Gli amici della Gente

Gli amici della Gente

Dal prime time televisivo ai grandi quotidiani, dai maître à penser all’arco parlamentare: le vere larghe intese in Italia sono quelle della demagogia

Nel celebre horror sci-fi di John Carpenter Essi vivono, un senzatetto scopre per caso che la classe dirigente che lo circonda è composta da temibili alieni con un teschio al posto del volto, intenzionati a plagiare l’umanità con messaggi nascosti nei media e nella pubblicità. Di recente mi sono trovato a pensare a questa distopia con sempre maggiore frequenza, e a sospettare che l’Italia del 2017, per certi aspetti, sia un film di John Carpenter. La prima epifania è arrivata una sera di qualche settimana fa: accendo la tv e per caso mi ritrovo, dopo qualche tempo, a rivedere una puntata de Le Iene. Sullo schermo, la “iena” Filippo Roma insegue a più riprese l’onorevole Rosato del PD per chiedergli conto della calendarizzazione parlamentare di una proposta di legge che vuole abolire i vitalizi per gli ex deputati.

È il tipico servizio del programma: i toni incalzanti, il taglia-e-cuci con le frasi di risposta del malcapitato, l’afflato civico. Però si conclude in un modo che mi pare diverso dal solito: nella scena finale, girata nella piazza di Montecitorio, dietro a Filippo Roma si scorge Luigi Di Maio, impettito come un imperatore romano – e altrettanto autocompiaciuto – e prodigo di considerazioni sull’efficace operato anti-rimborsi del suo partito-non partito, il Movimento Cinque Stelle. Non sarà l’ultima volta che un programma di approfondimento dà spazio a un politico, certo, ma qualcosa, nella serafica e mai contraddetta esposizione del Di Maio, mi ha fatto storcere il naso.

Poi, qualche giorno dopo, succede di nuovo: una nota pagina Facebook legata alla comunicazione del Partito Democratico prima, nel giorno dell’addio al calcio di Francesco Totti, si lancia in uno spericolato accostamento tra il capitano della Roma e Matteo Renzi, e dopo condivide un articolo del New York Times critico nei confronti della situazione della capitale italiana, omettendo sapientemente che il riferimento del quotidiano americano è all’ultimo decennio di amministrazioni capitoline (dunque anche a quelle a guida PD).

Il linguaggio usato, l’ipersemplificazione, i vari “CONDIVIDIAMO TUTTI” o “1000 like per Matteo” apposti in calce e caps lock a ogni post di questa pagina, Matteo Renzi News, sembrano aver colmato nel tempo un gap che porta dritti alla propaganda del blog di Beppe Grillo. In sostanza, sono arrivato a pensare che se c’è una cosa che si può dire dell’Italia del 2017, questa è che il populismo – alternativamente disprezzato, analizzato, parodiato e stigmatizzato negli ultimi anni – ha vinto su tutto e tutti.

Nei contenuti e nelle forme, e grazie a uno schema onnicomprensivo che passa dai media alle istituzioni, ciò che qualcuno non ha sbagliato a ribattezzare gentismo è diventato il codice più comune – e dunque più accettato – entro cui esprimersi.

 

La rincorsa al cruciale uomo della strada si è tramutata non tanto nel farsi dettare da lui l’agenda politica, quanto dal parlare un linguaggio che possa far suo, e dunque è diventato necessario mostrare i suoi stessi tic e le sue stesse inclinazioni.

 

Nell’alveo dei media di sinistra, o presunta tale, basta guardare all’affermazione del Fatto Quotidiano, giornale passato dall’antiberlusconismo al giustizialismo gridato, e dal primo editoriale di Antonio Padellaro – era il 2009, non un secolo fa – che recitava: “Ci chiedono: quale sarà la vostra linea politica? Rispondiamo: la Costituzione della Repubblica” ai rapporti con magistrati diventati, proprio in questi giorni, oggetto di ipotesi di reato col caso Woodcock.

Il giorno dopo le esternazioni del pm di Catania Zuccaro, quelle sulle presunte connivenze tra Ong del Mediterraneo e scafisti libici nella questione profughi (poi rapidamente ritrattate, ma non abbastanza in fretta perché Zuccaro non diventasse un eroe civico di un arco parlamentare che passava dai 5s a Salvini), il Fatto titolava: “Indagata la prima Ong” (la prima, come a sottintendere che ce ne sarebbero state sicuramente altre, e invece).

Ma è l’intero scenario mediatico a essersi spostato verso la banalizzazione, o meglio verso la rincorsa del banale: avendo di fatto abdicato al loro ruolo pubblico di catalizzatori di approfondimento – per una miriade di ragioni che andrebbero approfondite altrove – le grandi testate italiane da qualche anno arrancano tentando di non perdere terreno e finire per favorire la concorrenza; e dato che la concorrenza si è fatta sempre più qualunquista, xenofoba, superficiale e strillata, è facile capire da che parte dovrà pendere l’asticella.

Scrivendo sulla rubrica di lettere di cui è titolare sul Corriere della Sera, lo scorso marzo il premiato editorialista Aldo Cazzullo ha risposto ad alcuni lettori variamente preoccupati dall’annuncio dell’imminente approdo italiano di Starbucks. Il titolo scelto a via Solferino non era dei più sobri: “Starbucks in Italia umiliazione per un italiano“. Ma in effetti era proprio il premiato Cazzullo a scriverlo: “L’apertura in Italia di Starbucks come italiano la considero un’umiliazione“, chiudendo in bellezza con un enigmatico “sono curioso di vedere quanti dei 350 posti di lavoro annunciati a Milano andranno a giovani italiani, e quanti a giovani immigrati” (sono passati mesi e ancora ci si interroga sull’efficacia anche retorica della correlazione tra “giovani immigrati” e lavorare a una produzione che, se abbiamo compreso bene la firma del Corsera, non è “da italiani”).

In altre parole, se il popolo/audience chiede il pane, inutile offrirgli brioches: è meglio allinearsi, fingere o diffondere un idem sentire che diventa terreno di coltura delle peggiori culture politiche di questo Paese (immaginatevi il New York Times che si scaglia contro Eataly: coraggio, io l’ho fatto). Se via Solferino piange, in questo senso, largo Fochetti non ride: andrebbe fatto notare che è nella fucina di Repubblica che è nato e si è propagato al resto del Paese “uno sventato giustizialismo demagogico e missionario“, come ha scritto Luca Sofri.

Ed è su Repubblica, il primo e più influente quotidiano progressista d’Italia, che lo scorso maggio Liana Milella commentava i dati delle 2800 unioni civili celebrate in Italia dall’approvazione della nuova legge Cirinnà, definendola “decisamente un flop”. Insomma, davvero dobbiamo occuparci anche dei gay? Il popolo, si diceva, chiede insistentemente il pane.

Poi, ovviamente, c’è la televisione. Dovendo riconoscere la lungimiranza di quella massima del glottologo Giacomo Devoto resa celebre da Flaiano, “fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione“, va detto che niente ha saputo dare una rappresentazione plastica alle italiche ossessioni come il tubo catodico. Almeno fin dai tempi di Tangentopoli – le cui dirette a reti unificate sono state proprio di recente definite “il più grande spettacolo della televisione italiana” da Pino Corrias, guarda caso sul Fatto quotidiano – la tv non ha mai mancato di definire i contorni a un idem sentire turbopopulista, iperindignato e superforcaiolo.

 

Antonio Ricci © Leonardo Cendamo / LUZphoto
© Leonardo Cendamo / LUZ

 

I volti dei master of ceremony di questo processo lento e progressivo, all’inizio surrettizio e un po’ carsico, sono molti e sarebbe difficile farne una lista con pretese di esaustività. Uno, però, è senza dubbio un uomo nato ad Albenga che ha appena compiuto 67 anni: si chiama Antonio Ricci, nasce nel 1950, poi studia Storia dell’arte, poi frequenta il gruppo dei situazionisti liguri, conosce Freccero, Tatti Sanguineti e un certo Beppe Grillo, che prima che compia trent’anni gli chiede di seguirlo e fargli da autore. Sarebbe semplice indicare questo trascorso degli anni Settanta e usarlo per spiegare l’intera parabola di uno dei più grandi innovatori della televisione italiana, ma sarebbe anche sbagliato, perché Ricci nella sua lunga carriera di demiurgo catodico ha fatto quasi di tutto; dal primo Fantastico (a nemmeno trent’anni) all’intellettuale Lupo solitario, lodato anche da Umberto Eco.

Poi, sì, a un certo punto, a cinque anni dal primo approdo a Mediaset, nasce la sua creatura invincibile: Striscia la Notizia. Quel che Striscia la Notizia ha fatto all’Italia negli ultimi trent’anni è diventato indistinguibile da ciò che l’Italia ha fatto a Striscia la Notizia, ma il programma di maggior successo della tv commerciale di questo Paese è ancora uno specchio abbastanza fedele del suo popolo: le rincorse ai politici presunti imbroglioni, i disvelamenti di altarini e supposte magagne, i mostri sbattuti in prima serata, ogni sera.

Prima delle Iene – e prima di chiunque altro, a dire il vero – Ricci ha portato in tv ciò che in un’intervista a Massimo Fini di qualche tempo fa definiva “del sano teppismo intellettuale“. Nello stesso articolo, il power man di Albenga ammetteva che quella trasmissione, riguardandola, non fa ridere nemmeno lui. Eppure funziona tremendamente bene, e ha sempre funzionato così bene: “A Natale del 1995 Berlusconi mi ha accusato di aver fatto cadere il suo governo“, dice lo stesso autore televisivo.

 

Col passare del tempo, però, Striscia ha finito per somigliare sempre più al suo pubblico, anche quando il suo pubblico si è fatto molto più cinico, qualunquista e intollerante di com’era.

 

In una puntata dell’anno scorso una degli inviati, la marocchina Rajae Bezzaz, commentava i tentativi di fuga degli ospiti di un centro di accoglienza per migranti a Bari, facendo finta che i salti oltre il filo spinato fossero una competizione olimpica (apparivano addirittura “giudici” che votavano le performance degli “atleti”). A gennaio scorso, invece, Matteo Salvini ha prontamente ripreso un servizio che documentava la situazione dei clochard accampati all’aeroporto di Linate. “CHE SCHIFO!!!!“, era il suo commento caps lock, a testimoniare ulteriormente il cortocircuito auto-alimentante che, nell’Italia del 2017, dà alla gente (beh, diciamo a molta gente) esattamente ciò che vuole vedere o sentire.

Ma Striscia la Notizia non è di certo l’unico responsabile della penetrazione gentista nel mainstream: Davide Parenti e il suo Le Iene da anni gli danno filo da torcere in prime time, con scelte editoriali spesso tarate sulla famigerata vox populi (impossibile non citare il caso Stamina o, più recentemente, quello del finto scoop sul Blue Whale). Ma passiamo a La7, e a PiazzaPulita: Giuliano Ferrara, che pure aveva accettato l’invito della trasmissione, una sera di qualche anno fa si è trovato a chiedersi in diretta “come mai può essere garantista una trasmissione che si chiama PiazzaPulita? È una dichiarazione d’intenti!“.

E poi c’è il peggio del peggio, gli olimpionici della banalizzazione, i talk show che – forse con una certa sincerità di fondo – non provano nemmeno a fingere di voler trattare i loro argomenti in maniera seria: su Rete4 spopola Dalla vostra parte, una confusa striscia quotidiana letteralmente ossessionata dai presunti trattamenti di favore goduti da profughi di guerra e generici immigrati a scapito dei cosiddetti veri italiani, mentre l’approdo di Andrea Salerno a La7 ha cancellato La Gabbia, il talk di Gianluigi Paragone che usava presentare i suoi ospiti, tra i quali spesso spiccavano personaggi come Diego Fusaro o Giulietto Chiesa, con frasi come “Il suo peggior nemico: i politici che non fanno gli interessi del popolo italiano“.

A conferma della teoria del cortocircuito che ha generato le vere larghe intese italiane, quelle del populismo, mentre scrivo il gruppo di Sinistra Italiana al Senato ha appena tenuto una presentazione di Gangbank. Il perverso intreccio tra POLITICA e FINANZA che ci frega il portafoglio e la vita, ultima fatica saggistica dello stesso Paragone edita da Piemme. All’incontro, oltre all’autore, erano presenti Stefano Fassina, Gianni Cuperlo del PD e Laura Castelli del M5s.

Chiaramente, il caso italiano non è privo di similitudini che lo accostano a ciò che succede oltreconfine: negli Stati Uniti un ex palazzinaro biondo ha conquistato le folle promettendo di costruire un enorme muro al confine col Messico, e molto più vicino a noi, al di qua dell’Atlantico, la Bild e il Daily Mail continuano a essere i giornali più letti del continente, mentre fino a qualche settimana fa abbiamo contemplato seriamente la temibile ipotesi di vedere una Le Pen insediarsi alla Presidenza della Repubblica francese.

Eppure, nell’Italia del dopo-Tangentopoli si è assistito a una strana reazione chimica diffusa, a convergenze più di toni che di posizioni, a parole d’ordine e a vaghi proclami che hanno fatto del Bel Paese l’isola felice della demagogia a ogni angolo. Il povero John Nada, come trovandosi in un’altra delle scene di Essi vivono che l’hanno reso immortale, probabilmente commenterebbe ancora, vieppiù comprensibilmente inorridito: “Questi scheletri si stanno impossessando del nostro mondo“.

Sapiens
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Luz