Il metodo di non sapere nulla

Il metodo di non sapere nulla

Fabio Genovesi racconta il suo nuovo romanzo, “Il mare dove non si tocca”: e perché da adulti non vale la pena smettere di essere bambini

Ma come? Hai avuto un’infanzia così e ce la racconti solo al quarto romanzo? Molte persone che hanno letto in anteprima il libro mi hanno fatto questa domanda. E io non so cosa rispondere. Se faccio quello serio, gli dico che non mi sentivo ancora pronto e che prima dovevo costruirmi i mezzi; ma la verità è che ho iniziato a scrivere la storia di un ragazzino, e più andavo avanti più mi rendevo conto che stavo raccontando la mia storia, con tutto quell’ambiente familiare e quel villaggio che c’avevo intorno. E alla fine è venuto questo”.

Questo è Il mare dove non si tocca, romanzo uscito qualche giorno fa per Mondadori e che è proprio la storia del piccolo Fabio Genovesi, dalle elementari fino all’inizio della terza media, e della sua strampalata famiglia popolata da bis-zii/nonni eccentrici e maledetti che sembrano usciti da uno script di Rob Zombie, donne sagge, un padre silenzioso – ma con un’abilità magica nel riparare ogni cosa – tutti con infinite storie da raccontare.

Incontro Fabio Genovesi una mattina di fine agosto a Forte dei Marmi, ai bagni dove va da sempre la sua famiglia.

Niente tende da nababbi, niente russi e VIP, giusto una pergola di vite americana sotto la quale tutto sembra essere rimasto agli anni ’60.

Ho con me il libro, nelle note iniziali riporta la frase “Alcune (poche) cose qua dentro me le sono inventate, ma sono le più credibili”: siamo quindi in pieno territorio autofiction – termine di gran moda da alcuni anni nell’editoria americana e recente parola chiave anche in quella italiana “Ti rendi conto, vero, che questo libro verrà subito bollato così, come autofiction?” “Lo so, ne sono pienamente consapevole: è un termine delirante, ma per me lo sono anche fiction e storytelling”.

Perché Genovesi ha una teoria tutta sua sulla narrazione e sulla scrittura.

Beve a lungo dalla bottiglietta d’acqua e inizia a spiegarlo al me stesso dodicenne, partendo proprio dall’abc “Allora, secondo me quando succede un qualunque evento è sempre bello esserci di persona, perché poi quando uno te lo racconta si perde sempre qualcosa; per sopperire a quella perdita ci vuole uno che sappia raccontartela bene quella storia, rialzandone anche la temperatura. Perché la narrazione è l’esatto opposto del giornalismo: il giornalismo è la capacità di raccontare quello che è successo e spiegartelo, invece quando uno ha una storia bella da raccontare non ti deve spiegare nulla, deve solo scrivere come è andata e in certi casi come sarebbe stato bello o brutto, avventuroso o intenso che andasse”.

 

“Per me il termine autofiction non ha proprio senso, in ogni storia c’è sempre qualcosa che l’autore si porta dentro insieme a una parte di finzione”.

 

È evidente che chi ha questa idea di scrittura e di narrazione, ha anche un metodo tutto suo.

Ho come l’impressione che non sia qualcosa di metodico e ordinato “Il mio metodo quando scrivo una storia è non sapere nulla. A volte parto da un’immagine: in questo caso dalla storia – che dà il titolo al libro – di quando il mio babbo mi insegnò a nuotare in un modo un po’ brusco, gettandomi dal pattino nell’acqua alta. E da lì mi sono reso conto che allungando la storia verso eventi che erano successi prima e altri accaduti dopo sarebbe potuto diventare un romanzo. Di solito io scrivo cose a spreco, centinaia di pagine che poi non uso ma che mi servono per entrare lì dentro. Rigorosamente senza scaletta, che è come la scala per l’inferno. La narrazione per me nasce quando non sai le cose”. 

 

intervista fabio genovesi sapiens luz
Fabio Genovesi © Leonardo Cendamo / LUZ

 

Ogni capitolo è il racconto di un giorno importante nella storia di Fabio tra i 6 e i 13 anni e nasconde un’ode alla narrazione, al piacere di raccontare: l’incipit, la volta che si ruppe la tv e il piccolo Fabio venne messo sul mobile a ricordare le vicende più bizzarre della famiglia, la storia dei bisnonni, quella narrata dal padre e mille altre ancora, specialmente quelle tramandate oralmente, su cui Genovesi ha ancora un sacco di cose da dire.

A volte penso alle storie basate sulla guerra che ci hanno raccontato i nostri nonni, e quando hai la guerra nel repertorio delle tue storie hai un materiale pazzesco. Spesso mi chiedo cosa avremmo da raccontare noi ai nostri nipoti: tipo, una volta ho postato la foto di una pizza e ho fatto 100 like… [ride, ndr] Non credo che possa appassionarli così tanto, dai!”

“Però, allo stesso tempo, noi narratori abbiamo una fortuna, che poi è la sfortuna che ci rende impossibili in società, cioè la grande velocità dettata dalla tecnologia che ci sta travolgendo…” Intanto, come in una sceneggiatura da fiction tv vibra il telefono dell’intervistato che senza nemmeno leggere il nome del chiamante mette giù con il tasto rosso, e prosegue “In realtà io e mio nonno eravamo molto vicini come epoca tecnologica; quindi posso immaginare che agli occhi dei nostri nipoti noi saremo come dei fossili o delle mummie, e questo forse ci renderà ancora più affascinanti. Io a volte racconto a qualche ragazzino cose come i telefoni pubblici e i gettoni e sembra davvero che parli di alcune ere geologiche fa”.

 

Il vero problema è che il racconto orale è sempre meno importante. E la tecnologia da questo punto di vista per me è letale. Io mi sforzo sempre di non pensare che tutto andrà sempre peggio, perché questo pensiero è la vera morte di tutto, e però mi pare che il mondo sembra starmi addosso per farmelo pensare, a spregio”.

 

Gli spiego che io la vedo in modo differente, che in realtà si stanno creando dinamiche opposte ma molto interessanti, tipo i nipoti che insegnano ai nonni a usare i device digitali, creando un ribaltamento di ruoli ma anche un rapporto paritario. Genovesi ascolta con occhi attenti e alla fine il suo volto si illumina, come un bambino di fronte alle sue prime scoperte. Un bambino, appunto.

Ciò che rende straordinario Genovesi, e in particolare questo suo ultimo romanzo, è proprio la capacità di far parlare un bambino di nove anni, renderlo credibile, e trasformare il tutto in letteratura. Secondo me lui e Ammaniti sono gli unici in grado di farlo. Glielo dico, e un po’ arrossisce.

“Gli altri romanzi erano tutti corali, con vari protagonisti che raccontavano. Questo è il primo romanzo che scrivo tutto in prima persona e quindi ho dovuto lavorare tanto per trovare la voce. Io però ho la grande fortuna di avere ancora bene in testa quello che pensavo da bambino. Non solo mi ricordo cosa pensavo, ma il fatto è che continuano a piacermi le stesse cose. Molti dicono che sia un difetto, ne sono consapevole, ma ho smesso di combatterci anni fa. Le persone con cui sto meglio e quelle da cui ho imparato di più sono quelle che sono rimaste bambine”.

Iniziamo a parlare di Mark Twain e Huckleberry Finn, da sempre faro nella letteratura di Genovesi, del loro meraviglioso inglese ammaccato e un po’ sgrammaticato e delle traduzioni italiane “per gentil signora” che hanno tolto tutto il bello. E poi di crescita e invecchiamento mentale.

 

“Ci sono persone che crescono i figli come piccoli adulti, con mille corsi da fargli fare, senza mai ascoltare quel che veramente desiderano. E poi dicono cose tipo “Eh, beato te, che età spensierata!”: ecco, quando dici così a un bambino o a un adolescente vuol dire che non ti ricordi più un cazzo di quello che eri”.

 

A proposito di bambini, dentro a Il mare dove non si tocca, oltre a Mark Twain c’è anche il realismo magico di Marquez e parecchio Collodi, ma senza moralismi ricattatori. La grande abilità di Genovesi è quella di muoversi in un terreno di pura narrazione, raccontando la storia del piccolo Fabio diviso tra il desiderio di essere come gli altri e l’attrazione per il mondo strano del Villaggio Mancini, dove vive la sua allegra e disordinata famiglia.

“Io non voglio dare lezioni a nessuno, perché non ne ho da dare. I miei più grandi maestri non hanno mai avuto niente da insegnarmi, ma in realtà mi hanno insegnato tantissimo. Quando uno ha da raccontare una storia e parte dicendo “Ti spiego..” io già mi allontano, o quelli che ti dicono “La verità è…”. Per questo preferisco raccontare le storie in prima persona ed evitare una voce narrante esterna e giudicante. Spesso mi capita di fare delle presentazioni ai licei, e uno la può vivere come una grande responsabilità, chiedendosi cosa potrà insegnare a questi ragazzi. Il modo migliore secondo me per imparare, sia loro che io, è non avere niente da insegnare e parlare insieme. Tutti brancoliamo nel buio e qualsiasi regola rigida non ha che fare con questa magmatica realtà. Allora preferisco andarci come una persona confusa, come lo sono loro, e che ha provato a trovare una propria strada”.

Provo a riportarlo un po’ alla realtà terrena e prendo spunto dalla polemichetta estiva scatenata da un articolo de Il Fatto Quotidiano, sul fatto che i giovani scrittori si sentono nel pieno diritto di non aver letto i classici. Gli chiedo come si pone nei confronti di questa querelle agostana.

 

“Io amo molto i classici. Quest’estate sto rileggendo “Il Conte di Montecristo”, lo faccio ogni 10 anni: per me è un capolavoro incredibile e quelle 1200 pagine mi volano alla lettura, rispetto a tanti romanzi brevi che invece non riesco mai a finire”.

 

“Tornando alla domanda: io leggo tanti classici e li trovo meravigliosi, però mi perdo tutta quella letteratura contemporanea che gli scrittori dovrebbero aver letto e di cui ti ritrovi a parlare ai festival con colleghi. Mi rendo conto che il mio è un comportamento autolesionista, perché non leggerli sarà un problema, ma non li leggo. Per me la lettura è una cosa mistica: c’è un percorso di libri che devo leggere che è stato deciso dalla sorte e io devo trovarlo”.

Prosegue: “Una frase che mi piace di Picasso è “Io non cerco, trovo” e quindi quando vado in libreria prendo libri dove trovo dei segnali, magari di argomenti di cui ho sentito parlare e che mi interessano, e spesso li trovo, ma senza cercarli. Il più delle volte sono libri fuori catalogo, di autori minorissimi che non hanno mai avuto successo o argomenti che interessano solo a me: ora ad esempio sto leggendo un saggio sui calamari giganti che sono una mia ossessione e che quindi mi tolgono la possibilità di leggere, chessò, Bolaño. Però c’è da dire che in una conversazione a tavola sono l’unico a poter parlare di calamari giganti con una certa competenza. E poi, come ogni scrittore, sono molto bravo a fingere di avere letto dei libri”.  

A differenza degli altri suoi romanzi, la maggior parte dei quali ambientati in queste zone, ampiamente descritte, ne Il mare dove non si tocca si parla poco di luoghi ma si racconta un paesaggio interiore.

 

intervista fabio genovesi sapiens luz
Fabio Genovesi © Leonardo Cendamo / LUZ

 

“È sempre per quella mia attitudine di non seguire quel che va di moda. Ora tutti sono molto attenti al glocal, ovvero raccontare i posti e porre l’attenzione sulle specifiche del luogo. Questa volta mi sembrava giusto scrivere una libro che fosse il più possibile universale. “Esche vive” è ambientato in un paesino immaginario nella campagna pisana, e mi fa molta tenerezza quando mi scrivono lettori da Israele o Stati Uniti [il romanzo è stato tradotto in dieci lingue, ndr] dicendomi “Questa è la storia della mia vita”. Allora capisco che l’ambientazione e la località non sono così importanti. Mi piaceva più rendere universale la mia terra e darle un’epica”.

Passiamo davanti allo stabilimento balneare un tempo popolare e tradizionale – ci si rifugiava Alberto Moravia per evitare l’ambiente mondano – da tempo acquistato e ristrutturato da Andrea Bocelli, che lo ha trasformato nel “bagno degli eventi”, super lusso per russi e VIP o presunti tali.

Nell’ultimo romanzo di Genovesi c’è anche un tema politico sulla lotta di classe, seppur vista sempre con gli occhi di un bambino e con una carica ironica; gli chiedo se ora, adulto, “da grande”, le sue idee a riguardo siano cambiate.

“Sì, la penso più o meno allo stesso modo. Anche perché i ragazzini hanno pensieri molto più profondi di ciò che immaginiamo.  Il torto peggiore che puoi fare loro quando ti chiedono qualcosa che riguarda l’ingiustizia è rispondere in un modo orribile, tipo “Quando sarai grande, capirai” che non vuol dire “sarai più intelligente” bensì “Sarai più cinico e brutto”.

 

“I ragazzini sono così brillanti e puri che non riescono a capire l’ingiustizia”.

 

“La cosa che mi fa più paura dell’umanità è la ricerca di potere e ricchezza. Lo so che sembra una cosa un po’ naif da dire, ma è ciò che penso. Anche questa voglia di affermazione sociale e ricchezza mi indispone. Mio babbo era un idraulico eccezionale con talento, istinto e capacità incredibili. E oggi sento ragazzi che fanno gli idraulici o i giardinieri perché non sono riusciti a fare quello che volevano, tipo il manager o aprire un locale di successo, e allora fanno i giardinieri: ma fare i giardinieri è difficilissimo, ci vuole talento, non è più facile di essere uno chef stellato, che oggi è considerato uno dei massimi traguardi. Si pensa che esistano delle vite di serie b ed è proprio di queste vite ci cui volevo parlare nel romanzo, perché non sono affatto inferiori alle altre”.

Affermazione sociale e potere, ambizione sfrenata e competizione: penso a quando nel 2015 Fabio Genovesi era nella cinquina del Premio Strega. Gli chiedo come si sia trovato in quegli ambienti, tra il Salotto Bellonci e l’elite intellettuale romana.

È stato interessante, anche perché io l’ho vissuta come un’avventura, tipo quando sono stato costretto a mettermi per la prima e unica volta la giacca per entrare in Parlamento dove mi consegnavano il Premio Strega Giovani.  È stata un’esperienza. Ma non l’ho vissuta come un onore, perché io non sono affascinato dal potere, anzi, sono diffidente, non mi attira, spesso mi indispone. Gli orpelli e le grandi ufficialità per me sono la morte della grande bellezza. Però è stata una bella avventura che all’inizio è come un frullatore, ti stranisce: poi dopo ci ripensi e la apprezzi”.