavi, senza zigomi in grande rilievo. La luce non si posa e non si anfratta, ma scivola via, misteriosamente”.

Grazie all’intuizione della Wertmüller, insieme a Giancarlo Giannini dà vita a quella che si può a tutti gli effetti considerare “l’ultima coppia storica della commedia all’italiana”. Una trilogia sparata in tre anni consecutivi, tre pallottole che vanno a segno colpendo l’immaginario collettivo in quel passaggio nevralgico tra i ’60 e i ’70: sono Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972) che le vale un altro Nastro d’Argento, Film d’amore e d’anarchia (1973) e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto (1974).

Giannini e la Melato trovano un’alchimia irripetibile e dei tempi comici perfetti, senza dimenticare il physique du rôle che li rende gli interpreti più adatti per i ruoli della sciùra milanese e del proletario meridionale. Merito anche della regia della Wertmüller, che comprende la grandezza dei due attori e insiste con dei primi piani spinti, trasformandoli in due icone di bellezza e di una lotta di classe alleggerita dal piombo di quegli anni bui, riportata al piano della commedia dell’arte.

Il successo è tale che arriva anche negli USA, dove Mariangela diventa famosa a dispetto della caratterizzazione regionale dei personaggi della trilogia, che all’estero potrebbero rappresentare un ostacolo alla comprensione delle pellicole. Alcune penne velenose vedono nel successo dei film il desiderio tutto americano di ridurre a stereotipi gli italiani.

Wertmüller invece osserva con acume: “Mariangela non ha conquistato gli Usa in quanto italiana “formato esportazione”. In lei il pubblico ha visto, invece, quello specialissimo carisma che hanno certe attrici delle loro sophisticated comedy, con lei gli spettatori più consapevoli e informati hanno potuto addirittura riportare questo spirito alle sue radici europee: che sono quelle dei Lubitsch, del cabaret, di tutti i grandi registi fuggiti dall’Europa hitleriana e trapiantati a Hollywood”.

Il 1974 è anche l’anno del David di Donatello, conquistato grazie a La poliziotta di Steno. Poi ci sono ancora Elio Petri con Todo Modo, dove recita con Mastroianni e Volonté (1976), Sergio Citti, che la vuole in Casotto, sceneggiato da Pasolini (1977), Mario Monicelli in Caro Michele (1976), Sergio Corbucci che la affianca ad Adriano Celentano in un episodio di Di che segno sei?.

Luigi Comencini, Franco Brusati, Fernando Arrabal, Giuseppe Bertolucci. Tutti hanno una parte per lei, in grado di dare dignità anche alla commedia più scalcagnata. Mariangela sceglie i più bravi e si fa strada con la sua meticolosità e il suo talento indiscusso: “Dicono che abbia un caratteraccio. Ma spesso si definisce caratteraccio quello che è soltanto carattere, che bisogna per forza avere. Io ho carattere, certo, ma non sono gelosa. Sono contenta di lavorare con gente brava, con i bravi si fa meno fatica”.

Negli anni ‘80 non si fa mancare neppure Hollywood e veste i panni di Kala, la perfida protagonista di Flash Gordon di Mike Hodges che frusta Ornella Muti.

 

Fare la vamp, per un po’ mi è piaciuto. Si vede che questo fatto di non essere mai stata considerata bella, in fondo mi seccava. Anche se interpretare una donna brutta, professionalmente, può essere più lusinghiero: perché si può puntare soltanto sulla bravura

 

Eppure Mariangela rimane una antidiva, una figura che il pubblico percepisce vicina, capace di divertirsi con i Legnanesi e il cabaret ma in grado di tramutarsi un attimo dopo in Medea, Elettra, la Blanche di Un tram chiamato desiderio o la Maisie di Henry James, nella terribile Fedra di Racine o in Ersilia Drei, la fragile, sconfitta protagonista di Vestire gli ignudi di Pirandello.

Un ruolo, questo, per cui rinuncia addirittura a Domenica In con Pippo Baudo e a un contratto da capogiro. Soldi e fama che di certo la lusingano ma di cui dice: “Il successo non ha cambiato il mio modo di essere. Più ancora che gli applausi, io amo il lavoro. A volte mi vergogno quasi, a dirlo”. Un amore viscerale che viene prima di tutto, che la fa continuare a recitare in Chi ha paura di Virginia Woolf? anche quando si rompe una vertebra in scena e il dolore la piega.

E il teatro rimane il faro che la guida negli ultimi venti anni di vita e di carriera, a cui accosta produzioni televisive e alcuni film. “Passione è anche desiderio di conoscere, sempre meglio, sempre di più. Recitare non è soltanto un gioco del dire e del fare. È una cognizione del dolore, e della felicità, che si raggiunge cercando di vedere quello che c’è dietro la battuta”. Ormai è diventata una figura di culto, che può permettersi di recitare in una fiction in prima serata senza perdere un briciolo di credibilità. Ha una splendida casa romana con immancabile terrazza, ma nel cuore rimane milanese: “Ho bisogno dei miei Navigli, del mio Duomo con le sue guglie”.

L’ultimo spettacolo è Il dolore di Marguerite Duras, un testo in cui distilla la sofferenza della malattia con cui combatte attraverso la scrittura cristallina dell’autrice francese. Della vecchiaia, che ha conosciuto attraverso i suoi personaggi, dice: “Che cosa capiterà a me? A volte me lo chiedo e penso che mi piacerebbe essere una vecchietta attiva, simpatica e sempre curiosa, bellissima”.

Esattamente come ce la immaginiamo noi oggi, ancora sul palco.

[Quasi tutti i virgolettati sono presi da Io, Mariangela Melato di Silvana Zanovello, De Ferrari Comunicazione.]