Lady Diana, l’ultima fiaba

Lady Diana, l’ultima fiaba

Principessa del popolo, icona di stile, donna e madre caritatevole: ma soprattutto abile conoscitrice dei mezzi di comunicazione. Che ci ha lasciato un’immagine calcolatissima: ma quanto autentica?

Bella, ricca, principessa”. La mia amica Silvia, pragmatica ma sognatrice, mi racconta così di com’è venuta a sapere della ferale notizia la mattina del 31 agosto 1997. Era domenica e una volta sveglia iniziò subito a sentire che l’anziana nonna, ripeteva meccanicamente tre parole, senza riuscire a rassegnarsi: “Bella, ricca, principessa”. Silvia ci mise un po’ a connettere, ma capì che era successo qualcosa di tragico e che quel qualcosa era successo a Lady Diana. Perché nessuno come allora, e nemmeno dopo, incarnava meglio quelle parole: bella, ricca, principessa.

Diana Spencer, Principessa del Galles e prima moglie di Carlo d’Inghilterra, morì il 31 agosto 1997 in un incidente stradale sotto il ponte dell’Alma a Parigi, assieme all’allora compagno Dodi Al-Fayed. Nel caso di cronaca, sezionato dai giornali dell’epoca e da svariate pubblicazioni negli anni successivi, vennero coinvolti l’ubriachezza dell’autista, l’invadenza dei paparazzi, i complotti dei servizi segreti e perfino della famiglia reale.

Ma tutto ciò, perso fra le infinite righe della cronaca nera e di quella rosa, finì presto in secondo piano. Non che gli approfondimenti su quel tema così oscuro non fossero divorati da lettori voraci di dettagli e retroscena, facendo la fortuna di quegli stessi rotocalchi che ne avevano esaltato la vita rampante e luminosa. Nella percezione pubblica rimase una figura nitida e ingombrante: quella di Lady Diana, archetipo di una donna modernissima perché riflessa in mille immagini, in mille schermi, in mille copertine, in mille occhi.

Restituire un volto

Di quei giorni rimangono più le immagini che le voci o i significati. La Mercedes accartocciata in qualche scatto rubato alla polizia. Le folle che si radunavano, a Parigi così come a Londra e altrove, sfigurate dal pianto; i letti interminabili di corone e mazzi di fiori. Il funerale, evento televisivo seguitissimo al pari del suo matrimonio del 1985 con Carlo. Una sequela di immagini, appunto, che però perdono di significato e sfocano fino a rendere infine sempre e solo il volto di lei. Lady D.

Da allora, chiunque trattasse l’argomento, sia per riconfermare l’allure aurea e incrollabile della principessa del popolo sia per rivangare il torbido di una personalità non certo priva di ombre, non poté che soffermarsi sul cortocircuito paradossale di quella morte.

 

Un epilogo tragico, ma in qualche modo anch’esso pubblico e pubblicizzato, conseguenza estrema e inevitabile di quella campagna d’immagine che era stata la vita di Diana.

 

Perché Diana, prima e soprattutto dopo la fine del suo matrimonio, era semplicemente la donna più famosa del mondo. Una über-celebrità alimentata dai media, i quali erano a loro volta da lei alimentati: John Lancaster nel 2007 scrisse sul New Yorker che Diana era “un’attrice di fama mondiale, con un talento speciale nel pronunciare studiatissime e affilatissime battute con un’aria di assoluta innocenza”.

Gli stessi mesi frenetici e sicuramente tesissimi che precedettero la separazione del 1992, furono quella che si potrebbe definire una guerra di pubbliche relazioni, degna di una star della Hollywood più macchinosa e gossippara.

Indiscrezioni, intercettazioni, scandali e contro-scandali: dagli amanti di Diana alle dichiarazioni intime di Carlo (fra tutte quella sul tampax di Camilla), dalle richieste di test del Dna alle presunte lotte interne alla monarchia sui titoli nobiliari. Non si muoveva foglia nel complicato mondo dei reali inglesi, e in particolare attorno alla travagliatissima coppia, che non finissime prima o poi – spesso più prima che poi – su un tabloid.

Niente vittimismo da stampa scandalistica, però. Se Diana dopo la separazione rinacque come una fulgida fenice fu soprattutto per come seppe utilizzare sapientemente e spesso cinicamente i mezzi di informazione. Ma anche i mesi che contribuirono all’esacerbarsi dell’annus horribilis (così lo definì la regina Elisabetta, che dovette affrontare anche la separazione dell’altro figlio Andrew e di Sarah Ferguson) procedettero spediti a colpi di spettacolarizzazione e astuta gestione dell’immagine pubblica.

Prima vennero il libro Diana: Her True Story di Andrew Morton (cui la principessa, pur smentendo, avrebbe collaborato attivamente) e l’intervista televisiva al programma Bbc Panorama, con le scottanti rivelazioni su Camilla Parker Bowles, la propria bulimia e l’accoglienza gelida dei Windsor. Poi ci fu la rivoluzione pop: il nuovo taglio di capelli, gli abiti Versace, le amicizie con i divi del jet-set e con Madre Teresa di Calcutta. Tutto con un timing perfetto, tutto con una maestria impeccabile: perché al calcolo diplomatico e di convenienza doveva sempre corrispondere l’empatia del pubblico.

 

C’è chi dice che la più vorace lettrice delle vicende scandalistiche di Diana fosse Diana stessa. Ci si può leggere un certo anelito autodistruttivo, quel gettarsi consapevolmente in bocca ai paparazzi per poi finirne stritolati.

 

Se questi meccanismi oggi come oggi, nell’epoca dei social e dell’autopromozione spudorata sembrano quasi ovvi, negli anni ’90 apparivano una novità sconcertante, quasi incomprensibile. E Diana vi andò incontro con una certa, spudorata lucidità.

Costruire una storia

A posteriori può sembrare eccessivo e quasi fallace ricostruire tutte queste operazioni di comunicazione, estraendole dal contesto personale (e storico) in cui sono avvenute. E risulta quasi inutile tentare di ricondurre all’unità tutte le rifrazioni che l’immagine di Diana stessa subì dopo la sua morte. È più interessante osservare un fatto piuttosto evidente: niente di quello che è stato detto o rivelato prima o dopo il suo divorzio, prima o dopo la sua morte, ha cambiato l’idea che di Lady Diana è arrivata fino a noi.

Certo ci sono delle increspature, ci sono dei piccoli o grandi biasimi, ci sono dei riflettori che spostandosi creano più ombre o più luce di quanto ci fossero prima, ci sono delle angolazioni che ci restituiscono ritratti inediti (la madre sempre affettuosa, l’amante degli uomini esotici, la donna caritatevole che abbraccia campagne e cause di rottura come la lotta all’Aids). Eppure poco riesce a scalfire l’immagine che di Diana abbiamo un po’ tutti: la donna inarrivabile, il sogno di fascino, il catalizzatore di sogni e drammi e la vita al di sopra di ciò che è normale e ordinario.

Tutta la narrazione pubblica della sua vita fu modellata per essere costantemente conservata in un empireo al contempo irraggiungibile e relatable, come dicono gli americani. Non importavano le contraddizioni, le storture, le mistificazioni, le esagerazioni. Bastava che ogni racconto, fosse anche in aperto contrasto con quello pubblicato appena un giorno prima, contribuisse a rinverdire il mito di una donna completamente fuori dal comune eppure allo stesso tempo tanto comune da potercisi identificare.

Sebbene gli stessi rotocalchi, ad esempio, abbiano venduto per anni il sogno della ragazza borghese che corona l’ambizione – comune a centinaia di ragazze borghesi nel mondo – di sposare il principe azzurro (pur un principe azzurro respingente come Carlo), la verità è leggermente diversa. La famiglia degli Spencer, i cui legami con la monarchia risalgono all’avvento degli Hannover nel Settecento, è in qualche modo molto più aristocratica e inglese di quanto non lo sia la casa reale stessa (non a caso i Windsor, che prima della prima guerra mondiale erano i Sassonia-Coburgo-Gotha, sono ancora chiamati “i Tedeschi” da alcuni ambienti britannici, compresi i giornali scandalistici).

Entrambe le nonne di Diana erano state dame di compagnia di Elisabetta la regina madre, mentre i suoi genitori decisero di chiamarla in quel modo per via di un’antenata, Lady Diana Russell née Spencer, la quale anche lei avrebbe dovuto sposare l’erede al trono di Re Giorgio II, molti secoli prima. L’intera famiglia era poi radicata a Sandrigham, nel Norfolk, nei possedimenti di una delle dimore predilette della stessa Elisabetta. Per essere una famiglia alto-borghese, dunque, il destino reale degli Spencer era già segnato in molteplici modi, senza contare l’ambizione personale di Diana, che riuscì a distogliere le attenzioni di Carlo inizialmente rivolte alla sorella Sarah.

Eppure il racconto che ancora oggi è radicato nell’immaginario comune è ben differente: tanto che ai tempi del fidanzamento ufficiale fra William e Kate, ancora i giornali riproposero la storia del sogno della scalata sociale, in questo caso un po’ più corrispondente alla realtà – anche se qui i soldi avevano sostituito il blasone.

 

Non importa dunque che Diana fosse già aristocratica di suo, la sua ascesa alla famiglia reale doveva essere narrata come una scalata ancora più straordinaria.

 

E, nonostante entrare nei ranghi della stessa famiglia Windsor fosse un suo lucidissimo obiettivo, la narrazione resa pubblica in seguito doveva farla emergere come anche lì un pesce fuor d’acqua, un elemento di differenziazione, un personaggio di spicco in una realtà schiacciata da rituali e convenzioni (eppure nel documentario disponibile su Netflix Secrets of Althorp: The Spencers è evidente come Elisabetta e Filippo fossero consueti e intimi frequentatori della casa di famiglia di Diana). Tina Brown, direttrice prima di Tatler e poi di Vanity Fair, colei che nel 1985 per prima fece esplodere le chiacchiere sulla crisi della coppia reale col suo famoso articolo “The Mouse That Roared”, spiega comunque bene la determinazione della futura principessa a riguardo.

 

lady diana 20 anni morte
Londra, giugno 1986: cena di gala a Buckingham Palace durante il viaggio ufficiale nel Regno Unito del Re Juan Carlos di Spagna. © Miguel A. Gonzalez / Contacto / LUZ

 

Brown riporta che Diana avesse fin dal principio chiarissima in mente l’intenzione di sposare Carlo e ciò viene chiarito da due vistose mancanze nella formazione della donna: quella culturale e quella sessuale. Rimandata più volte agli esami di fine superiori, la giovane Spencer non dimostrò mai interesse per una cultura strutturata, pur essendo notoriamente una ragazza piuttosto intelligente. D’altra parte molti resoconti affermano che Diana ci tenne espressamente a non avere “un passato”, o a “tenersi in ordine” come diceva lei: arrivare vergine o comunque senza relazioni ufficiali al fidanzamento con il principe era una prerogativa che le avrebbe permesso di spazzar via tutte le rivali.

La scarsa cultura e la mancanza di esperienze sessuali, se alla fine la portarono dove si era prefissata di arrivare, furono anche un marchio controverso (i più maligni affermarono in quegli anni torbidi che i problemi della coppia a letto fossero dovuti soprattutto all’incapacità della donna di praticare sesso orale). Eppure nessun altro fatto evidenzia con altrettanta sicurezza la forza di volontà di Diana. E quello che le mancava in esperienza formale lo ottenne con grande coraggio, intraprendenza e spesso con un pizzico d’incoscienza.

Perpetrare una leggenda

Un aspetto tragicamente ironico ci dice della potenza dell’immagine di Diana, che già era imperitura all’epoca della sua morte: non ebbe ovviamente modo di pensare a come far proseguire la sua fama. Negli anni successivi alla separazione furono evidenti (e di successo) i suoi tentativi di costruirsi una rilevanza che fosse slegata dall’ambiente reale, che in qualche modo minimizzassero quel “Lady” costantemente associato al suo nome di battesimo. A riguardo fanno eco le parole del fratello minore della principessa, il conte Charles Spencer, che in occasione dei funerali della sorella disse che lei “non aveva bisogno di alcun titolo reale per esercitare la sua magia così particolare”.

Diana non necessitava di titoli nobiliari, di abiti firmati, di photo opportunity con le star più famose o con i derelitti più umili. Anzi, aveva bisogno di tutto ciò, ma per affermare uno status di icona che trascendeva tutto ciò. Ecco perché la sua morte tragica, pur gettandole addosso un manto di fatale e malinconica anticipazione, non scalfì il suo ricordo ma anzi lo modellò in modo che rimanesse sempre identico a sé stesso. Diana morì all’apice della costruzione della propria immagine e nulla, prima o dopo, è stato abbastanza forte da modificarla.

C’è la questione dell’eredità di quest’immagine, di ciò che è rimasto di tutto quel circo mediatico che oggi – anche in questo articolo che leggete – si è risvegliato a vent’anni dalla sua morte. Ovviamente quest’eredità passa anche dai suoi figli, anche se c’è qualcosa di irrimediabile e irrisolto nel loro ruolo in questo complicatissimo schema comunicativo. William ci ha messo del suo attraverso il matrimonio con Kate: pur con chiari echi dianeschi, quella vicenda ha segnato una specie di pacificazione (“Possiamo sposarci senza produrre scandali o traumi”, sembrano dire, almeno per ora).

Harry è un po’ più irrequieto, ma la sua indole sembra esprimere in modo un po’ più vitale il marchio indelebile che lo strappo della morte della madre ha avuto sulla sua esistenza. Questo nonostante nel documentario andato in onda nelle settimane scorse sulla Hbo, Diana, Our Mother, il primo in cui i principi affrontavano l’argomento, abbia dichiarato: “La prima volta che piansi fu al suo funerale, e da allora solo un’altra volta probabilmente. C’è molto dolore che deve essere ancora espresso”.

A poche settimane dall’incidente parigino, lo scrittore Salman Rushdie scrisse sul New Yorker: “Il popolo britannico potrebbe arrivare a preferire che questi due ragazzi siano tenuti lontani dal peso opprimente dell’essere membri della famiglia reale”. E cita in proposito i tentativi di Diana di far loro accarezzare la vita vera (le giostre, gli hamburger, i malati terminali negli ospedali ecc.); qui però si sottovaluta che, più o meno inconsciamente, anche quelle erano dimostrazioni esteriori di un’esistenza sempre esposta allo sguardo altrui. Nessuno dubiterebbe mai della buona fede di Diana come madre, ma nessuno può scindere il suo ruolo in quanto tale da quello di donna sempre estremamente pubblica.

L’insistenza su una certa studiatezza nei comportamenti e nelle dichiarazioni della principessa non deve essere scambiato per un rimprovero di mancata autenticità. Anzi c’è da sottolineare l’estrema lucidità con cui Diana riusciva a cavalcare i media, pur essendone in qualche momento disarcionata. Tutto questo discorso serve però a individuare una piccola crepa in un’immagine che agli occhi di tutti sembra così definita, irrinunciabile.

Che Lady D avesse estremo bisogno anche di un singolo, disperato di umanità genuina pare emergere anche da una dichiarazione che si fece sfuggire durante la famosa intervista a Martin Bashir nel 1995: “Rispetto moltissimo l’onestà che ho trovato nelle persone che ho incontrato perché, negli ospizi ad esempio, le persone in punto di morte sono più aperte e vulnerabili, molto più vere di chiunque altro. E questo l’apprezzo molto”.

L’unica vulnerabilità che Diana è riuscita a concedersi e a concederci è venuta da un evento tragico e incontrollabile, quello della sua morte appunto. Dopo vent’anni ricordiamo dunque una donna che era bella, ricca e principessa, e che fece di tutto per ribadire che era tutte quelle cose nonostante tutte quelle cose. Un’immagine, mille immagini che risplendono anche oggi nonostante qualsiasi dettaglio di sfondo, qualsiasi comparsa, qualsiasi ombra o dubbio. Bella, ricca, principessa.